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2-8 d.C.

PUBLIO OVIDIO NASONE, Metamorfosi, X, vv. 1-77

Testo tratto da: Publio Ovidio Nasone, Metamorfosi, (a cura di Mazzolla P. B.), Einaudi, Torino 1994, X, vv. 1-77, pp. 386-391

Di lì, avvolto nel suo manto color zafferano, Imenèo se ne riandò per il cielo immenso e si diresse verso la terra dei Cìconi, dove vanamente lo invocava la voce di Orfeo. Vanamente, perché Imenèo venne, sì, ma senza le parole rituali, senza letizia in volto, senza segni di buon augurio. Perfino la fiaccola, nella sua mano, stridette fino all’ultimo mandando fumo che faceva piangere, e per quanto agitata non riuscì mai a fiammeggiare. Grave l’auspicio; gravissimo quello che accadde. E infatti la sposa novella,mentre vagava per i prati in compagnia di una schiera di Nàiadi, morì, morsa al tallone da un serpente. Dopo averla debitamente pianta sulla terra, il poeta del Ròdope, per non lasciare nulla d’intentato, nemmeno nell’aldilà, osò discendere fino allo Stige attraverso la porta del Tènaro, e avanzando tra folle svolazzanti, tra i fantasmi dei defunti onorati di sepoltura, si presentò a Persèfone e al signore dello spiacevole regno delle ombre. E facendo vibrare le corde della lira, così prese a dire cantando:«O dei del mondo che sta sottoterra, dove tutti veniamo a ricadere, noi mortali creature, senza distinzione, se posso parlare e se mi permettete di dire la verità, senza i rigiri di chi dice il falso, io non sono disceso qui per visitare il Tartaro buio, né per incatenare i tre colli, ammantatati di serpenti del mostro della stirpe di Medusa. La ragione del mio viaggio è mia moglie, nel cui corpo una vipera calpestata ha iniettato veleno troncandone la giovane esistenza. Avrei voluto voler sopportare, e non posso dire di non avere tentato. Ma Amore ha vinto! È questo un dio ben noto lassù, sulla terra; se anche qui, non so, ma spero di sì; e se non è menzogna quanto si narra di un antico ratto, anche voi foste uniti da Amore. Per questi luoghi paurosi, per i silenzi di questo immenso regno dell’abisso, vi prego, ritessete il filo prematuramente spezzato della vita di Euridice! Tutti quanti vi spettiamo di diritto  e dopo un breve soggiorno di sopra, presto o tardi ci affrettiamo verso questa sede, che è la stessa per tutti. Qui tutti siamo diretti, questa è l’ultima nostra dimora. E il vostro dominio sul genere umano non ha poi più fine. Anche costei sarà vostra quando avrà compiuto fino in fondo il giusto percorso della sua vita: vi prego solo di rimandarmela in prestito. Ma se il destino mi nega questa grazia per la mia consorte, io non voglio riandarmene, no. Così godrete della morte di due!». Piangevano le anime esangui mentre egli diceva queste cose e accompagnava le parole col suono della lira. E Tantalo, non cercò di afferrare l’acqua che rifluendo gli sfuggiva, e la ruota di Issíone si arrestò, attonita, e gli avvoltoi smisero di beccare il fegato, e le nipoti di Belo lasciarono stare le brocche e tu, Sísifo, ti sedesti sul tuo macigno. Si narra che allora per la prima volta s’inumidirono di lacrime le guance alle Furie, commosse dal canto. E né la consorte del re, né il re stesso degli abissi ebbero cuore di opporre un rifiuto a quella preghiera; e chiamarono Euridice. Era essa tra le ombre nuove, e venne avanti con passo lento per la ferita. Orfeo del Ròdope la prese per mano, e insieme ricevette l’ordine di non volgere indietro lo sguardo finché non fosse uscito dalla vallata dell’Averno. Vana altrimenti sarebbe stata la grazia. Si avviarono attraverso muti silenzi per un sentiero in salita, ripido, buoi, immerso in una fitta e fosca nebbia. E ormai non erano lontani dalla superficie, quando, nel timore che lei riscomparisse, e bramoso di rivederla, egli pieno d’amore si voltò. E subito essa riscivolò indietro, e tendendo le braccia cercò convulsamente di aggrapparsi a lui e di essere riafferrata, ma null’altro strinse, infelice, che l’aria sfuggente. E già di nuovo morendo non ebbe parole di rimprovero per il marito (e di che cosa avrebbe dovuto lamentarsi, se non di essere amata?), e gli disse per l’ultima volta addio, un addio che a stento giunse alle sue orecchie. E rifluì di nuovo nell’abisso. Orfeo rimase impietrito, alla seconda morte della moglie: quasi come colui che si spaventò al veder trascinare fuori, incatenato per il collo di mezzo, Cerbero dalle tre teste, e il cui terrore svanì solo quando gli fu svanita la natura di prima, perché divenne dappertutto sasso; o come Òleno che si addossò la colpa e volle passare per reo, e te, sventurata Letèa, troppo spavalda per la tua bellezza: cuori unitissimi un tempo, voi ora siete rocce che si ergono sull’umida Ida. Invano Orfeo scongiurò Caronte e cercò di farsi di  nuovo traghettare: il nocchiero lo scacciò. Per sette giorni, tuttavia, rimase lì accasciato sulla riva, senza toccare alcun dono di Cèrere: dolore, disperazione e lacrime furono il suo unico cibo. Poi, dopo avere inveito contro la crudeltà degli dei dell’Èrebo, si ritirò sull’alto Ròdope e sull’Emo battuto dall’Aquilone.