02: Pigmalione

Titolo dell'opera: Pigmalione al lavoro

Autore: Anonimo

Datazione: seconda metà Trecento- primi anni del Quattrocento

Collocazione: Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Codice Panciatichi 63

Committenza: 

Tipologia: disegno

Tecnica: penna e bistro

Soggetto principale: Pigmalione al lavoro

Soggetto secondario: 

Personaggi: Pigmalione; statua

Attributi: arnesi (Pigmalione); nudità, rigidità (statua)

Contesto:  

Precedenti:

Derivazioni:

Immagini:

Bibliografia: Francini Ciaranfi A. M., Appunti su antichi disegni fiorentini per le “Metamorfosi” di Ovidio, in “Scritti di Storia dell’arte in onore di Ugo Procacci”, tomo I, 1977, pp. 177-182; Guthmuller B., Mito, poesia, arte, Bulzoni, Roma 1997, pp. 73-75 e 126; Lexicon Iconographicum Mythologiae Classicae, Artemis, Zurigo-Monaco 1984, Tomo V/1, pagg. 531-553, ad vocem Prometheus.

Annotazioni redazionali: Il Codice Panciatichi 63 è un manoscritto conservato nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze contenente la volgarizzazione in prosa delle Metamorfosi di Ovidio, il cosiddetto Ovidius maior, ad opera di Arrigo Simintendi, realizzata intorno al 1330. Il testo è caratterizzato dalla volontà di rifarsi fedelmente al testo latino, senza alcun tipo di interpretazione allegorica, come invece accadeva tradizionalmente, nei commenti di tipo scolastico ad opera di Arnolfo d’Orléans e Giovanni del Virgilio ed in quelli informati ad una interpretatio christiana come l’Ovide moralisé e l’ Ovidius moralizatus di Petrus Berchorius. Il poema ovidiano è per Simintendi soprattutto modello di stile e composizione, tanto che egli crea la sua prosa anche attraverso costruzioni linguistiche mutuate dal latino ed estranee al volgare. Guthmüller sottolinea come tale opera sia un’espressione caratteristica della prima metà del Trecento in Toscana, quando numerosi traduttori arricchirono la nascente prosa in volgare di forme mutuate dai modelli classici. I disegni, il cui autore è anonimo, si trovano a piè di pagina del codice. Francini Ciaranfi ritiene siano opera di un pittore, e non di un miniatore, di ambito fiorentino e formatosi sui post-giotteschi. E’ molto probabile la presenza di un collaboratore, anch’egli anonimo. Per quanto riguarda la cronologia, la studiosa propone la seconda metà del Trecento, in base ad un’analisi stilistica, ma anche iconografica. Infatti pone l’attenzione sulla  notevole presenza di nudi “un pò timidi, ma anche disegnati con viva sicurezza”. Il disegno mostra Pigmalione seduto al suo tavolo di lavoro su cui sono disposti in modo ordinato gli arnesi del mestiere. Lo scultore ha già completato la sua opera che tiene in mano mentre le rivolge la parola. La statua è rappresentata in dimensioni ridotte, seguendo in questo il testo ovidiano che afferma che fosse realizzata in avorio, materia che richiedeva una lavorazione in piccola scala. Si può notare inoltre come tale iconografia sia molto simile a quella della crezione dell’uomo da parte di Prometeo, mito raccontato brevemente da Ovidio nel I libro delle Metamorfosi (vv. 76-88) che presenta delle connessioni con quello di Pigmalione in quanto racconto di creazione. Secondo il racconto ovidiano infatti Prometeo plasmò l’uomo ad immagine degli dei con acqua piovana e terra. In una delle varianti iconografiche, sorta nel III sec. a.C. nella glittica e la cui fortuna perdurò fino al III sec. d. C. nei sarcofagi romani, Prometeo è raffigurato nell’atto di realizzare una statuetta, nuda e di piccole dimensioni,  poggiata su di un piedistallo.

                                Silvia Trisciuzzi