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1375-1377

GIOVANNI DE’ BONSIGNORI, Ovidio Metamorphoseos vulgare, X, cap. 1-7

Testo tratto da: Giovanni de’ Bonsignori, Ovidio Metamorphoseos vulgare, (ed. critica a cura di Ardissimo E.), Bologna, 2001, X, cap. 1-7, pp. 473-476

 

Libro decimo de Ovidio nel quale s’aracconta come Iuno ed Imeneo andarono alle nozze de Orfeo, così come fuorono fatte quelle de Ifis e de Iante, el cui testo così incomincia: «Inde per immensum croceo velatus amictu»

Capitulo I

Iuno ed Imineo, dio delle nozze, fuoro alle nozze de Ifis, de cui denanze è ditto, che de femina deventò maschio, la quale aveva per moglie Iante. E fatte che fuorono le nozze sì tornaro a casa loro, deinde appresso andaruno alle nozze de Orfeo e de Euridice, che allora se celebravano; ma non andarono così felicemente come erano andate alle nozze de Ifis, perciò che la fiaccola de Imeneo non potè produre la fiamma, perciò che se spense e facea fume. E devemo notare che, quando li convitati andavano alle nozze, portavano le fiaccole accese o altri lumi, onde la fiaccola de Imeneo facea solo el fume.

 

Come morì Euridice. Capitulo II

Essendo celebrate le nozze, un dì Euridice s’andava sbassando per uno prato, allora uno che era de lei innamorato, chiamato Aristeo, sì come la vialde andò a llei. E vedendolo, cominciò a fugire, e fugendo se scuntrò in uno serpente, il quale la morse in una gamba e così fu invenenata, per lo qual morso subito Euridice morì e l’anima sua andò all’inferno. La qual cosa sapendo Orfeo, suo marito, cominciò a pregare li dii di sopra che lli rendessero la moglie, ma vedendo che non giovava se propuse de andare all’inferno.

 

Come Orfeo andò à l’inferno. Capitulo III

Perduta che Orfeo ave la moglie, deliberò de andare all’inferno e sì andò al monte Tenaro, dove è la via onde se va all’inferno. E lì andò e discese all’inferno, e tanto seppe pregare che passò Cerbero ed andò fino a Pluto ed a Proserpina rapita, e sì come fu denanzi dalli dii de l’inferno, sì cominciò una canzona, nella quale se contenea lo affetto de quello che lli bisognava. E come ave acconce le corde della cetra, incominciò in questa forma cantando a pregare.

 

Come cantava Orfeo sonando denanzi a Pluto. Capitulo IV

«O voi, signori infernali, a cui e sopra cui è fermato el mondo e le genti umane, alla signoria de voi ed al fin loro sono denanzi a voi presentati, io ve dico la cagione perché io, prima che sia sciolta dal corpo l’anima, venni nelli vostri regni. E non crediate ch’io sia venuto per vedere l’inferno, sì come fece Enea, ma io so venuto per la mia moglie, la quale voi avete qui ed è morta per lu morso d’una vipera, e morì prima che dovesse morire. E se voi me dicessimo: “Perché non vengono gli altri per le mogli loro? io respendo e dico che io vorrai bene non essere venuto, ma l’amore me ha costretto a questo venire, imperciò che l’amore è sommo dio appo noi mondani. Non so se appo voi questo amore se conosce sì come fra noi, e ben credo che sì, perciò che tu, Pluto, rapisti Proserpina per amore. E perciò io vi prego, che la me rendiate, non  perché poi ch’ella è morta sia più mia, ma perché io la possa usare alcuno tempo; e ciò dovete fare, perciò che poco tempo starrimo assieme, che vaccio ne verrimo a voi, imperciò che ogni gente vene a voi. E di cove in verità che già mai non me partirò de qui, fin che voi non me lla rendete». E dicendo queste parole dolcemente cantando, era lì presente Tantalo, Isione, Tizio, Belides e Sisifus, costorò fin che Orfeo cantò in l’inferno, non sentiano alcuna pena. Ancora erano presente li Eumenides, Aletto, Megera e Tesifone, costoro fuorono vedute piangere per compassione de Orfeo, le quali già mai per altro tempo non piansero; onde per lo dolce priego Orfeo arave la moglie, cioè Euridice, ed a Orfeo fu posto questo patto e legge.

 

Come Orfeo reave la moglie e come all’uscita de l’inferno la perdette. Capitulo V

Madonna Euridice fu renduta ad Orfeo con questo patto che per fine che Orfeo non fosse de fuora de l’inferno non de dovesse voltare indietro. Orfeo andò con la donna e la donna el seguita va, e quando fu alle cortici de la terra, quasi presso a uscir di fuora, orfeo se voltò indietro, temando che la moglie non fosse stanca, e revoltandose indietro, subito Euridice li fu tolta. Allora Orfeo stese le braccia per pigliarla, ma perch’ella era morta non se curava del marito, elli molto l’amava e per lo dolore Orfeo quasi diventò sasso.      

 

Allegoria e prima esposizione de Orfeo. Segnata per A

Le allegorie del decimo libro sono XIIII; la prima è come Orfeo andò all’inferno. Orfeo fu ale Grecia e fu savissimo uomo e bello parlatore, e perciò se dice che fu figliuolo de Apollo, dio de la sapienza. La madre sua se dice che fu Caliope, musa della eloquenza; costui tolse per moglie una donna chiamata Euridice, e tanto è a dire “euridice” quanto che “profondo e ragionevole giudizio, perciò che profondamente e dirittamente giudicava. Ma essendo questo senno ed andando per lu prato, cioè mentre che se dilettava delle cose mundane, Aristeo, cioè la mente divina, sì la seguitava; allora el serpente, cioè el demonio de l’inferno, sì le diede di morso e sì la uccise. Cio s’intende ch’el demonio tresse Orfeo de la bona via; vedendose Orfeo avere perduto la bona mente, cominciò a pregare dio umilmente, allora questa memoria li fu renduta sotto questa legge, ch’elli non se voltasse indietro, cioè che più non se lassasse tentare al demonio. Ma dice che se voltò indietro, e ruppe la legge, allora li fu ritolta Euridice, cioè la memoria, onde procede el deritto giudicio. Allora Orfeo cominciò a spregiare le donne, cioè ogni cosa mondana li era in dispregio, e combatteano contra de lui, come se dirrà, perché dice che s’era dato ad usare con li gioveni. Ciò s’intende che 'l cominciò virilmente ad operare onde fu morto dalle donne, cioè ch’elli fu morto dal mondo, sì come muoiono li altri nel mondo, e così trovò lo spirito de Euridice, cioè che, levato el velamento del corpo, l’anima retrova la mente, cioè allora è d’ogni cosa chiara.

 

Come Orfeo lassò l’amore delle donne. Capitulo VII

Essendo ritornato Orfeo nella mente, sì discese da capo nell’inferno per riavere Euridice, ed andando arrivò al fiume de Acheronte; el cane portinaio, cioè Cerbero, non lassò passare altra; per la qual cosa Orfeo stette lì sette dì e sette notti senza avere alcuno guiderdone, ma el dolore era a llui cibo e le lagrime erano beveraggio. Ma poi el se partì e salì all’isola de Rodopen e statuì a se medesimo de non usare mai con femina, perciò che della prima li era male intervenuta, overo perch’ello voleva tener fede a Euridice, e nondimeno molte donne lo rechiesero d’amore. Acciò fu costante, che non volse niuna per la qual pratica, dice Ovidio, ch’ello usava con li gioveni e peccò contra natura; costui fu del regno de Tracia.