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Giovanni Andrea dell’Anguillara, Le Metamorfosi di Ovidio, Venezia 1563 (I ed. 1561), IV, f. 62

Clitia ninfa in herba detta elitropio

 

 

La ninfa, ch’al padre Orcamo scoperse

l’error, che fè con l’invide parole,

colei, che ’n si degno arbor si converse,

non hebbe mai più gratia presso il Sole,

ch’ei più non la guardò, più non sofferse

tentar d’haver di lei diletto, o prole.

Né la scusa accettò, che ’l troppo amore

cader l’havesse fatta in tanto errore.

 

Come ella vide tanto disprezzarsi,

e non poter mai più con lui sperare

nel già felice letto consolarsi,

come in miglior fortuna usò fare;

cominciò da le Ninfe a ritirarsi

senza fonte gustar, senza mangiare;

si scapigliò, stè su la terra ignuda

al’aria hor chiara, hor bruna, hor dolce, hor cruda.

 

I suoi giorni digiuni eran già nove,

e ’l fonte, che gustava, era il suo pianto,

e la rugiada, che l’Aurora piove,

il cibo diche nutriva il carnal manto.

Sol si vedeva voltar l’afflitta dove

vedeva girar l’amato Sole: e intanto

fean nel terren le sue membra infelici

l’allhor non conosciute herbe, e radici.

 

Converte il corpo suo pallido in herba,

ma il pallido color non l’è già tolto:

che ne la foglia ancora il ramo il serba,

rosso è ’l color del fior, non però molto.

Mostra hoggi ancor la sua fortuna acerba,

gira à l’amato Sol l’afflitto volto,

fassi Elitropio, e al Sol si volge, come

risuona à punto il trasformato nome.

 

Annotazione di Gioseppe Horologgi alla favola di Clitia

[…] La metamorfosi di Clitia, non significa altro che l’infelicità de gl’innamorati, i quali alterati sovente dalla gelosia, si raggirano intorno la cosa amata, temendo di perderla; come l’helitropio si raggira intorno a raggi del Sole.