Eurifr04

1538

NICCOLÒ DEGLI AGOSTINI, Di Ovidio le metamorfosi, cioè trasmutazioni, tradotte dal latino diligentemente in volgar verso, con le sue allegorie, significazioni, e dichiarazioni delle tavole in prosa, X

Testo tratto da: Niccolò degli Agostini, Di Ovidio le metamorfosi, cioè trasmutazioni, tradotte dal latino diligentemente in volgar verso, con le sue allegorie, significazioni, e dichiarazioni delle tavole in prosa, 1538, pp. 111v, 112 , 113r

Libro decimo dove narra di Orpheo e di Euridice

Di Orpheo le nozze achor si celebra

e di Euridice la vaga donzella

a le qual Giuno, e Imeneo n’andaro

per allegrar la sposa inclita, e bella

ma si felicemente non entraro

ne la casa di lei come di quella

d’Iphis entro ciascun di lor con lento

passo, e con cor piu che giamai cotéto.

 

La cagion fu che la facella accesa

che portava Imeneo tutta si estinse

che fu cattivo augurio a quella ipresa

e lei nel volto dipallor si tinse

pur gli ando ogniuna tacita, e sospesa

táto il strano prodigio il cor gli strinse

e finite le feste si partiro

e glinvitati a le lor stanze giro.

 

Fu qsto Orpheo di Thratia il ql sonava

si dolcemente ne l’arguta cetra

ch’ogni fiume ad udirlo si firmava

e moveva ogni selva e ogni pietra

e ogni animal che per quella abitava

e spesso a dipor l’arco, e la pharetra

phebo visto s’avean per star attento

ad ascoltarlo, e cosi in aria il vento.

 

Questo con Euridice la sua sposa

molto felice, e lieto ne vivea

amando quella sopra ogni altra cosa

ma come volse la fortuna rea

essendo un giorno la dama amorosa

andata a spasso ove habitar solea

un nomato Aristeo gentil pastore

il qual era di lei preso di amore.

 

Costui quando la vidi da luntano

andar spasso con le sue compagne

gli venne contra su nun verde piano

come fa il lupo che predar vuol lagne

ma lei sendole quasi giunta in mano

di quello accorta fu quelle campagne

a fuggir comincio gridando forte

per le piu brevi strate e manco torte.

 

Seguendola Aristeo diceva ascoltami

Euridice gentil non mi fuggire

il vago aspetto, e il dolce volto voltami

ch’io no ti seguo per farti morire

tu la mia cara libertade hai toltami

e non ti curi del mio gran martire

del mio dolor di miei sospiri ardenti

che fanno per pieta firmari venti.

 

Euridice percio non l’asgettava

anzi piu che potea se ne fuggiva

e mentre ch’ella cosi in fretta andava

sopra una verdeggiante, e fresca riva

una bissa calco che occulta stava

fra i fiori, e l’herba, si che resto priva

del vital spirito, perche ella la morse

e subito il venen al cor gli corse.

 

Fu riportata la trista novella

a l’orecchi di Orpheo che prestamente

correndo venne la dov’era quella

sopra il pian morta si miseramente

e gli basciava la sua faccia bella

chiamandosi tapin, tristo, e dolente

e dopo molti pianti, e gravi omei

dato la cetra a supplicar gli dei.

 

Che gli volesser render la sua amica

che gli havean tolta con morte si scura

in quel verdeggiante piaggia aprica

si presto ananti il corso di natura

ma vedendosi in van quella fatica

adoperar penso con miglior cura

andar sotterra per il lago averno

a trarla se potra for de l’inferno.

 

Onde ando presto al gra Tenaro monte

e tanto il camminar sollicitoe

che giunse al scuro lago di Caronte

il qual ne la sua cimba lo levoe

e per il dolce suon con lieta fronte

subito a l’altra riva lo portoe

e sopra il lito sol fin a la porta

del gráde iferno ádo senz’altra scorta.

 

Cerbero che di quella e guardiano

se gli fe contra con tre capi scuri

per il passo vietarli, ma fu vano

il suo penser, e suoi latrari duri

che Orpheo pigliádo la sua cehtra i mano

non che la porta ma glinfernal muri

spalancar fece, e con benigna, e grata

accoglienza da quel dargli l’entrata.

 

E come fu dentro l’inferno entrato

ogni spitto maligno di quelloco

da Giove di star sempre condannato

senz asperar di uscirne assai, ne poco

per il sonar di Orpheo fu consolato

ne sentia pena nel ardente foco

fin che egli giuse ob’era il grá Plutone

dinanzi il qual si pose inginocchione.

 

Pluton aveva a lato Proserpina

sendo egli in tribunal sua fida moglie

che di l’opaco inferno era reina

senza esser morta co le mortal spoglie

a i quai Orpheo con la virtu divina

ne la cetra per dir tutte sue doglie

signori comincio del basso fondo

sopra delqual firmato e tutto il modo.

 

Voi che da voi convien la morta gente

che da noi se disparte al fin venire

udite la cagion che di presente

con l’alma unita al corpo unita mi fa gire

pel vostro regno tanto arditamente

nanzi l’ultimo di del mio morire

p ch’io son certo poi che udito avrete

il mio dolor, di me pietade avrete.

 

Non pensate ch’io sia qui per diletto

venuto, e per veder l’inferno come

gia vene il grá Troiá che Enea fu detto

s’io mi raccordo ben di quello il nome

ma son venuto sol per uno effetto

ch’io vi diro con piu dolci idiome

ne la sonora cehtra per placarvi

e a me cari, e fidi amici farvi.

 

Amor e quel che m’ha data la via

e l’ardimento e la forza, e l’ingegno

sol per haver da voi la donna mia

la qual tenete in questo vostro regno

morta anzi il tempo di sua morte ria

p cagio d’un serpete aspro e malegno

che la morse nel piede mentre ch’ella

fuggiva d’Aristeo la furia fella.

 

Ma mi potete di perche non viene

Gli altri p le lor moglie che son morte

Inanti il tempo, e che non si conviene

Venir col corpo in queste vostre porte

In verita ch’io lo conosco bene

Ma amor e ql ch’accio mi ha fatto forte

C’ha tanta possa in seche veramente

Dio vien tenuto da l’humana gente.

 

Ne so se qui tra voi tanto il prezzate

Quato il pzzamo noi, ben chel mi pare

A volern di lui la veritate

Pluto che già l fece inamorare

Di Proserpina piena di beltate

Laqual rapisti senza altro pensare

Pero vi prego che non vi sia grave

Render la donna a me tanto soave.

 

Ne vi la scheggio piu per cosa mia

Ma perche usar la possi qualche fiata

Che ad ogni modo senza dir bugia

Presto a voi tornarem per questa strata

Per laqual morte al fin tutti n’invia

E se da voi lei non mi sera data

Inverita mai non mi partiroe

Di questo loco, e sempre qui staroe.

 

Era al presente Titio, e Isione

Quado il bisogno suo narrava Orpheo

Tantal, Megera, Aletto, e Thesifone

Ne sentina doglia ne tormento reo

Anzi piangeano per con passione

C’havean di queol famoso semideo

Che per la cehtra di dolcezza piena

Non potean sentir alcuna pena

 

Pluto mosso a pieta del suo tormento

Disse dar te la vo con pato tale

Che se te volti per alcun accento

Adietro, mentre pel regno infernale

Serai con ella anchor richiuso drento

Sendo stato cagion d’ogni tuo male

Vo che da tutti noi te sia ritolta

Ne che haver piu la possi un’altra volta.

 

Cosi d’accordo gli diede Euridice

Con laqual s eparti subitamente

Tenendosi per lei lieto, e felice

Piu ch’altro huo vivo fra la morta gete

Ma volendo uscir fuor com’era lice

Del basso inferno si voltoli dolente

Per veder Euridice una sol volta

La qual dananti gli occhi gli fu tolta.

 

Orpheo stese le bracia per pigliare

L’amata donna ma perch’era morta

Mostro de l’amor suo poco curare

E resto de l’inferno ne la porta

Tal che piu non sapendo che si fare

Ne ritrovando alcun che lo conforta

Resto si stanco, affaticato, e lasso

Che manco poco a divenir un sasso.

 

Orpheo ch’era rimasto adolorato

Per la partenza di Euridice bella

Da novo nel inferno ne fu andato

E in vano tento per haver quella

Che Cerbero gli fu sempre ostinato

Ne gli volse l’entrata oscura e fella

Dar dove stette con gridi interrotti

A piangere sette giorni, e setti notti.

 

In nel qual tepo in quel loco selvaggio

L’intento suo doloroso per cibo hebbe

E le lagrime poi per beveraggio

Tato Euridice haver persa gl’increbbe

Pura la fin come prudente, e saggio

Con un martir che dir non si potrebbe

Sul monte Rodopoe sol se n’andoe

E d’india a dietro quel sempre habitoe.

 

Allegoria di Orpheo e Euridice

La presente allegoria di orpheo che andasse all’inferno e che Orpheo fu di Grecia, e fu bello parlatore e molto sapiente, e percio si dice che fu figliuolo di Apollo Dio della sapientia la madre sua fu Calliope musa. Costui prese per moglie una donna chiamata Euridice che tanto vuol dir in Greco quanto profondo, e ragionevole giudicio, laqual metre a spasso per i prati andava, cioe mentre si dilettava delle cose mondane Aristeo che è interpretato mente divina la seguitò: ma l’antico demonio inimico del nostro bene se gli interpose e in forma biscia la uccise. Onde Orpheo privo del buon giudicio scese nello inferno per rihaverla e tanto fece che la racquistò sotto questa legge che egli non si voltasse adietro fin che non era fuora delle porte infernali, cioe piu non si la lasciasse torre dall’inimico: ma lui voltandosi ruppe la legge, per il che gli fu ritolta Euridice, cioè la memoria dalla qual procede il retto giudicio. Onde che Orpheo cominciò a piangere e vedendo non la poter piu riavere da india dietro tutte le donne gli furono sempre a noia, cioè ogni cosa mondana.