43: Giove e Ganimede

Titolo dell’opera: Ratto di Ganimede

Autore: Annibale Carracci

Datazione: 1598-1601

Collocazione: Roma, Palazzo Farnese, Galleria

Committenza: cardinale Odoardo Farnese (1573-1626)

Tipologia: dipinto parietale

Tecnica: affresco

Soggetto principale: Giove 

Soggetto secondario:

Personaggi: Giove (sotto forma di aquila), Ganimede

Attributi: aquila (Giove); aquila (Ganimede)

Contesto:

Precedenti:

Derivazioni:

Immagini:

Bibliografia: Martin J. R., The Farnese Gallery, Princeton University Press, Princeton 1965, pp. 103-105; Malafarina G., L’opera completa di Annibale Carracci, Rizzoli, Milano 1976, pp. 111-118; Dempsey, C. Annibale Carrache au Palais Farnèse, in Le Palais Farnèse, Ecole francaise de Rome, Roma 1981; Briganti G., Chastel A., Zapperi R., Gli amori degli dei. Nuove indagini sulla Galleria Farnese, Edizioni Dell'Elefante, Roma 1987; Dempsey C., Annibale Carracci: Farnese Gallery, Rome,  G. Braziller, New York 1995; Dempsey C., I Carracci a Palazzo Farnese: la "descriptio" belloriana della Galleria Farnese, in L'idea del bello: viaggio per Roma nel Seicento con Giovan Pietro Bellori, a cura di Borea E., De Luca, Roma 2000, pp. 229-257; Ginzburg Carignani S., Annibale Carracci a Roma. Gli affreschi di Palazzo Farnese,Donzelli, Roma 2000; Ginzburg Carignani S., Sulla datazione e sul significato degli affreschi della Galleria Farnese, in Studi di Storia dell'Arte in onore di Denis Mahon, a cura di Bernardini M.G., Danesi Squarzina S., Strinati C., Electa, Milano 2000, pagg. 95-108; Strinati C., Annibale Carracci, in “Art dossier”, 168, 2001; Loisel C., Annibale Carracci au Palazzo Farnese, in Les cieux en gloire: paradis en trompe-l'oeil pour la Rome baroque, a cura di Olivesi J.M., Ajaccio 2002, pp. 121-133; Pierguidi S., Roma-Palazzo Farnese, in L’arte delle Metamorfosi, Decorazioni mitologiche del Cinquecento, a cura di Cieri Via C., Lithos, Roma 2003, pp. 279-282; Coignard J., La galerie des Carrache au palais Farnèse, in “Connaissance des arts”, 622, 2004, pp. 118-123; Colonna S., La Galleria dei Carracci in Palazzo Farnese a Roma: Eros, Anteros, Età dell'Oro, Gangemi, Roma 2007

Annotazioni redazionali: Nel 1596 Annibale Carracci giunse a Roma su invito del cardinale Odoardo Farnese, che lo chiamò a decorare alcuni ambienti del nobile palazzo di famiglia, il Camerino (1596-1597) e soprattutto la Galleria, ambiente destinato ad accogliere le preziosissime collezioni d’arte della famiglia Farnese. La critica è concorde sul fatto che la commissione fu ordinata in vista delle nozze tra Ranuccio Farnese e Margherita Aldobrandini, nipote del papa Clemente VIII, celebrate il 7 maggio 1600. Complessa è la datazione degli affreschi: per quanto riguarda la volta, eseguita dal solo Annibale con l’aiuto del fratello Agostino, dovrebbe oscillare tra il 1597 e il 1601 (Ginzburg, 2000); per quanto riguarda invece gli affreschi delle pareti, in cui Annibale si avvalse dell’aiuto di vari collaboratori, tra cui Domenichino, Lanfranco, Sisto Badalocchio e il nipote Antonio Carracci, questi furono eseguiti tra il 1603 e il 1605. Attraverso la pittura Annibale simula le architetture e i rilievi, le erme marmoree e i medaglioni bronzei che determinano la struttura all’interno della quale si inseriscono i quadri riportati della volta e delle pareti. Circa il significato degli affreschi della volta, il cui tema di fondo è quello dell’Amore vissuto in tutte le sue forme, e per cui non è mai stato ritrovato un programma iconografico, la critica è ancora molto divisa tra chi ritiene si trattasse di una scelta estetica, quasi un gioco intorno al principio dell’Omnia vincit Amor (Dempsey, 1981; Briganti, 1987; Robertson, 1990; Colonna, 2007), e chi ritiene invece che si trattasse di una rappresentazione allegorica del rapporto tra Amore Celeste e Amore Terrestre (Carignani Ginzburg, 2000). Le tematiche degli affreschi delle pareti registrano un cambio di rotta sia da un punto di vista stilistico, che per quanto concerne il significato, volto a moraleggiare la licenziosità delle tematiche della volta. I contemporanei, tra cui Giovan Pietro Bellori che nelle Vite de' pittori, scultori et architetti moderni (1672) fornì una descrizione ed interpretazione critica degli affreschi, ammirarono l’invenzione e l'armoniosa fusione tra scultura, pittura ed architettura della Galleria, che per varietà compositiva, ricchezza decorativa e illusionismo spaziale anticipa i caratteri della grande decorazione barocca.

L’affresco, raffigurante il rapimento di Ganimede da parte di Giove trasformato in aquila, mostra una composizione il cui modello risale al medesimo soggetto dipinto da Baldassarre Peruzzi (Cfr. scheda opera 25) nella Villa Farnesina agli inizi del secolo precedente; un prototipo che, al pari di quello michelangiolesco, riscuoterà una grande fortuna a partire dalla metà del ‘500 (Cfr. scheda opera 37) fino alla soglia del ‘700 (Cfr. scheda opera 51). Alla frontalità quasi araldica dell’aquila si contrappone l’andamento diagonale del corpo del giovane troiano che, insieme al mantello gonfiato dal vento, rompe la staticità della scena. Ganimede si sorregge abbracciando il collo del rapace e esprime, nello sguardo rivolto ad esso, una pacata rilassatezza, alludendo così allo stretto rapporto che lo unisce al suo rapitore. Il legame amoroso tra Giove e il coppiere degli dei, che sin dall’antichità (Ganfc08) fino a tutto il rinascimento (Ganfr04) era già stato interpretato come sublimazione dell’amore terreno per mezzo dell’amore divino, espungendo dunque le implicazioni omoerotiche della storia, viene ad inserirsi perfettamente nella decorazione della Galleria impostata sulle tematiche amorose rilette in chiave moraleggiante.

Dario Iacolina