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GIOVANNI ANDREA DELL’ANGUILLARA, Le Metamorfosi di Ovidio ridotte da Giovanni Andra dell’Anguillara in ottava rima, Venetia 1563

 

E’ forse poco mal, se l’huom dispone

À viver l’età sua senza consorte?

Ne cadder molti in questa opinione,

Vedendo una impudentia di tal sorte.

Fra quali il primo fu Pigmalione,

Che sofferta piuttosto havria la morte,

Che prender moglie, quando senza veste

Le vide andare infami, e dishoneste.

 

Scultor Pigmalione era eccellente,

Se bene in Cipro havea la regia sede.

Hor come vide quell’atto impudente,

Non potè ne le donne haver più fede.

E scacciato Himeneo da la sua mente,

À la sua gran virtù si volse, e diede.

E fe statue sì degne, e con tant’arte,

Che fè stupire il mondo in ogni parte.

 

Gran gloria è di quel Re, ch’oltre al governo

Ha di qualche virtù l’animo acceso.

Non dico già, c'habbia il suo officio à scherno,

E che ponga in oblio lo scettro, e ‘l peso;

Ma nel ritrarsi al suo luogo più interno,

Data audienza, e ‘l suo consiglio inteso,

Da giusto fa, s’à l’otio non intende,

Ma in essercitio degno il tempo spende.

 

Nel tempio de la moglie di Vulcano

Posta una statua fu pochi anni avante,

E’ forse poco mal, se l’huom dispone

À viver l’età sua senza consorte?

Ne cadder molti in questa opinione,

Vedendo una impudentia di tal sorte.

Fra quali il primo fu Pigmalione,

Che sofferta piuttosto havria la morte,

Che prender moglie, quando senza veste

Le vide andare infami, e dishoneste.

 

Scultor Pigmalione era eccellente,

Se bene in Cipro havea la regia sede.

Hor come vide quell’atto impudente,

Non potè ne le donne haver più fede.

E scacciato Himeneo da la sua mente,

À la sua gran virtù si volse, e diede.

E fe statue sì degne, e con tant’arte,

Che fè stupire il mondo in ogni parte.

 

Gran gloria è di quel Re, ch’oltre al governo

Ha di qualche virtù l’animo acceso.

Non dico già, c'habbia il suo officio à scherno,

E che ponga in oblio lo scettro, e ‘l peso;

Ma nel ritrarsi al suo luogo più interno,

Data audienza, e ‘l suo consiglio inteso,

Da giusto fa, s’à l’otio non intende,

Ma in essercitio degno il tempo spende.

 

Nel tempio de la moglie di Vulcano

Posta una statua fu pochi anni avante,

Di perla orientai l'orna l'orecchia,

E poi nel volto suo s’affisa, e specchia.

 

Miratola poi ben fiso, et intento,

E datole ogni lode alta, e gioiosa,

Fere l’orecchie sue con questo accento.

Se ben pensai di viver senza sposa,

Quando piacesse al ciel farmi contento

D'una donna si bella, e gratiosa,

Qual’è l'eburnea tua bellezza, e spoglia,

Cangierei per tuo amor pensiero, e voglia.

 

Che quando già fermai ne la mia mente

Di non voler compagna entro al mio letto,

Fu per quell'atto osceno, et impudente,

Ch’io vidi far nel mio regal cospetto.

Ma l'alma vista tua casta, e prudente

Promette honor, bontà, pace, e diletto.

Promette il volto tuo grato, e giocondo

Quanto di gioia, e ben può dare il mondo.

 

Ma tu del letto mio sarai consorte,

S’io di tanta beltà però son degno.

Te vò compagna far de la mia sorte,

Non sol del letto mio, ma del mio regno.

Tosto, che splender fa l’eterna corte

Ne l'alto cielo ogni stellato segno,

Spoglia la sposa, e ne le ricche piume

La pon, qual fosse viva, e spegne il lume.

 

Così nel letto suo locolla, e tenne

Da questo tempo in poi passato il giorno,

Fin che quel dì sempre honorato venne,

Ch’unir fa il regno Ciprio d’ogn’ intorno,

Con pompa à venerar ricca, e solenne

Nel tempio santo alteramente adorno

La Dea, ch'in Cipro tien la propria sede,

In cui l’isola tutta ha maggior fede.

 

La scure fra le corna ornate d'oro

Lasciato havea cader l’aspra percossa,

E in varij luoghi ucciso il bianco toro,

Il sangue fatto havea la terra rossa.

E su gli altari sacri al santo choro

Il foco alta la fiamma havea già mossa,

Et in honor de’ sempiterni Dei

Facea salir al ciel gli odor Sabei.

 

Quando Pigmalion devoto, e fido,

Che con gran pompa era venuto al tempio,

Ver la Dea mosse il taciturno grido;

Habbi pietà del mio tropp’aspro scempio,

E d’una sposa il mio letto fa nido,

Che da l’avorio mio prenda l’essempio,

(Non osò dir, la statua eburnea aviva)

Si ch’io la goda poi consorte, e viva.

 

La Dea, che lieta à le sue feste apparse,

Spiegato ch’al suo voto egli hebbe il velo,

Fè, che tre volte in aere una fiamma arse,

Et inalzar l'acuta punta al cielo,

Per dare augurio à lui, che non fien scarse

Le man veneree al suo pietoso zelo.

Torna ei del buono augurio à casa lieto

Per goder l'amor suo chiuso, e secreto.

 

Se bene è anchor di giorno, entra nel letto,

E spera, et ha l’amato avorio à canto.

Bacia l’amata bocca, e tocca il petto,

E gliela par sentir tepida alquanto.

Prova di novo, e con maggior diletto

Men duro, e più carnal le sente il manto:

E mentre bene anchor creder no’l puote,

Sente, che 'I petto il polso alza, e percuote.

 

Come se preme alcun la cera dura,

L’ammolla con le dita, e la riscalda,

 

E per poter donarte ogni figura,

Viene ogn’hor più trattabile, e men salda:

Cosi premendola ei, cangia natura

La statua, e vien più morbida, e più calda.

Ei sta pur stupefatto, e tenta, e prova,

Tanto, che viva al fin la scorge, e trova.

 

Move allhor lieto il Re l’alte parole,

Ringratia la sua Dea con santa mente:

E mentre viva anchor baciar la vuole,

La vergine vien rossa, e no’l consente.

Alza ella il lume al lume, e scorge il Sole,

E la stanza apparata, e risplendente.

E co’l dì, che mai più non vide avante,

Vede nel letto star l'acceso amante.

 

Il Re la sposa, e poi seco soggiorna,

E v’è con Himeneo la Cipria Dea.

Nove volte rifè Delia le corna,

Dal dì solenne, e pio di Citherea,

Quand’ella mandò fuor bella, et adorna

La prole, che nel sen matura havea.

Pafo il figliuol nomar, ch’al giorno venne,

Da cui tal nome poi l'isola ottenne.