Panfr07

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GIOVANNI ANDREA DELL’ANGUILLARA, Le Metamorfosi di Ovidio de Gio. Andrea dell’Anguillara Ridotte in octava rima, e con l’annotationi di M. Gioseppe Horologgi Et con gl’argomenti nel principio di ciascun libro di M. Francesco Turchi, appresso Carlo Conzatti, Venetia MDCLXIX, libro undecimo, pp. 352-353

Non però d'esser Re di Frigia lassa,

Se ben la selva, il monte, e 'l pian l'alletta.

Con lo Dio de' pastori il tempo passa,

Che 'l suon de le sue canne gli diletta.

La mente ha come pria stolida, e bassa,

E per nocergli anchora il tempo aspetta.

Lo stupido suo spirto, e mal composto

Vuol fargli un' altro danno, e sarà tosto.

 

Dove il monte Timolo al cielo ascende,

Cantando Pan per suo diporto un giorno,

Con la sampogna sua stupida rende

Ogni Ninfa, e Pastor, ch'egli ha d'intorno.

Et osa dir (tal gloria il cor gli accende)

Ch'ad ogni illustre canto il suo fa scorno;

E sfidare osa anchora innanzi al santo

Dio di quel Monte il dotto Apollo al canto.

 

Timolo arbitro eletto ai novi versi

Per poter meglio udir l'orecchie sgombra

Da le ghirlande d'arbori diversi,

E fa, che sol la quercia il crin gl'ingombra.

Dove con leggiadria posson vedersi

Pender le ghiande, e far à le tempie ombra.

Con maestade in questa forma assiso,

Ch'egli è pronto ad udir, dà loro aviso.

 

Lo spirto Pane à la siringa aviva,

E poi fa, che la voce il verso esprime.

Ogni montana, ogni silvestre Diva

Applaude con prudentia à le sue rime.

Sol quel, che diede à la Pattola riva

La vena, onde il ricco or si forma, e 'mprime,

Scoglie più ardito à la sua lingua il nodo,

E 'l loda sopra ogni altro, e fuor di modo.

 

Come ha cantato Pane, il sacro monte,

Co'l ciglio accenna al figlio di Latona.

La lira allhor de l'eloquentia il fonte

Appoggia à la sinistra poppa, e suona.

Ha coronata la tranquilla fronte

Del verde allor del monte d'Helicona;

E come al citharedo si richiede

L'orna un manto purpureo insino al piede.

 

Come lo Dio del monte il dolce accento

Ode concorde à la soave lira,

E tien ne' circostanti il lume intento,

E vede, ch'ogni orecchia alletta, e tira;

Dice à lo Dio del gregge, e de l'armento.

Se bene il canto tuo da me s'ammira,

Pur quel del biondo Dio mi par più degno,

E che la canna tua ceda al suo legno.

 

La sententia del monte ogn'uno approva,

Ogn'un co'l ciglio, e con la lingua applaude,

Che 'l dir d'Apollo più diletti, e mova,

Anchor che quel di Pan merti gran laude.

Fra tanti un sol giudicio si ritrova,

Che tal parer chiama ignorantia, e fraude:

Mida l'opinion ritien di prima,

Che Pan più dolce il suon habbia, e la rima.

 

Conobbe allhor lo Dio dotto, e giocondo,

Che in quel, c'havea di Frigia il regio manto,

Era perduto il dir dolce, e facondo,

E 'l gran don d' Helicona ornato, e santo.

E, perche possa poi vedere il mondo

Con quali orecchie ei giudicò il suo canto,

Solo à se il chiama, e poi fa, che si specchie,

E mostra, ch'egli ha d'Asino l'orecchie.

 

Subito, che in quel senso i lumi intende,

Che scorge à l'intelletto le parole,

E che move l'orecchie, e, che le tende,

E c'ha ferine quelle parvi sole;

Sopra il deforme capo un velo stende,

Poi prega dolce il gran rettor del Sole,

Che far palese il suo danno non voglia,

Ch'ei vuol celarlo altrui sott'altra spoglia.

 

Fingendo, che dolor la testa offenda,

Forma d'un velo subito una fascia,

Poi fa, ch'un servo il suo volere intenda,

E d'esseguirlo à lui la cura lascia.

Ei fa, ch'un fabro gli lavori, e venda,

(E con essa al suo Re la testa fascia)

Una corona d'or superba, e quale

Si vede hoggi la mitra esser reale.

 

Cosi mostrò, ch'al Re si convenia

D'ornar la testa di corona, e d'oro,

Per ricoprir con qualche leggiadria

Talhor l'asinità d'alcun di loro.

Ó che gran mitra, Musa, vi vorria

Per coprire hoggi il capo di coloro,

Che con orecchie insipide, e non sane

Disprezzan Febo, e fanno honore à Pane.

 

Secrete alcuni dì l'orecchie tiene

Con grande affanno il castigato Mida;

Ma palesarle à quel pur gli conviene,

Che vuol, che 'l lungo crin purghi, e recida.

Promette fargli inestimabil bene,

Se tien l'orecchia sua secreta, e fida:

Ma se mai con altrui ne fa parola,

Torrà per sempre l'aura à la sua gola.

 

Promette il servo, e come gli ha recisa

La chioma, il corto crin purga con l'onda.

Ma non può ritener fra se le risa,

Mentre l'orecchie anchor lava, et inonda.

Por da qualche novella, ch'ei divisa,

Finge di trarre il riso, ond'egli abonda:

Gli asciuga, e copre il capo, e fra se scoppia,

Se non palesa il duol, che 'l suo Re stroppia.

 

Quanto più può, l'orecchie mostruose

Dentro à se stesso il servo asconde, e serra.

Ma come più non può tenerle ascose,

Pensa di publicarle almen sotterra.

Una fossa in un campo à far si pose,

E cavata che bene hebbe la terra,

Chinossi, e con parole accorte, e mute

Scoprì l'orecchie à lei, c'havea vedute.

 

Mormora in quella fossa, più che puote,

L'orecchie, che 'l suo Re nascoste serba;

E con veraci, e mostruose note

L'interna cura alquanto disacerba.

Copre poi co'l terren le fosse vote,

E in pochi dì comincia à spuntar l'herba.

S'ingravidò la terra di quei versi,

E fronde parturì, che calme fersi.

 

Cresce la canna à poco à poco, e tira

Dal padre la maledica natura.

Dentro è piena di vento, e quando spira,

Manda del padre fuor la voce pura,

E dice. Con la mitra il capo aggira

Colui, che in Frigia ha la suprema cura,

Perche l'orecchie ha d'Asino, e ricopre

Con l'oro il premio de le sue mal' opre.

 

La scorta de la greggia, e de l'armento,

Ch'ode il parlar, che da la canna suona,

Et ha (mentre ad udir si ferma intento)

Stupor di quel, che 'l calamo ragiona,

Ride, e fa la sampogna, e dalle il vento,

Et ode dir, che sotto à la corona,

Che d'oro al Re di Frigia orna la testa,

Si stà nascosta un' asinina cresta.

 

L'uno il palesa à l'altro, e fan, che vede,

E ch'ode ogn'un di Frigia la sampogna,

Che dice al Re, che 'l lor regno possiede,

De l'orecchia asinina onta, e vergogna.

Ó misero quel principe, che crede

Di fuggir del suo vitio la rampogna.

Che come un sallo, ad una fossa il dice,

E dona al suo parlar prole, e radice.

 

Lascia la nota poi l'oscura tomba,

Et esce fuore un calamo, che canta.

Onde i Poeti poi fansi una tromba,

Che 'l vitio fa saper, che in lui s'ammanta.

Tal, che 'l publico suon, ch'alto rimbomba,

Di sapere il suo mal si gloria, e vanta,

E son cantati i suoi vitij secreti

Da le publiche trombe de' poeti.

 

p. 372

Che Mida giudicasse migliore il canto di Pane che quello d'Apolline non è da meravigliarse perchè gli huomini che hanno corrotto il giudicio, stimeranno sempre più le cose terrene di Pane, che le celesti di Apolline, e però mertano di essere scoperti di havere l'orecchie d'Asini, che non è altro che essere conosciuti havere più delle bestie che de gli huomini, e quanto più pensano coprire la loro bestialità, con oro, dignità e grandezze, tanto più i loro propri costumi, che sono ancora i loro loquaci servitori, li vanno palesando per tutto il mondo, figurato per la terra, il quale poi ne produce le canne; che sono le trombe de i Scrittori, e Poeti, che vanno scoprendo in ogni parte i vicij bestiali loro, come ben dice l'Anguillara nella stanza, Cosi mostrò, ch'al Re si convenia, nella quale si legge quella bellissima conversione, che fa alla sua Musa; dicendo, O che gran mitra, musa vi vorria, come ancora si legge quella a i Prencipi che è nel mezzo della stanza, L'uno il palesa a l'altro, e fan che vede, e nella seguente, si può in questa favola di Mida conoscere quanto sia verissimo, e indubitato quel detto che non vi è cosa al mondo tanto secreta che non si palesi, ne tanto occulta che non si scopri, onde dovrebbeno gli huomini pigliar essempio di non far giamai cosa alcuna brutta; con confidenza che l'habbi ad essere secreta, perché le mura, la terra, e l'aere sogliono palesare le cose mal fatte.