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LODOVICO DOLCE, Le Trasformazioni, Canto decimosettimo, p. 174

 

Indi volgendo a basso gli occhi, vede

Nel mar del figlio le cadute penne.

Se stesso accusa, e in terra pone il piede

Col corpo, che nel ciel mal si sostenne;

A cui piangendo sepoltura diede:

Ma sopra un’Elce una Pernice venne,

Ch’a quel, ch’esso facea, ponendo mente,

Scosse le piume, e cantò lietamente.

 

Mostrò molto l’Augel di rallegrarsi

Del dolor, che vedea, che lo molesta:

E bene havea cagion di dimostrarsi

Allegro del suo male, e di far festa,

Che pria c’havesse in tal forma a cangiarsi

Fu questa, ch’era alhor Pernice, questa

Un fanciul suo nipote; che dotato

Era d’ingegno, e per virtù lodato.

 

Però, che ne l’età semplice e pura,

Ch’io stimo dodici anni non passasse,

Sendo messo il fanciul sotto la cura

Del dotto zio, perche virtù imparasse;

Egli d’un pesce da la spina dura

L’esempio del compor la Sega trasse;

E due ferri accompiando ad un sol nodo,

Del Compasso trovò l’ordine e’l modo,

 

In guisa, ch’una parte stando ferma,

Aggirandosi l’altra un cerchio mena.

Ma Invidia, che ben sano animo inferma,

E spesso col suo tosco l’avelena,

Fa, che dentro’l suo cor Dedalo afferma

Che’l fanciul sua virtù chiara e serena

Dovea offuscar: e cosi a dentro il tocca,

Ch’un giorno lo gittò d’un’alta Rocca:

 

Et a la madre sua, ch’era caduto

Finse, e purgò se stesso del suo errore.

Pallade, che solea porgere aiuto

A gli huomini d’ingegno e di valore,

Poi ch’a tempo non l’hebbe sovvenuto,

Fece al miser fanciullo un altro honore,

 

Che lo cangiò in Augel, che serba ancora

L’istesso nome, ch’ei teneva alhora.

 

Il vigor de l’ingegno andò in prestezza

D’ali e di piedi. È ver, che non ardisce

Di volar troppo in alto: che l’altezza

De la caduta ancor l’impaurisce;

Ma di poco volar prende vaghezza

Presso al terreno: e là, dove fiorisce

Piu folto siepe, ivi fa il nido; e cova

Ivi per naturale istinto l’uova.