Leufr05

1561

GIOVANNI ANDREA dell’ANGUILLARA, Le Metamorfosi di Ovidio, ridotte in ottava rima, al christianissimo Re di Francia Henrico Secondo, Venezia, presso Giovanni Griffio, IV, ff. 61-62

Leucotoe figlia del re Orcamo na l’arbore de incenso

Allhor vede una sera, che la madre

ha cosa à far (ch’Eurinome s’appella)

un lungo tempo co ’l marito e padre

de l’amata da lui vergine, e bella.

Le dispste di lei membra leggiadre,

tosto si veste e si trasforma in ella.

E, come in sala appare, ogn’un s’inchina

credendola ciascun la lor Reina.

 

In quella adorna stanza il Sol pon mente,

dov’egli ha posto il trasformato piede, et

una bella, et honorata gente

di degni huomini e donne aspettar vede.

Passeggia l’huomo, e da l’occhio sovente

verso la donna, che ’n disparte siede.

Piace à la donna, e tien la luce bassa,

e con gran dignità mirar si lassa.

 

De la gente confusa, e non distinta,

quella aspettava il Re, la moglie questa,

compare intanto la Reina finta,

e si china ogni pie’, scopre ogni testa.

La corte de la donna urtata, e spinta

de la medesma và, quell’altra resta.

Ogn’un s’appresta, e luogo si procaccia,

chì à l’entrar la Reina il vegga in faccia.

 

Più d’un s’inchina, e cosa che gl’importa,

chiede humilmente: et ella con quell’arte,

ch’Eurinome suol far, con lor si porta,

et hor questo et hor quel tira da parte,

e giustamente come l’altre accorta,

a quei, ch’ella ama, il suo favor comparte,

e poi con poca e più degna famiglia

se n’entra ove sedea la bella figlia.

 

La dove molte havea donne, e donzelle

l’appartamento riccamente ornato,

le più ricche, più nobili, e più belle,

c’havesse tutto il suo felice stato.

La figlia si levò, levarsi anch’elle

al dir d’un paggio, ch’era innanzi entrato,

che venia la Reina à ritrovarla,

e ver la porta andò per incontrarla.

 

Come s’incontra l’uno e l’altro lume

l’accorta figlia subito s’inchina;

e quel fa honore al trasformato Nume,

che suol far quando incontra la Reina;

e con lodato, e nobile costume

del viso solamente il ciglio china;

china molto il ginocchio, adagio, e a tempo

e ne l’alzarsi pon l’istesso tempo.

 

Di quà, di là s’inchina ogni donzella,

e tutte à tempo, e nella stessa guisa

la finta madre ne la figlia bella,

e ne gli atti suoi nobili s’affisa.

Lieta l’accoglie, e bacia, e le favella;

e degnamente ove conviensi assisa,

alzando il ciglio ad una vecchia disse

che tosto di quel luogo ogni altra uscisse.

 

Come fu senza testimoni intorno

(come solea la madre alcuna volta)

così ragiona il formator del giorno,

verso di lei, che riverente ascolta:

Quel puro lume io son, che ’l cielo adorno

del più chiaro splendor, che vada in volta:

Io son quel Dio, la cui splendida luce

fa, che la Luna, et ogni stella luce.

 

Io son quel Dio per cui la terra, e ’l cielo

vede ogni cosa: Io son l’occhio del mondo;

e tienmi acceso il cor d’ardente zelo

l’alta beltà del tuo viso giocondo,

e, che fia il ver, questo mentito velo

mi toglio, e à gli occhi tuoi più non m’ascondo.

E ’n un batter di ciglio si trasforma,

e torna il Sole ne la sua propria forma.

 

Al primo suon, che la donzella intende,

che quel, che la madre have il sembiante,

è il chiaro Dio, che ’n terra, e ’n ciel risplende,

e come amor di lei l’ha fatto amante;

improviso stupor tutta la prende,

e vuol dir non so che tutta tremante;

come ne l’esser suo poi vede il Sole,

perde i sensi, i concetti, e le parole.

 

E, pria, che ’l risentito sentimento

desse vita à lo spirto stupefatto,

havea già, il Sole havuto il suo contento,

e dato à pieno il suo diletto al tatto.

Ella con pianto, e tanto lamento

si doleva del Sol, c’havea mal fatto.

Ma il Sole in fatto, e ’n detto oprossi tanto,

ch’al fin le fe’ cessar la doglia, e ’l pianto.

 

E poi fa sì, che la contenta figlia,

che tal la vede, per madre l’appella.

Poi torna con la solita famiglia,

ma dove il Re si stava, entra sola ella.

Dove invisibili stassi, e ’l camin piglia

verso la stanza sua superba, e bella.

Si spesso vi và poi senz’esse madre

che Clitia se n’accorge, e ’l dice al padre.

 

È tanto il grande amor, che Clitia porta

al Sol, ch’un tempo amante fu di lei,

che resta per invidia meza morta,

quando vede lasciarsi per costei.

Discopre il tutto al padre, e poi l’essorta,

che secondo la legge de’ Sabei

sepolta viva sia, tal che ’l suo scempio

sia per l’altre donzelle eterno essempio.

 

Come la ninfa invidiosa prova

lo stupro à l’infelice suo parente,

e sà di sorte oprar, ch’egli la trova

del corpo violata, e de la mente;

non senza gran dolor la legge approva,

che condanna la vergine nocente,

e, se ben n’ha pietà, fa, che sotterra

sia posta in un giardin fuor de la terra.

 

Mentre il crudo carnefice la vole

por ne la fossa, ove coprirla intende,

le mani, e gli occhi l’infelice al Sole

e le querele sue drizza, e tende.

Né fanno altro sonar le sue parole,

se non, ch’ella per lui quel male attende.

La cala, e copre il rio ministro intanto,

e la via chiude à le parole, e al pianto.

 

[…]

 

Così con esso allhora il Sol formosse,

e i rai, ch’erano sparsi, insieme unio;

e fe, che la piramide percosse

la terra, che la vergine copria.

E contra a quel terren tanto sforzosse

col raggio, e con l’ardente suo desio,

che fece il fumo al ciel salir per forza,

e ’l foco al suo splendore aprir la scorza.

 

In tanto al Sole un piccol raggio apporta,

che potè ne la punta penetrare,

ch’egli ha veduto la sua donna morta,

e che ’l terren l’ha tolto il respirare,

il misero amante allhor la porta

al grosso, e tempestoso lagrimare;

e fur tante da lui lagrime sparte,

che spense il foco acceso in quella parte.

 

Dapoi scoperse à la sua luce il velo,

e si fe’ più che mai lucente, e chiaro,

e disse acceso d’un pietoso zelo,

fermando gli occchi in quel sepolcro avaro:

Io vo’, che vegghi ad ogni modo il cielo,

ad onta d’ogni tuo forte riparo.

Indi d’ambrosia, e d’ogni odor celeste

sparge la chioma, il volto, e l’aurea veste.

 

[…]

 

L’ innamorato Dio, come s’accorge ,

che ’l sepolto amor suo sopra è venuto,

e che la luce in altra forma scorge,

li dà maggior favor, maggiore aiuto.

Fà, che l’arbor che dà l’incenso, sorge

ch’ allor non era al mondo conosciuto,

a ’l huom grato, et à l’alme elette, e belle

che fa il suo odor sentir fin à la stelle.

 

Annotazione di Gioseppe Horologgi alla favola di Leucotoe

La favola di Leucotoe può essere intesa in modo, che vi sia fra i popoli d’Achemenia un luogo abondantissimo d’incenso: chiamato in questo nome; e amato dal Sole, che piglia la simiglianza della madre per godere dell’amor suo, perché si trasforma il Sole nella complessione giovevole, per nodrire le verghe dell’incenso;

congiungendosi di maniera con l’humidità della terra, che piantandovisi delle piante, subito pigliano, e crescono […]