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GIOVANNI DE’BONSIGNORI, Ovidio Metamorphoseos vulgare, libro XI, cap. VIII-XI

Tratto da: Giovanni Bonsignori da Città di Castello, Ovidio Metamorphoseos Vulgare, ed. a cura di Ardissimo E., Commissione per i testi di lingua, Bologna 2001, pp. 515-517

Come Apollo e Pan commisero la questione in Tinolo, el quale era dio delli monti. Capitulo VIII
Destribuito che llo re Mida ave ogni cosa, se artì de sue contrade ad andò ad abitare nelli monti con Pan, dio de’ villani contadini, el quale Pan cantava solennemente con la sampogna, la quale avea sette cannoni, nondimeno aveva in sé assai grossezza, perciò che era matto e stolto. Ed in quelle contrade da una parte era el monte Tinolo, che sta sopra del mare, e dall’altra parte erano li sardi, e dall’altra parte abitavano le genti chiamate iplei. In quelle contrade andava lo dio Pan a cantare; Mida, avendo sua amistà, per passar tempo, andava sempre con lui e, vedendo Pan che Mida se delettava tanto del suo canto, sì fu uno dì ardito de dire a Mida che cantava e sonava meglio che Apollo. E ditto questo, Apollo apparve lì e disse: «Tu dici che suoni e canti meglio de me, ma facciao così: togliamo uno el quale ci ascolti e giudichi tra noi chi è nel’arte più sufficiente». E si fuoro accordati che in ciò fosse Tinolo giudice, el quale era dio delli monti; e fatto questo compromesso, Tinolo se pose a sedere sopra lo suo monte e levòse li capelli dinanzi dall’orecchie per meglio udire, e commandò a Pan, dio de’ villani, che sonasse imprima.

 

Come Tinolo sentenziò infra Appollo e Pan e come mida avea poi l’orecchie de l’asino. Capitulo IX
Pan, dio de’ villani, cominciò a sonare, ma el suo suono era tanto contadino che non delettava, nè saria delettato a persona, salvo che delettava a Mida, e ciò avveniva perciò che Mida era barbaro e Pan sonava barbaresco. Ed udito che Tinolo ave Pan, se voltò el viso verso de Apollo e commandò lì che sonasse. Allora Apollo se fece innanzi e con el capo legato delle foglie de Parnaso, cioè con le foglie del lauro nel qual monte de Parnaso Apollo sempre abita, e si acconciò la cetira al braccio manco e con la mano destra sonava e dolcemente cantava. Sì come Tinolo l’ave udito, s’ diede la sentenza che Appollo sonava meglio che Pan. Questa sentenza fu approvata da tutta la gente, salvo che dal re Mida, el quale non approvò questo giudizio e Mida solo dicea che Tinolo eva dato la sentenza falsa. Allora, udendo Appollo sì come Mida biasemava el suo canto, se volse a lui e disse: «In verità, re Mida, che voi avete ottima e bona opinione! E sì ve dico che voi avete uno buono udire e, acciò che voi udiate meglio per lo tempo che ha a venire, voglio che voi abbiate magior orecchie». E allora li crebbe tanto le orecchie che li fece pelose, aguzze ed alte, e così lo re Mida ave l’orecchie asinine.

 

Come lu famiglio del re Mida revelò alla terra come Mida aveva le orecchie dell’asino. Capitulo X
Vedendose el re Mida così grandi orecchie, se cominciò a vergognare ed allora trovò daprima la mitria, la quale oggi portano li ovescovi, e quella poratva in capo per dignità e portavola a traverso, e l’orecchie tenea legate e levate in alto, sì che ciascuna delle corna della mitria  ricopria le sue orecchie. De questo non sapea persona niuna, né niuno de sua fameglia salvo che uno suo fante, lo più secretario ch’elli avesse, li quali li lavava e radeali el capo, a cui Mida li fè giurare che mai el dicesse a persona. Quello fante avea sì gran voluntà de dirlo che moria e, non potendo altro fare, si andò a uno campo e sì fece una fossa ed intrò inessa sotto terra, a cominciò dire abassoverso la terra: «Lo re Mida ha l’orecchie dell’asino». E tante volte el disse fin che fu bene in ciò accontentato, poi uscì de fuora e coperse la terra e partisse e tornò al palagio alla coret del re Mida.

 

Come le canne manifestaro el secreto de re Mida. Capitulo XI
Poco tempo poi che’l famiglio de Mida ave dette queste cose alla terra, si nacquero in quel luogo molte canne, ed essendo mature, l’oreggio ed el soave vento percotea infra le canne, delle quali usciva una boce e dicea: «Lo re Mida ha l’orecchie asinine». E così la terra producea tutte quelle parole, dove erano state dette, imperciò che se dice: “ Lo cielo e la terra giurano de revellare ogni secreto che alloro fosse ditto” e perciò se dice ed alche el proferisce el verso. “La terra che sta sotto el cielo, el cielo che sta sopra la terra ogni cosa manifestano”. In un’altra favola se dice de quelle canne che uno pastore fece una sampogna e sonando la boce sua proferiva e dicea: «Lo re Mida ha l’orecchie asinine», e così quello secreto fu manifestato a tutti.

 

Allegoria e quarta esposizione de re Mida in l’orecchie asinine. Segnata per D
Ditta avemo la verità della istoria, dove se narra del re Mida. Ma per Appollo, Pan e Timolo, dio delli monti, dovemo così moralmente intendere: per Appollo se’ntende la sapienza, per Pan, dio de’ villani, se’ntende li sofistici, cioè certi ignoranti che vogliono contendere con li uomini savii, costoro sono venti per lo giudicio delli savi uomini, cioè per la sentenza di Timolo che viene a dire in greco “giusto giudicio”. Per Mida che giudicò che Pan aveva meglio cantato che Appollo, intendo l’uomo che solo considera la boce e non le melodie intrinseche, e tale è a considerare questo quale è ad udire uno asino, e perciò dice che Appollo li fece l’orecchie dell’asino. Che le canne produssero quello canto, se’ntende colui che poco sa e mostra de sapere e così se tene; non po’ stare tanto occulto che lli fatto soi non siano manifesti, perciò che sopra della terra niuno secreto è che non se revelli. E ciò Ovidio appropria in le canne che sonano per lo vento e questo significa che’l parlare de quelli cotali è come vento, li quali nel loro medesimo parlare se manifesta el loro errore e la loro vergogna; le quali genti sono dentro vacue de sapienza, sì come la canna. E dice ch’è sonata da pastori, e così quelli cotali sono lodati da gente ignorante e de piccolo affare, come sono cotali pastorelli e gente che ogni lume li pare del solo.