38: Giove e Ganimede

Titolo: Ratto di Ganimede

Autore: Lelio Orsi (1511-1587)

Datazione: 1546 ca.

Collocazione: Modena, Galleria Estense, proveniente dalla Rocca di Novellara, Camerino del Ganimede

Committenza: Costanza da Correggio (?-1563)

Tipologia: pittura

Tecnica: affresco (diametro cm. 146)

Soggetto principale: un’aquila rapisce Ganimede

Soggetto secondario: Giove assiso su una nuvola osserva il rapimento insieme a due figure femminili situate in alto a destra

Personaggi: Giove, aquila, Ganimede, due figure femminili

Attributi: aquila, fulmine (Giove); aquila (Ganimede)

Contesto: cielo luminoso

Precedenti:

Derivazioni:

Immagini: http://www.italica.rai.rinascimento/iconografia/prot_368.htm

Bibliografia: Ricci C., Antonio Allegri da Correggio, his Life, his Friends, his Time, London 1896, p. 163; Ricci C., Correggio, Roma 1929, p. 163; Romani V., Lelio Orsi, Aedes Mouratoriana, Modena 1984, pp. 38-41; Monducci E., Pirondini M., Lelio Orsi, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo (Milano) 1987, pp. 80-81; Marongiu M., Il mito di Ganimede:prima e dopo Michelangelo, Mandragora, Firenze 2002, p. 98, fig. p. 99; Cieri via C., L’ arte delle Metamorfosi, Lithos, Roma 2003, pp. 242-243

Annotazioni redazionali: Quest’opera fu realizzata da Lelio Orsi, artista educato tra Mantova e l’Emilia il quale si trasferì a Reggio Emilia nel 1538, dove lasciò diversi cicli di affreschi. Processato e condannato all’esilio perché coinvolto in un fatto di sangue, fu costretto a ritirarsi nella contea di Novellara, suo borgo natale; qui fu accolto nel 1546 da Donna Costanza, reggente la contea dopo la morte del conte Alessandro a nome dei figli Camillo e Alfonso. Le fonti ci dicono che la sua attività principale fu quella di frescante: a lui si deve infatti la realizzazione della decorazione del Camerino del Ganimede, che si trovava nell’appartamento di Donna Costanza al piano terreno della Rocca. Della decorazione fa parte anche l’affresco in esame, staccato e portato su un nuovo supporto di vetroresina e trasferito presso la Galleria estense di Modena. Si sa che l’ottagono era ancora in loco nella volta fino al 1845, anno nel quale venne staccato e riportato su tela per volere di Francesco IV d’ Este da Giovanni Rizzoli da Cento. La prima menzione dell’affresco, come ci suggerisce Vittoria Romani (1984), risale al Diavolio, che vide la decorazione completa ed in loco, prima dello stacco, lasciandone una preziosa descrizione e che, sulla base di alcuni pagamenti, attribuì l’opera al Correggio. Quest’indicazione venne accolta per tutto l’800 ed è soltanto il Ricci (1896) che propose con certezza il nome dell’Orsi accettato definitivamente dal Venturi nel 1933. Nello squarcio luminoso dell’ottagono viene mostrata l’ascesa nell’Olimpo di Ganimede sorretto dall’aquila, inviata da Giove per rapire il giovane di cui si è innamorato, versione del mito che ci viene tramandata da Apuleio (Ganfc30) e Igino (Ganfc32). In effetti qui non è rappresentata la trasformazione di Giove in aquila ma, al contrario sono presenti entrambi, e, dunque il rapace è solo un messaggero: il re degli dei e due figure femminili (Venere e un’ancella secondo quanto pensa Marcella Marongiu, 2002) sono raffigurati mentre aspettano il giovane troiano nelle dimore celesti. L’ornamentazione con putti che giocano tra festoni di frutta, sembra parlarci di un trionfo dell’amore e della gioia di vivere, nonché della fertilità che regola la vita degli uomini. Marcella Marongiu (2002) sostiene che quest’opera pur essendo una reinterpretazione della iconografia michelangiolesca del ratto di Ganimede, più che un carattere allegorico morale sembra essere pervasa da un alone di sensualità; la presenza di Venere, ritratta nella classica posa della toeletta, dovrebbe confermare infatti che Ganimede è stato rapito non tanto per divenire coppiere celeste, quanto per placare l’ardente desiderio amoroso di Giove. Per il gruppo principale dell’opera, cioè Ganimede e l’aquila, Lelio Orsi fu ispirato probabilmente dal disegno donato da Michelangelo a Tommaso de Cavalieri (Cfr. scheda opera 30) che l’artista potrebbe aver conosciuto sia durante un soggiorno a Roma negli anni ’40, che attraverso copie; elementi in comune sono l’atteggiamento completamente abbandonato di Ganimede e l’idea del manto drappeggiato attorno al capo. Un’altra fonte che influenza l’Orsi è Giulio Romano per l’illusionismo dell’ottagono che sfonda il soffitto e si apre al cielo e per l’ardito verticalismo dello scorcio di Giove, ispirati entrambi alla sala di Psiche a Palazzo Te. L’affresco è anche documento essenziale, ma non il solo, per valutare l’innegabile rapporto che in questo momento si stabilisce fra Lelio Orsi e Primaticcio, il quale lavora al castello di Fontainebleau. Molto presto le stampe che divulgano le straordinarie invenzioni di Primaticcio e di Rosso cominciano a circolare in copia. Uno dei temi che incontra più successo, come ci suggerisce Vittoria Romani (1984), è quello del fregio compartimentato introdotto nella Galleria di Francesco I, composto di quadri riportati a parete, legati da unità decorative in stucco, dove domina l’elemento del cartiglio, e dove pittura e stucco si intrecciano in un continuum di natura decorativa. Il fregio compartimentato ed il cartiglio sono presenti entrambi nella produzione dell’Orsi in questi anni, e costituiscono un punto di contatto tra l’artista e la cultura fontainebleauiana.                   

Giuseppina Colosi