51: Giove e Ganimede

Titolo: Ratto di Ganimede

Autore: Anton Domenico Gabbiani (1652-1726)

Datazione: 1700

Collocazione: Firenze, Galleria degli Uffici

Committenza: Ferdinando III de Medici (1663-1713)

Tipologia: dipinto

Tecnica: olio su tela (123 x 173 cm)

Soggetto principale: Giove rapisce Ganimede

Soggetto secondario:

Personaggi: Giove (sotto forma di aquila), Ganimede

Attributi: aquila (Giove); aquila (Ganimede)

Contesto: cielo con nubi

Precedenti:

Derivazioni:

Immagini: digilander.libero.it/debibliotheca/Arte/nudo/02860010.JPG

Bibliografia: Bartarelli A., Domenico Gabbiani, in “Rivista d’ arte”, III, 1951- 52, XXVII, p. 130; Chiarini M., Antonio Domenico Gabbiani e i Medici, in “Kunst des Barock in der Toscana”, Munchen 1976, pp. 337-339; Marongiu M., Il mito di Ganimede: prima e dopo Michelangelo, Mandragora, Firenze 2002, p. 114, fig. p. 115.

Annotazioni redazionali: Quest’opera fu realizzata da Anton Domenico Gabbiani artista che ebbe come centro della sua attività Firenze. Dopo aver frequentato lo studio di Giusto Sustermans e Vincenzo Dandini, ottenne nel 1673 da Cosimo III lo stipendio governativo per frequentare l’Accademia Granducale a Roma; tornò a Firenze nel 1680 iniziando una fiorente carriera di decoratore presso i più importanti palazzi cittadini. Egli fu il pittore mediceo per eccellenza, infatti godette del favore e della protezione del Granduca Cosimo III e del suo primogenito, il Gran Principe Ferdinando, divenendo l’artista più ricercato e conteso dalla nobiltà fiorentina. Proprio per Ferdinando de’ Medici, che frequentava spesso il suo studio e che ispirò probabilmente il suo viaggio di aggiornamento a Venezia nel 1699, il Gabbiani dipinse nel 1700 il Ratto di Ganimede. Come ci suggerisce Marco Chiarini (1976), questo è uno dei pochi quadri che abbia conservato la giusta attribuzione. Molto apprezzato anche in gusto ormai quasi neoclassico per i suoi valori formali classicheggianti, tanto da essere esposto agli Uffizi nella stanza dell’Ermafrodito, si narra che perché l’opera “riuscisse perfetta, fece il Gran Principe uccidere a bella posta un’aquila del suo serraglio, e gliela mandò, secondando in tal maniera il di lui genio, che era di cavar tutto dal vero”. Il restauro, sempre come riportato dal Chiarini (1976), ha infatti rivelato nella pittura dell’animale un realismo insolito che si manifesta nella resa accurata dell’anatomia e delle sfumature cromatiche del piumaggio del rapace, del becco e degli artigli, che contrasta con l’idealizzata e convenzionale figura del giovinetto rapito da Giove. Al centro della composizione, in un cielo denso di nubi, è raffigurato il rapimento del giovane Ganimede da parte di Giove, che dopo essersene innamorato a causa della sua straordinaria bellezza, si trasforma in aquila e lo porta sull’Olimpo come narra Ovidio (Ganfc21). Tuttavia, nell’opera non c’è niente che possa portarci a capire quale sarà il futuro del giovane troiano, quello cioè di coppiere degli dei, come avviene invece nel dipinto realizzato da Girolamo da Carpi (Cfr. scheda opera 37) nel quale Ganimede tiene nella mano destra la coppa. Come già aveva fatto Annibale Carracci (Cfr. scheda opera 43) nella Galleria di Palazzo Farnese a Roma, Gabbiani pone Ganimede in diagonale rispetto alla composizione, rompendo la staticità imposta nella scena dalla posizione centrale dell’aquila (Marongiu, 2002).

Giuseppina Colosi