14: Pigmalione

Titolo dell'opera: Pigmalione

Autore: Anonimo

Datazione: XV sec.

Collocazione: Bruxelles, Bibliothèque Royale, Cod. 9392

Committenza: 

Tipologia: miniatura

Tecnica: 

Soggetto principale: Pigmalione al lavoro; Pigmalione supplica Venere di concedergli una sposa simile alla sua statua

Soggetto secondario:  Pigmalione abbraccia la statua ormai viva

Personaggi: Pigmalione, statua, Venere, Galatea

Attributi: scalpello, martello, arnesi (Pigmalione); rigidità (statua); statua, frecce, ali (Venere)

Contesto:  

Precedenti:

Derivazioni:

Immagini:

Bibliografia: Bonicatti M., Dürer nella storia delle idee umanistiche fra Quattrocento e Cinquecento, in “The Journal of Medieval and Renaissance Studies”, 1, 1971, pp. 197 e ss. Carrara E., Mitologia antica in un trattato didattico-allegorico della fine del Medioevo: l’ “Epistre d’Othéa” di Christine de Pizan, in “Prospettiva”, 66, 1992 Aprile, pp. 71-80. Panofsky E., Studi di iconologia, Einaudi, Torino 1999, pp. 158-159; Christine de Pizan, Epistre d’Othéa, edizione critica a cura di Parussa G., Ginevra 1999,  pp. 71-80. Brown-Granr R., Christine de Pizan and the moral defence of women, Cambridge 1999, pp. 68-69.

Annotazioni redazionali: L’Epistre d’Othéa à Hector è untrattato didattico-allegorico in forma epistolare composto da Christine de Pizan intorno al 1400. Per quanto riguarda le miniature che ne illustrano i codici, Carrara sottolinea che Christine de Pizan non utilizza sempre gli schemi iconografici tradizionali, ma ricerca, anche attraverso scarti ed innovazioni, una rispondenza perfetta tra testo ed immagine, in modo che anche quest’ultima sia pienamente esplicativa del significato morale. La miniatura è quindi la “summa descrittiva” del testo in tutte le sue componenti. La miniatura in questione appartiene ad un manoscritto che contiene il programma iconografico completo dell’opera composto da centouno miniature e con la riscrittura di Jean Miélot. Raffigura i tre momenti fondamentali del racconto mitico; a sinistra si vede Pigmalione, all’interno della sua bottega, nell’atto di scolpire con martello e scalpello una statua femminile vestita. A destra Pigmalione, recatosi al tempio di Venere, è inginocchiato dinanzi alla statua della dea, rappresentata con una freccia in mano e con le ali. La medesima iconografia si ritrova nella miniatura che illustra una traduzione anonima francese delle Metamorfosi di Ovidio del XV secolo contenuta nel codice FR 137, conservato alla Bibliothèque Nationale di Parigi (Cfr. scheda opera 13). L’illustrazione si discosta dal testo di Christine de Pizan secondo cui la statua della dea tiene in mano un ramo che prende fuoco in segno di consenso. Rosalind Brown-Grant evidenzia come Pigmalione travisi il significato del fuoco che allude metonimicamente al fuoco dell’inferno, paragonato al peccato di lussuria secondo le parole di san Girolamo riportate nell’allegorie (Pigfm12).Sullo sfondo Pigmalione abbraccia la statua ormai animata. La particolare iconografia di Venere, alata e munita di frecce, può essere ricondotta a quella dell’ Amor carnalis, rappresentato come una donna nuda, alata, bendata, dotata di arco e frecce, un vaso d’unguento ai piedi, ma che nel Quattrocento, come scrive Panofsky, vede una diffusione anche priva della benda sugli occhi. Un’iconografia simile si trova anche fra le incisioni che Dürer realizzò per illustrare il testo Das Narrenschiff, stampato a Basilea nel 1494. Più precisamente si tratta di quella intitolata De amore venereo. In essa la Venere alata rappresenta il tema della Voluptas, in profonda connessione con quello della Morte, rappresentato da uno scheletro alle spalle della dea, secondo un’interpretazione mutuata dall’approccio moralistico di Sebastian Brant. Bonicatti riporta la notizia che nell’edizione latina di Basilea, l’illustrazione è corredata da alcuni versi sulla Calamitas amatorum, la condizione di peccato mortale che colpisce i lussuriosi.

        Silvia Trisciuzzi