16: Giove e Ganimede

Titolo dell’opera: Ratto di Ganimede

Autore:

Datazione: 1120-1138

Collocazione: Vezèlay, Basilica di Santa Maria Maddalena, lato sud della navata, pilastro della prima arcata da ovest, faccia sud del capitello

Committenza:

Tipologia: scultura

Tecnica: scultura in pietra

Soggetto principale: Giove, sotto forma di aquila, rapisce Ganimede e il cane

Soggetto secondario: una figura maschile sulla sinistra tenta di opporsi al rapimento; sulla destra una figura demoniaca

Personaggi: Giove (sotto forma di aquila), Ganimede, cane, personaggio maschile, demonio

Attributi: aquila, cane (Ganimede); aquila (Giove)

Contesto:

Precedenti:

Derivazioni:

Immagini: http://images.library.pitt.edu/cgi-bin/i/image/image-idx?c=vezelay&page=index

Bibliografia: Forsyth I., The Ganymede Capital in Vezèlay, in “Gesta”, 15, 1976, 1/2, pp. 241-246; Saulnier L., Sculpture oublièe de Vezèlay. Catalogue du Musèe lapadaire, Ginevra 1984, pp. 112-115; Claudel P., Vezèlay: la basilica di Santa Maria Maddalena, Offset Grafica, Ospedaletto 1999

Annotazioni redazionali: L’iconografia e il significato legato a questo capitello ci permette di analizzare e conoscere l’uso originale di un mito come quello di Ganimede, riletto partendo da fonti classiche e medievali, come una declinazione della cultura cluniacense promossa da Pietro il Venerabile nel XII secolo. Questa particolare lettura è stata promossa dalla studiosa J. Forsyth nel 1976. Il capitello in pietra presenta come soggetto primario il rapimento di Ganimede da parte dell’aquila di Giove. Ganimede, rappresentato a testa in giù, è stretto dalla presa del becco dell’aquila, abbigliato in abiti contemporanei; il suo viso esprime paura. L’aquila con le zampe afferra il cane, attributo del giovane cacciatore. Sulla sinistra è presente una figura maschile, il servitore, che alza le braccia al cielo per opporsi vanamente al ratto. J. Adehmar ha individuato per questi elementi iconografici la derivazione dal passo virgiliano afferente al ratto di Ganimede nel V libro dell’ Eneide (Ganfc17). Se si guarda alla destra del gruppo si può individuare un ulteriore personaggio: alle spalle dell’aquila viene rappresentato un demone che si porta le mani alla bocca. Per questa figura la Forsyth ha proposto il collegamento tra il tema di Ganimede, simbolo dell’amore omoerotico, con alcuni testi ecclesiastici dell’XI secolo. In particolare ci si riferisce al Polycratus di John of Salisbury del 1059 circa, il quale fu vescovo di Chartres; nello scritto in questione l’autore dimostra di essere a conoscenza della tradizione antica del mito, giudicando come profondamente illecito e pericoloso il rapporto tra Giove e il giovanetto troiano (collegandosi al pensiero platonico delle Leggi), lasciando emergere la profonda preoccupazione della Chiesa circa il problema della pederastia. Altro testo citato a riguardo dalla studiosa è il Liber Gomorrhianus di S. Pietro Damiano, risalente circa al 1049, dedicato quasi interamente al problema delle perversioni sessuali in seno al clero, e in particolare all’omosessualità. Particolare biasimo è addotto a quegli ecclesiastici che corrompono i propri discepoli. Il problema della corruzione dei minori da parte dei monaci e degli ecclesiastici era fortemente sentito nel periodo attorno al XII secolo. Fu con la riforma cluniacense che si giunse alla revisione degli aspetti più mondani della vita monastica, con l’introduzione di forti restrizioni. La Forsyth cita due statuti promulgati da Pietro il Venerabile riguardanti gli “oblati”, ovvero coloro che venivano consacrati a Dio sin dall’infanzia per offerta dei genitori, ad un monastero o a un convento, o più generalmente coloro che per sentimento religioso, o costretti dal bisogno di sostentamento o protezione, entravano a far parte di monasteri assoggettandovisi con riti che richiamavano quelli della dedizione in servitù. La pratica dell’oblazione venne duramente criticata dai benedettini. Pietro il Venerabile ridusse il numero degli oblati ammessi nelle comunità monastiche; nel suo De miraculis è presente l’ammonimento a non molestare i giovani. In particolare ricorre nel testo la presenza di un demone che induce il maestro a sedurre il giovane. Alla luce di questo brano la Forsyth lega il capitello ad un simbolismo ammonitore nei riguardi della specifica problematica. Come ammonimento ai benedettini di Vezelay la rappresentazione di Ganimede potrebbe significare simbolicamente l’intervento diretto del demonio nella vita dei monaci tramite le pratiche omoerotiche, cui si riferisce chiaramente il mito classico di Ganimede. Il giovane amato da Giove viene a rappresentare simbolicamente l’oblato, l’aquila diviene una metafora per quei monaci che invece vogliono pregare e salvare Ganimede, dalla rapacità degli agguati demoniaci. Il mito di Ganimede nel contesto cristiano-benedettino non è ancora del tutto moralizzato, poiché la storia antica funzionava come avvertimento alla comunità. Non esistono prove sufficienti per designare Pietro il Venerabile come ideatore del messaggio iconografico del capitello; tuttavia, il suo ruolo nell’abbazia di Vezelay come priore negli anni immediatamente precedenti al 1122 può suggerirci la possibilità che egli abbia avanzato l’idea di utilizzare il mito pagano di Ganimede come costante segnale d’allarme alla comunità cristiana di resistere alla tentazione indotta dal demonio, che sempre insidiosa pende su di essa.

Sara Piselli