Giovanni Andrea dell’Anguillara, Le Metamorfosi d’Ovidio, Venezia1563, XI, ff. 196-197
Dedalione in sparviero
Di questo mio fratel Chione, una figlia
di spirto, e di volto unica nacque;
che fece ogn’huom stupir di maraviglia;
tutti n’arse d’amor, a tutti piacque.
Quel che d’Eto, e Piroo regge la briglia
dal primo dì, che ne la culla giacque,
tre lustri havea co ’l suo girare eterno
fatto a’mortai sentir la state, e ’l verno.
Tornando un dì da Delfo il biondo Dio,
a caso ver costei volse la fronte.
E ’n lui d’amor destar novo desio
l’uniche sue bellezze altere, e certe.
Di Giove il nuncio ancor gli occhi s’aprio
tornando a caso dal Cillenio monte;
e, come l’occhio cupido v’intese,
non men del biondo Dio di lei s’accese.
Come con gli occhi ’l ciel notturni scopra
de’ ladri i cauti furti, e de gli amanti
Apollo, ovunque Chione si ricopra,
pensa goder gli angelici sembianti.
Non attende Mercurio, che di sopra
risplendano i bei lumi eterni, e santi;
ma dalle, come sola esser l’intende,
co’ serpi il sonno, e grave il sen le rende.
Tosto che vede in ciel la notte oscura
sopra il carro stellato andare in volta
Apollo, ad una vecchia il volto fura,
ch’esser custodia a’lei solea tal volta.
Com’ella scorge la senil figura,
e le temute sue parole ascolta
con quella entra a goder l’usate piume,
da cui prendea l’essempio, e ’l buon costume.
Ma, poi che rimaner fe’ il sonno morto
lo spirto, che solea lei tener viva,
co ’l suo volto primier l’amante accorto
gode il bramato amor de la sua Diva.
Come l’ha dato l’ultimo conforto,
e scoperto si quel, che ’l giorno avvia,
lascia l’amato volto, almo e giocondo,
poi nel ciel torna a dar la luce al mondo.
Per nove segni ’l Sol girando intorno
havea su ’l carro il suo splendor condutto,
e de ’l andate lune il nono corno
havea renduto al sen maturo il frutto,
quando veder fe’ Chione un figlio al giorno
simile ne l’astutie al padre in tutto.
Il pronto dir, le man rapaci, e ladre
no ’l fer degenerar punto dal padre.
La dotta, e soavissima favella
fea parer nero il bianco, e bianco il nero
e ’n tanto con la man sagace, e fella
de l’or lasciava altrui scarco, e leggiero.
E, perché la sua prole fu gemella,
oltre a colui, ch’era nimico al vero,
ch’Autolico nomar del biondo Dio,
un figlio più felice al mondo uscìo.
Fu detto Filemone, e con cetra
rendea sì raro, e sì soave il canto,
ch’havrebbe intenerito un cor di pietra,
e mosso in ogni cor la pièta, e ’l pianto.
Chi troppo alto favore, e gratia impetra
da l’anime del regno eletto, e santo,
talhor di tal superbia accende il core,
ch’ogni havuto favor torna in dolore.
Che giova haver due Numi havuti amanti?
Che giova haver di lor gemella prole?
Che havere un padre il più forte fra quanti
forte vide giamai girando il Sole?
Che d’haver tratti i bei corporei amanti
da quel, che regge l’universa mole?
Noce il troppo ottener da gli alti Dei
tal volta, e per ver dir nocque a costei.
Poi che la sua beltà via più ch’humana,
accesi hebba due Dei di tanto merto,
di se medesima gloriosa, e vana
l’interno orgoglio suo veder fe’aperto.
E disse, che nel volto di Diana
scorgea più d’uno error palese, e certo:
e volea con l’altrui mostrar dispregio
ch’ella un sembiante havea di maggior pregio.
La Dea sdegnata il nervo incocca, e tira,
e poi l’occhio, e lo stral co ’l segno accorda,
fin ch’esser l’arco un mezo tondo mira,
e come una piramide la corda:
la destra poi, dov’ha sempre la mira
l’occhio, lascia volar la freccia ingorda;
l’arco al men curvo fin torna prescritto,
e ’l nervo perde l’angulo, e vien dritto.
La freccia và ver Chione empia, e superba;
e la peccante lingua a lei percuote.
Com’ella sente la percossa acerba,
s’arma a dover, ma scior non può le note.
Macchiando del suo sangue i fiori, e l’herba,
pone a giacer le ’mpallidite gote,
e furo i fiori, e l’herba il regio letto,
dove l’alma vital spirò dal petto.
Annotazione di Gioseppe Horologgi alla favola di Chione
La favola di Chione rappresenta la superbia di quelle sciocche donne che dandose a credere che la loro bellezza sia perpetua hanno ardire di agguargliarla alla divina; onde come prima incominciano a far figliuoli, sono per la loro superbia percosse dalla saetta di Diana, che figura la castità che rende morta la loro bellezza; perché si vede per viva isperienza che molto meglio conservano la loro bellezza quelle che vivono castamente, e sono lontane da gli abbracciamenti de gli huomini, come le monache, che quelle che sempre sono accompagnate con l’huomo, e che fanno figliuoli. Rimase dunque la bellezza di Chione lasciva spenta al paragone di quella di Diana casta […].
