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GIOVANNI ANDREA DELL’ANGUILLARA, Delle Metamorfosi d’Ovidio ridotte in ottava rima, libro ottavo, p. 138

 

Vinto ch’ebbe Teseo l’alto periglio,

E dal tributo liberata Athene;

Dedalo havendo in odio il lungo esiglio,

E Creta, e’l Re Ditteo, che ve’l ritiene;

A’ pensar cominciò, con qual consiglio

Potrebbe torsi alle Cretensi arene,

Che’l Re l’amò per lo suo raro ingegno,

Ne’l volle mai lasciar partir del regno.

 

Dedalo già da la Palladia terra

Fu d’un sublime ingegno al mondo dato,

E ià battè d’un’alta rocca in terra

Un fanciul d’una sua sorella nato:

Ma non volle però mandar sotterra

Tanto alto ingegno l’Attico Senato;

Ma la debita pena moderando,

Gli diè da la città perpetuo bando.

 

Era il regno di Creta allhora amico,

E collegato à l’Attico governo,

Ch’Athene anchor con animo nemico

Androgeo non havea dato à l’inferno.

Hor dovendo lasciare il seggio antico

Dedalo, e gire in un paese esterno,

Pensò d’andare à la Cretense corte,

E presso à tanto Re tentar la sorte.

 

[…]

 

Del poco cupo mar vicino al lido

Piangendo il fabro il suo fanciul tolse,

E l’isola, ove il suo funebre nido

Fondogli, il nome anchor d’Icaro volse.

Mentre il chiudea nel marmo, allegra un grido

Una starna, che’l vide in aria, sciolse:

Ne sol di tanto mal si mosse à pieta,

Ma mostrò à molti segni esserne lieta.

 

Ben con ragion de tuoi pianti funesti

S’allegra quell’augel, che t’ode, e vede,

Dedalo, che sai quanto l’offendesti,

E quanta infamia il mondo te ne diede.

Ben ti sovien, che già un nipote havesti,

Che fidò tua sorella à la tua fede.

Quest’è l’augel, che del tuo mal si gode,

Per la tua crudeltà, per la tua frode.

 

Mostrò questo fugliuol si raro ingegno,

Che diè la madre al fabro ingiusto, e rio,

Ch’ogn’un facea giudicio, che più degno

Stato faria del suo maestro, e zio.

Dodici volte stato era nel segno

Del suo ascendente il luminoso Dio,

Quando ei fu dato al zio crudele in mano,

Perch’apprendesse l’arte di Vulcano.

 

Si bene in breve il buon fanciullo intese

La forza de la lima, e del martello,

Che fe stupir il mastro ogni hor, ch’intese

Gli occhi nel suo lavor pregiato, e bello.

Ma quel, che l’empio zio d’invidia accese,

E contra il sangue proprio il fe rubello;

Fur due, ch’uscir del fanciullesco senno,

Stormenti ignoti al fabro anchor di Lenno.

 

Nota più volte la dentata spina,

Che nel mezzo del dosso il pesce fende,

E con la mente sua quasi divina

A’ quel, che può servir, l’essempio intende.

Al fin dà lieto il foco à la fucina,

Poi con la force il ferro acceso prende:

Sopra l’incude poi tanto il castiga,

Che’l fa venire in forma d’una riga.

 

Poi con la dotta, e industriosa lima

Vi va formando un dopo l’altro il dente.

La tempra indi gli dà, che idonea stima,

E ne l’onde il fa entrar rosso, e lucente.

Su qualche debil legno il prova prima,

E trova, che’l suo ingegno à lui non mente.

Anzi, che tal virtù del suo dente have,

Che sega il sasso, e la nodosa trave.

 

Due ferri eguali poi da una capo avinse,

Che la forma tenean quasi del chiodo,

E dal lato più grosso in un gli strinse,

Con un soave, e maestrevol nodo.

Co i lati acuti il cerchio poi dipinse,

E di farlo perfetto aperse il modo,

Tenendo di quei due stabile un corno,

E con l’altro tirando il cerchio intorno.

 

Verso il maestro suo tutto contento

Il semplice fanciullo affretta il passo,

Per palesargli il nobile stormento,

Che parte agevolmente il legno, e’l sasso.

E, perche vegga come in un momento,

Può far perfetto il cerchio co’l compasso:

E dove haverne honore, e lode intese,

D’invidia, e crudeltate il fabro accese.

 

L’invidia il core al zio distrugge, e rode,

Che vede ben, che’l suo veloce ingegno

Havrà maggior honor co’l tempo, e lode

Di lui, ch’allhor tenuto era il più degno.

Pur loda il suo discipulo, e con frode

Cerca di darlo al sotterraneo regno.

Ne la rocca di Palla un dì l’afferra,

E da la maggior cima il getta in terra.

 

Ma Palla, ch’ama ogni raro intelletto,

Che cerca dar qualche nov’arte al mondo,

Li cangiò in aria il suo primiero aspetto,

Perche non gisse à ritrovare il fondo.

E vestendo di piume il braccio, e’l petto,

Sostenne in aria il suo terrestre pondo.

E del veloce ingegno il raro acume

Fe trasportar ne’ piedi, e ne le piume.

 

Perdice pria, che trasformasse il ciglio,

Nomosi, e’l proprio nome anchor poi tenne.

E, perche le sovien del suo periglio,

Non osa troppo al ciel levar le penne.

Il nido suo dal rostro, e da l’artiglio

Fatto l’abete altier mai non sostenne.

Teme i troppo elevati arbori, e l’uova

In terra entro à le siepi asconde, e cova.

 

Sì che se s’allegrò del crudo scempio

La starna, che’l dolor del fabro udio,

N’hebbe cagion, che fu ver lei troppo empio,

Mentre ella fu fanciullo, il crudo zio.

Poi che’l padre fe dir l’essequie al tempio,

Quanto al primo camin cangiò desio,

E ver l’isola pia prese la strada,

Ch’altera è anchor de la più nobil biada.