37: Giove e Ganimede

Titolo: Ratto di Ganimede

Autore: Girolamo Sellari, detto da Carpi (1501-1556)

Datazione: 1544

Collocazione: Dresda, Staatliche Gemaldegalerie

Committenza: Ercole II d’Este (1508-1559)

Tipologia: dipinto

Tecnica: olio su tela (80 x 145 cm)

Soggetto principale: Giove, sotto forma di aquila, rapisce Ganimede

Soggetto secondario:

Personaggi: Giove (sotto forma di aquila), Ganimede

Attributi: aquila (Giove); aquila, coppa (Ganimede)

Contesto: cielo con nubi

Precedenti:

Derivazioni:

Immagini: http://www.italica.rai.it/index.php?categoria=arte&scheda=trionfo_4

Bibliografia: Serafini A., Girolamo da Carpi pittore e architetto ferrarese (1501-1556), Unione Editrice, Roma 1915, pp. 138-141; Canedy N., Some preparatory drawings by Girolamo da Carpi, in “Burlington Magazine”, CXII, 1970, n. 803, p. 92, fig. 34; Mezzetti A., Girolamo da Ferrara detto da Carpi: l’ opera pittorica, Silvana Editoriale d’ arte, Milano 1977, p. 25, pp. 28-29, p. 75; Marongiu M., Il mito di Ganimede: prima e dopo Michelangelo, Mandragora, Firenze 2002, p. 29, fig. p. 17; Weber G. (a cura di), Il trionfo di Bacco. Capolavori della scuola ferrarese a Dresda, Allemandi, 2002, pp. 135-137; Bentini J. (a cura di), Gli Este a Ferrara una corte nel rinascimento, Silvana Editoriale, Milano 2004, pp. 162-163  

Annotazioni redazionali: Girolamo da Carpi fu artista poliedrico, votato a discipline diverse quali la pittura, la scenografia, l’architettura. Attivo fra Bologna e Ferrara, attratto dal Raffaellismo che allora imperava e soprattutto dalle lusinghe manieristiche del Parmigianino, dipinse su commissione di Ercole II d’Este una serie decorativa di cui facevano parte il Ganimede, il Caso e la Pazienza, e la Galatea(che è il nome dato alla Venere con Amore sulla conchiglia trainata da cigni e accompagnata dal corteggio delle naiadi), per la sala della Pazienza del Palazzo Estense di Ferrara, dove si celebrava, attraverso dipinti di carattere allegorico, la virtù che il duca aveva scelto come proprio emblema. Il documento finale per il pagamento per queste opere è, come ci suggerisce Amalia Mezzetti (1977), datato al 26 gennaio 1544. Il Caso e il Ganimede dovevano decorare le stanze nuove di corte, cioè gli ambienti del Palazzo Ducale cui si accedeva direttamente dalla “via coperta”. Il dipinto con il ratto di Ganimede, passò dal castello estense alla galleria dei duchi di Modena; da qui, in seguito all’acquisto di un gruppo di dipinti della galleria estense da parte di Augusto III di Polonia, entrò a far parte delle collezioni di Dresda nel 1746. Al centro della composizione, sullo sfondo un cielo addensato di nubi, è posta l’aquila, rapace dalla testa grandiosa che, come suggerisce Serafini (1915), è in questo caso più araldica che realistica, in quanto, nonostante le ali spiegate, è evidente che non possa volare impedita da un braccio del rapito. Ganimede stringe nella mano destra un’anfora metallica, simbolo del nuovo ufficio che va ad assumere nell’Olimpo, quello cioè di coppiere degli dei come viene narrato nella versione del mito che ci dà Ovidio nelle sue Metamorfosi (Ganfc21). Norman Canedy (1970) suppone ragionevolmente che il dipinto sia derivato da un disegno perduto del Parmigianino sullo stesso soggetto e lo collega ipoteticamente con il Giudizio di Paride di Marcantonio Raimondi. Gerda Kempter (1980) collocò la composizione di Girolamo da Carpi nell’ambito della tendenza, nata nei primi anni del ‘500, a esplorare le fonti antiche per elaborare il tema di Ganimede. Un ruolo chiave in questa tendenza aveva assunto l’incisione del maestro IB, identificato da J. B. Shaw come Jacopo Ripanda, poiché in questo caso il gruppo nel cielo era stato sviluppato sul modello di un bassorilievo di un sarcofago: Ganimede, afferrato dagli artigli dell’aquila, si librava già in aria, in una posizione quasi sdraiata (Cfr. scheda opera 24). Un disegno che fu attribuito a Polidoro da Caravaggio, ora conservato al British Museum, può essere considerato una variante che va nella direzione dell’opera di Girolamo da Carpi, infatti si tratta di Ganimede sollevato dagli artigli del rapace che viene ripreso di schiena, mentre gira la testa per guardare all’indietro. Canedy (1970) pubblicò un disegno eseguito ad inchiostro acquerellato di Girolamo da Carpi, conservato in collezione privata, che è in stretta relazione con il dipinto di Dresda. La figura sospesa di Ganimede è in un atteggiamento quasi identico, mentre muta la posizione dell’aquila; questa differenza si spiega con il fatto che il disegno fu eseguito prima del dipinto e che quest’ultimo doveva essere adattato ad una collocazione con orientamento orizzontale. Nel dipinto era necessario portare la figura di Ganimede in una posizione più distesa, dare alla mano sinistra un’angolatura pronunciata e girare l’aquila in una posizione più frontale e quindi più araldica. Per realizzare il difficile compito di trasporre un gruppo di figure che vola in cielo in una composizione orientata in senso orizzontale dovevano esserci ragioni importanti, le stesse che vincolarono gli artisti incaricati di decorare le stanze di Ercole II a seguire un programma predefinito. Benché il dipinto, come ci fa notare Weber (2002), sia dello stesso formato di quelli del ciclo delle “fasi del giorno” di Dossi e del Garofalo, e sia stato consegnato contemporaneamente a questi, sembra difficile collocarlo nello stesso contesto iconografico. Il mito di Ganimede non è collegabile al Giorno ma ad altri significati. Fin dall’antichità il giovane troiano aveva la doppia funzione di coppiere degli dei e di segno zodiacale dell’Acquario, divenendo così simbolo di fertilità e di crescita. Un altro connotato era quello dell’omosessualità ma la relazione fra Giove Ganimede era anche interpretata come amore platonico e trascendente, e quindi il rapimento veniva anche inteso come ascesa dell’anima pura verso Dio. Proprio questa ambivalenza fu espressa da Andrea Alciati nei sui Emblemata del 1531: nell’epigramma In deo laetandum, e cioè Letizia in Dio, nega l’idea che nella divinità possa esserci amore per questo ragazzo (Ganfr04). Alciati interpreta il racconto nel senso di Omero, come allegoria della letizia in Dio vissuta da colui che è teso verso il soprannaturale. L’idea di Alciati che visse a Ferrara tra il 1542 e il 1546 spiega come mai il tema venne inserito nel programma decorativo delle “stanzie nove di corte”. Visto nel contesto insieme ad altri dipinti mitologici, soprattutto con il grande Baccanale del Garofalo, Ganimede diventa simbolo di una vita allegra e festosa, da ricondurre, dal momento che l’aquila è araldica, direttamente alla corte di Ercole II d’Este. Serafini (1915) trova, infine, delle corrispondenze tra il Ganimede e il Caso, secondo lui infatti, il piede destro del Ganimede corrisponde esattamente a quello sinistro del Caso, i capelli sono disegnati rapidamente come boccoli simili a fiamme ed il chiaroscuro si ripete nelle due pitture.

Giuseppina Colosi