24: Giove e Ganimede

Titolo dell’opera: Ratto di Ganimede

Autore: Maestro I.B. e l’ uccello (Giovan Battista Palumba?)

Datazione: 1505-1515

Collocazione: New York, Metropolitan Museum

Committenza:

Tipologia: incisione

Tecnica: xilografia (35,8 x 24,9 cm)

Soggetto principale: Giove, sotto forma di aquila, rapisce Ganimede

Soggetto secondario: i servitori osservano il rapimento mentre sono intenti alla caccia

Personaggi: Ganimede, Giove (sotto forma di aquila), servitori

Attributi: aquila, servitori, cani (Ganimede); aquila (Giove)

Contesto: scena all’aperto

Precedenti:

Derivazioni:

Immagini: http://www.metmuseum.org/toah/hd/lovr/ho_25.2.9.htm#

Bibliografia: Piccininni R., Il mito di Ganimede in ambiente veneto fra ‘400 e ‘500, in Giorgione e la cultura veneta tra ‘400 e ‘500: mito, allegoria, analisi iconologica, De Luca, Roma 1981, pp. 149-154; Zucker M., The illustrated Bartsch, vol. 25, Early Italian Master. Commentary, Abaris books, New York 1984; Massari S., Negri Arnoldi F., Arte e scienza dell’incisione da Maso Finiguerra a Picasso, Carocci, Roma 1987; Marongiu M., Il mito di Ganimede: prima e dopo Michelangelo, Mandragora, Firenze 2002, p. 62

Annotazioni redazionali: La suggestiva xilografia è monogrammata dal Maestro I.B., riconosciuto da Oberhuber nel 1973 con Giovan Battista Palumba, pittore, incisore, disegnatore di xilografie attivo nel primo quarto del Cinquecento nell’Italia settentrionale, specie in ambito veneto. Partendo da questa appartenenza geografica, Piccininni ha letto il mito di Ganimede illustrato dalla xilografia alla luce delle teorie neoplatoniche ficiniane. Ganimede, al centro dell’immagine, è portato in cielo dall’aquila, che sembra quasi tenere in braccio il giovane spaventato. Più in basso sono rappresentati due personaggi, dei quali uno a cavallo, che volgono lo sguardo verso quanto accade in cielo; più in basso e a sinistra due uomini badano ai cani e al cavallo di Ganimede. Tutti questi personaggi maschili sono caratterizzati come cacciatori, per la presenza dei corni da caccia, della selvaggina e dei cani intenti a lanciarsi contro le prede. Sullo sfondo compare in pieno svolgimento una scena di caccia. Le fonti classiche che fanno particolare riferimento a Ganimede come cacciatore e alla presenza dei compagni di caccia, sono Virgilio nell’Eneide (Ganfc17) e Stazio nella Tebaide (Ganfc25). In primo piano il paesaggio è brullo e sassoso sulla sinistra, mentre sulla destra compare un boschetto. Sullo sfondo è presente un paesaggio lagunare con una città e due navi ancorate in riva al mare; questo rimando iconografico ad un paesaggio marino trova riscontro in Fulgenzio nelle Mithologiae (Ganfm01) e in Boccaccio nella Genealogia Deorum Gentilium (Ganfm11), nei quali si narra del rapimento del giovane ad opera di Giove durante una battaglia navale, in cui il dio si serviva di una imbarcazione che aveva come insegna l’aquila. Altra fonte testuale che permette di leggere il mito di Ganimede in chiave neoplatonica è il Commento sopra la Commedia di Dante Alighieri di Cristoforo Landino (Ganfr01). Ganimede è assimilato alla mente umana sommamente amata da Giove; i servitori sono invece simbolicamente rappresentanti della natura vegetativa e sensitiva dell’uomo. Giove interviene attraverso il ratto a strappare, astrarre la mente umana dal corpo elevandola alla contemplazione dei misteri del cielo. Piccininni sottolinea come nell’incisione del Palumba l’elemento della caccia sia particolarmente enfatizzato, comparendo più volte all’interno della scena, sia come atto in svolgimento in secondo piano, che come attività interrotta dal rapimento del giovane. La caccia si presenta come simbolo della vita attiva, bloccata dal ratto di Ganimede, che si configura come momento di riflessione e contemplazione. Si prefigura in questo modo una contrapposizione tra la vita attiva e la vita contemplativa. A sottolineare l’importanza della condizione di stasi, di riposo dalla vita attiva nel mito di Ganimede, Piccininni cita la volgarizzazione delle Metamorfosi ovidiane fatta dal Dolce nel 1533 (Ganfr05), nel quale si narra del riposo del giovane sfinito dopo una battuta di caccia. Nelle teorie neoplatoniche la contemplazione è considerato lo stato più adatto all’elevazione dell’anima, che raggiunge l’estasi grazie alla contemplazione della bellezza, la quale permette la sublimazione dell’amore. Ecco dunque che il ratto di Ganimede, giovane bellissimo amato da Giove, si pone come momento di elevazione e sublimazione della voluptas, simbolicamente visibile nel paesaggio brullo dal quale fisicamente egli si allontana, avvicinandosi al bosco frondoso.

Sara Piselli