20: Giove e Ganimede

Titolo dell’opera: Giove

Autore: incerto

Datazione: 1465 ca.

Collocazione: Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale

Committenza: incerta

Tipologia: incisione

Tecnica: bulino (180 x 99 mm)

Soggetto principale: Giove assiso in una mandorla

Soggetto secondario:

Personaggi: Giove

Attributi: aquila, Ganimede, corona, freccia-saetta (Giove)

Contesto: scena all’aperto

Precedenti:

Derivazioni: Ludovico Lazzarelli, De Gentilium Deorum Imaginibus, XV sec., Roma Bibl. Ap. Vat.

Immagini:

Bibliografia: Ambesi A. C., I tarocchi del Mantegna, in “L’Esopo”, 3, 1981, n.12, pp. 49-63; Piccinni R., Il mito di Ganimede in ambiente veneto fra ‘400 e ‘500, in “Giorgione e la cultura veneta tra ‘400 e ‘500: mito, allegoria, analisi iconologia”, De Luca, Roma 1981, p. 149; Cieri Via C., I Tarocchi cosiddetti del “Mantegna”: Origine, significato e fortuna di un ciclo di immagini, in “I tarocchi: gioco e magia alla corte degli Estensi” a cura di Berti G. e Vitali A., Nuova Alfa, Bologna 1987, pp. 49-70; Marongiu M., Il mito di Ganimede: prima e dopo Michelangelo, Mandragora, Firenze 2002, p. 58; Berti G., I cosiddetti Tarocchi del Mantegna, in “A casa di Andrea Mantegna: cultura artistica a Mantova nel Quattrocento”, Silvana, Cinisello Balsamo 2006, pp. 298-307

Annotazioni redazionali: I cosiddetti “Tarocchi del Mantegna” sono una serie di 50 incisioni divise in cinque gruppi identificati da lettere e numeri romani ed arabi: le condizioni umane, Apollo e le Muse, le arti liberali, i principi cosmici e le virtù ed, infine, i corpi celesti. Le incisioni furono probabilmente realizzate intorno al 1465, a Ferrara o a Mantova, da un’artista legato all’ambiente padano-veneto. Tuttora incerta è la funzione e il significato di queste incisioni, che si discostano dai tarocchi per il loro numero ridotto e per i soggetti raffigurati. Diverse sono state le interpretazioni date: da semplice passatempo aristocratico a gioco didattico, ma tutte tendono ad evidenziare nelle immagini il carattere dell’enciclopedismo tardo medievale. La serie, infatti, aprendosi con la più bassa delle condizioni umane, e concludendosi con la “Prima Causa” dell’universo, ripropone attraverso le immagini la gerarchia che governava il mondo fisico e sociale dell’epoca. La carta numero 46 rappresenta il pianeta Giove. Il re degli dei è mostrato assiso all’interno di una mandorla, sulla cui sommità è posta un’aquila dalle ali spiegate. Ai suoi piedi è seduto Ganimede, abbigliato con vesti moderne e identificabile in quanto messo in relazione con l’aquila e il dio stesso. Infatti il fanciullo compare nell’incisione come semplice attributo del personaggio principale e subordinato ad esso insieme al rapace. L’iconografia di questa carta è fortemente debitrice delle miniature contenute in alcuni manoscritti tardo medievali (Ovide moralisé e Libellus) e del testo del Libellus de imaginibus deorum, risalente al principio del ‘400. L’incisione, come la miniatura del Libellus, presenta nell’iconografia di Giove una commistione di elementi classici e medievali. Accanto agli attributi tradizionali, quali l’aquila, Giove ne presenta altri estranei all’iconografia antica e caratteristici del potere regale medievale. Il re degli dei è raffigurato come un re contemporaneo, con indosso corona e mantello. Nella mano destra impugna una freccia rivolta verso il basso, riprendendo solo in parte il testo del Libellus in cui Giove è colto nell’ “atto di scagliare con la destra i fulmini in basso dove sono i Titani a lui soggetti”. I soldati in armatura moderna, disposti sul terreno ai lati della mandorla, sono da identificare proprio con i Giganti, sconfitti in seguito alla loro rivolta. La mandorla che fa da trono a Giove è un motivo iconografico utilizzato nella rappresentazione della Resurrezione e dell’Ascensione di Cristo e ciò evidenzia come il processo di cristianizzazione del repertorio mitologico, in atto nei testi e nell’arte del periodo tardo-antico, perduri ancora nella seconda metà del XV secolo. La presenza di Ganimede può essere letta anche in relazione alla mandorla stessa e all’interpretazione del mito che vede nel rapimento del giovane il simbolo dell’elevazione dell’anima a Dio.

Dario Iacolina