Eurifr08

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GIOVANNI ANDREA DELL’ANGUILLARA, Le Metamorfosi di Ovidio ridotte in ottava rima, X

Testo tratto da: www.bibliotecaitaliana.it

Dato c'hanno à gli sposi ogni favore

Giunone, e Citherea con Himeneo,

Giunon lasciò la Dea madre d'Amore,

E de la vista sua lieto il ciel feo.

Ma gli altri due, tirati dal candore

Del verso felicissimo d'Orfeo,

Lasciar di ritornare al regno santo

Per udir la sua Lira, e 'l suo bel canto.

 

Orfeo d'Apollo, e di Calliope nacque,

Del padre de' poeti, e d'una Musa,

E dal favor de tai parenti giacque

Ne la bell'alma sua tal gratia infusa.

Talmente anchor lo sparser di quell'acque,

Ch'uscir del sangue alato di Medusa,

Che nel cantare i gesti de gli Heroi

Più degno huom non fu mai prima, ne poi.

 

Hebbe dal padre poi quel cavo legno,

Che 'l padre dal nipote hebbe d'Atlante.

Dal padre apprese il tuon, la chiave, e 'l segno,

Che fa, che con prudenza il nervo cante.

Et ei, che si felice hebbe l' ingegno,

Sì ben serbò le sue parole sante,

Che mosse à udire il suon concorde à carmi

Gli huomini, e gli animai, le piante, e marmi.

 

Quel legno appoggia à la mammella manca,

Che si felice il suon figura, e rende;

Opra la destra assicurata, e franca,

Che l'arco unito à nervi hor poggia, hor scende.

Le corde l'altra man premer non manca,

Ma con la destra, e l'arco à pien s'intende.

Et ei, secondo à lui mostrò già il Sole,

V'accorda à tempo i versi, e le parole.

 

Non fa, che 'l verso serva al canto, e al suono,

Ma ben, ch'al verso il canto, e 'l suon risponda,

Ne vuol, che 'l gorgheggiar soave, e buono

L'accento, e la parola al verso asconda.

Ne men, che d' Helicona il santo dono

Con suon troppo possente si confonda.

Ma mentre ferma il canto, e che rispira,

Fa con più alto suon sentir la Lira.

 

Hor mentre egli ama in Tracia una donzella

Del più possente amor detta Euridice,

E co'l possente suo suono, e favella

Fà, ch'ella al caldo amor suo non disdice:

Con Giuno, et Himeneo Venere appella,

Che 'l novo nodo lor rendan felice.

Nulla può di Giunon mover la mente,

Che mal di quelle nozze augura, e sente.

 

Ma la madre dolcissima d'Amore

Non seppe contradire al dolce canto.

V'andò seco Himeneo, ma 'l suo favore

Non fè segno di gioia, ma di pianto.

Venere accese in lor del par l'ardore,

Ne so, se sposi mai s'amasser tanto.

Ma mentre, ch' Himeneo legar gli volse,

Con gran difficultà la lingua sciolse.

 

La face accesa anchor, che in man vi tenne,

Non potè far giamai, ch'alzasse il lume,

Stridendo al fumo fe batter le penne,

Come l'havesse alcun sparsa co'l fiume.

Ma peggio augurio diè quel, ch' ivi avenne,

Quando la sposa entrò pria ne le piume,

Ch' improviso soffiò nel lume un vento,

E restò il foco suo del tutto spento.

 

Ne passar molti dì, che corrispose

Al tristo augurio il doloroso effetto.

Andando un dì costei con altre spose

Premendo per diporto al prato il letto,

Sopra un serpente à caso il piede pose,

Che stava in molti giri avolto, e stretto.

La piagò il serpe à un tratto nel tallone,

E fè passarla al regno di Plutone.

 

Poi che 'l consorte suo nel mondo aperto

Hebbe assai pianto il suo perduto bene,

E vide non poter trarne alcun merto,

Poi che 'l regno infernal l'asconde, e tiene:

Pensò d'andar nel mondo atro, e coperto

Da le spoglie oscurissime terrene.

E se n'andò per la Tenarea porta

À rispirar ne l'aria oscura, e morta.

 

Per lo popol ne và, ch'è ignudo, e scarco

Del suo mortale incenerito pondo,

E dopo molti passi arriva al varco,

Dove siede Pluton nel maggior fondo.

Quivi accordando à versi i nervi, e l'arco,

Disse. Ó voi Dei del più fondato mondo

Non punite per hor l'umano orgoglio,

Ma date luogo alquanto al mio cordoglio.

 

Così pij trovi voi verso il mio canto,

Come nel verso mio non è bugia;

Non vengo io per far guerra à Radamanto,

Ne per veder come l' inferno stia;

Non per rubare à la città del pianto

Cerbero, e darlo à l'alta patria mia:

Ma vengo per haver la mia consorte,

Che sopra innanzi al tempo hebbe la morte.

 

Cercato ho superar l'aspro dolore,

E senza lei goder l'aperta terra;

Ma vinto ha finalmente il troppo amore,

E m'ha fatto per lei scender sotterra.

Ovunque alluma il Sol co'l suo splendore,

Contra ogni core Amor vince la guerra.

E se i libri non son bugiardi, e rei,

Amor legò anchor voi tartarei Dei.

 

Vi prego per l' imperio, che tenete

Sopra le trapassate, e misere ombre,

Per queste sepolture atre, e secrete,

Da la luce del mondo ignude, e sgombre;

Che far le voglie mie vogliate liete,

Che di me giusta pieta il cor v'ingombre;

Che lasci l'amor mio l'averno lago,

E viva il tempo à lei tolto dal drago.

 

Tutto si debbe à voi l'humano ingegno,

Tardi, ò per tempo ogn'un quà giù discende.

Tutti n'acceleriam solo ad un segno,

Quest'è l'ultimo albergo, che n'attende.

Voi tenete il perpetuo immobil regno,

Che tutto il germe human riceve, e prende.

L'alto vostro poter basso, et inferno

Terrà di tutti noi lo scettro eterno.

 

E questa sposa anchor, c'hoggi vi chieggio,

Finiti gli anni suoi giusti, e maturi,

Verrà à render tributo al vostro seggio,

À star ne' vostri regni ombrosi, e scuri.

Con quella riverenza, e honor, che deggio,

Con tutti i preghi, e tutti gli scongiuri,

L'uso chieggio di lei sol per qualch'anno,

Si ch'io possa dar requie à tanto affanno.

 

E se 'l fato non vuol, ch'ella ritorni

À goder meco l'aura aperta, e viva,

Gli ascritti à lei da la natura giorni,

Onde il serpe, e 'l velen la rendè priva:

Non vò, che per celest'occhi il Sol più aggiorni,

Non vò partir da la tartarea riva.

Se ridar non la vuol la fatal sorte,

Godete pur di due l'alma, e la morte.

 

Spiega con tal pietate il suo concetto,

E 'l suon con tal dolcezza v'accompagna,

Ch'al crudo inferno intenerisce il petto,

E non meno di lui se'n duole, e lagna.

Ogni alma essangue ascolta il caldo affetto,

E di pianto infinito il volto bagna.

Tantalo per udire alza la fronte,

E sprezza il faggitivo arbore, e 'l fonte.

 

L'eterno d' Ission giro, e flagello

Pon fine al suo rotare, e tace, et ode.

Per lo canto ascoltar l'avido augello

À l' infelice Titio il cor non rode.

Lasciando ogni Belide il suo crivello

Piange del mal d'Orfeo, del canto gode.

Sisifo ascolta affaticato, e lasso,

Assiso sopra il suo volubil sasso.

 

Ogni Furia infernal non men si dolse,

Non men sparse di pioggia i serpi, e 'l manto.

E potè tanto il suo cantar, che tolse

À gli occhi de l'Erinni il primo pianto.

Proserpina piangendo il grido sciolse,

Per impetrar mercede al dolce canto

Da Pluto, e scorge, che 'l divin poeta

Non meno ha il pianto in lui mosso, e la pieta.

 

La moglie preghi porge al suo marito,

Che voglia compiacer al dolce accento.

Pluton, c'ha il cor commosso, e intenerito

Dal grato suon del metrico lamento,

Vuol, ch'un carme sì raro, e sì gradito

De l' infernal favor torni contento.

Et è la virtù sua di tanta forza,

Che lo sdegno infernal commove, e sforza.

 

Chiama colei Pluton, che stava anchora

Fra l'ombre nove, e al suo sposo la rende,

Con legge tal, che fin, che non è fuora

Del regno, dove il dì mai non risplende,

Gli occhi non volga indietro in ver la nuora

D' Apollo, se là sù goderla intende:

Ma che 'l fato la danna al nero fiume,

S'ei volta per l'inferno adietro il lume.

 

Per uno stretto calle, alpestro, et erto

Orfeo si drizza, e lei co'l carme invita,

Che seco à rigoder torni quel merto,

Che suol tanto bramar chi si marita.

Eran quasi vicini al giorno aperto,

Quand'ei si ricordò de la ferita,

Che tarde à lei facea mover le piante,

Secondo ei vide andarla à Pluto avante.

 

E non si ricordando, che la luce

Voltar mai non dovea per l'aere tetro,

Senza punto obedir l' infernal Duce,

Volle veder s'era restata in dietro.

Subito à Stige il fato la conduce,

Et ei comincia il doloroso metro;

Volle abbracciarla cupido, e l'avinse

Più volte, e sempre l'aere avolse, e strinse.

 

Nulla si duol de la seconda morte

La donna, ch'à l'inferno la richiama.

Ne giusto è, che si doglia d'un consorte,

Che lei sopra ogni cosa ammira, et ama.

Hor come vuol di lei la fatal sorte,

Se ne ritorna al mondo, che la brama.

Disse l'estremo Vale al centro intesa

Si lunge, che da lui fu à pena intesa.

 

Non meno si stupì del doppio fato

Orfeo, che diè la moglie al regno basso,

Pria quando il piè dal serpe hebbe piagato,

Poi quando ei volse à lei lo sguardo, e 'l passo,

Di quel, che strascinar vide legato

Cerbero per lo mondo, e venne un sasso:

Che 'l veder fare al Can trifauce forza

Gli fè per lo stupor cangiar la scorza.

 

Stupido venne Orfeo non altramente

Di quel, ch'Oleno già venne, e Letea,

Quando disse il marito esser nocente

Di quel, che fatto error la moglie havea,

Che 'l corpo immarmorar, perder la mente

Ne l'altera montagna humida Idea.

Sopra d'ogni alma Dea disse esser bella,

Per dare à se, et altrui forma novella.

 

Com'ei ritorna in se, drizza la fronte

Un'altra volta à la tartarea sede,

Ma fu ripreso al fiume di Caronte,

Ne pose mai ne l'altra ripa il piede.

Ei canta, e suona, e fa d'ogni occhio un fonte,

Ne quella, che vorria, può havere mercede.

Può ben mover co'l suon l' inferno à pieta,

Ma non racquistar lei, che 'l fato il vieta.

 

Più giorni à quelle ripe egli si tenne

Pregando ogn'hora il passator del porto;

Ne Cerere, ò Lieo giamai sovenne

L'afflitte fauci sue d'alcun conforto.

Poi ch'à l'ultimo prego egli pervenne,

Lasciò dolente l'aere oscuro, e morto.

E detto de l'inferno il male estremo

Al monte Rodopeo pervenne, et Hemo.

 

Dal Pesce nel Monton tre volte ascese

Per dar la primavera Apollo al mondo,

Dal dì, che lasciò il basso aereo paese,

E ritornossi à l'aere almo, e giocondo:

Ne mai beltà di donna intanto il prese,

Ne volle à l'Himeneo passar secondo.

Arse di lui più d'una, e 'l prego sciolse,

Ma tutte ei le scacciò, ne unir si volse.

 

Prima, perch'egli fu molto infelice

Ne la prima consorte à cui s'avinse:

Dapoi, perchè promise ad Euridice,

Quando il nodo d'amor seco lo strinse,

Ch'altra donna non mai faria felice

Con la beltà, ch'Apollo in lui dipinse.

Hebbe le spose tutte à sdegno, e noia,

E la venerea lor dolcezza, e gioia.