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II sec. d. C.

 

LUCIANO, Dialoghi degli dei del mare I, Doride e Galatea

 

Dor. Bello dicono che sia, o Galatea, questo pastore siculo, che è innamorato pazzo di te.

Gal. Non canzonarmi, o Doride: sarà quello che sarà, ma è figlio di Posidone.

Dor. E che significa? Se egli, selvatico e villoso com’è, e, cosa che lo deforma più di tutte, monocolo, fosse anche figlio di Zeus, pensi che la nascita servirebbe in qualche modo a migliorare il suo aspetto?

Gal. Neppure la villosità e, come dici tu, la selvatichezza sono brutte- sono maschie infatti- e poi l’occhio spicca in mezzo alla fronte e non vede meno che se fossero due.

Dor. Ne fai l’elogio in maniera, o Galatea, che sembri tu innamorata do Polifemo, non lui di te.

Gal. Non sono innamorata, ma non sopporto questo vostro punzecchiare e mi sembra che lo facciate per invidia, perché un giorno pascolando vide dal suo posto di osservazione i nostri giochi sulla riva ai piedi dell’Etna, là dove la spiaggia si allunga fra il monte e il mare, e mentre a voi non diede neanche uno sguardo, io gli parvi la più bella di tutte e su di me soltanto fermò il suo occhio.

Questo vi tormenta, e infatti è la prova che io sono migliore e merito di essere amata, e che voi siete state trascurate.

Dor. Credi davvero di essere invidiabile, perché sei sembrata bella a un pastore dalla vista difettosa? Del resto cosa poteva elogiare in te all’infuori della bianchezza? E questa, penso, perché è abituato al latte e al formaggio: così giudica belle tutte le cose simili a queste. A parte ciò, quando vorrai sapere quale aspetto ti ha dato la sorte, curvandoti sull’acqua da uno scoglio, se c’è bonaccia, guardati e non vedrai altro che pelle perfettamente bianca; ma questa non si elogia, se in essa non fa spicco anche il rosso.

Gal. Ebbene, io sarò tutta bianca, ma ho uno spasimante, sia pure questo; però di voi non ce n’è una, a cui un pastore o un marinaio o un barcaiolo rivolga un complimento. E poi tra l’altro Polifemo s’intende anche di musica.

Dor. Sta zitta, Galatea: l’abbiamo sentito cantare, quando l’altro giorno ti ha fatto la serenata. Afrodite cara, si sarebbe detto che un asino ragliasse! E com’era fatta la lira! Un cranio scarnito di cervo, le cui corna così come si trovavano erano i bracci: uniti questi col giogo e applicate le corde senza avvolgerle intorno al bischero, traeva suoni sgraziati e stonati, certe note urlando lui, con altre accompagnandolo la lira, così che noi per un canto d’amore come quello non potemmo trattenere le risa. Eco, che pure è così ciarliera, a quei muggiti non voleva nemmeno rispondere e si vergognava che si sapesse che aveva imitato un canto così rozzo e ridicolo. E fra le braccia il tuo amato bene portava come giocattolo un orsacchiotto, che nel suo pelo folto assomigliava a lui. Chi dunque, o Galatea, non ti invidierebbe in simile spasimante?

Gal. E allora, o Doride, mostraci tu il tuo, che evidentemente è più canoro e sa suonare meglio la cetra.

Dor. Ma io non ne ho spasimanti e non mi vanto di averne. Uno poi come il Ciclope, che ha il lezzo del caprone, mangia- così si dice- carne cruda e si ciba degli stranieri che arrivano, ti auguro che diventi tuo, e che tu possa ricambiarne l’amore.