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2-8 d.C.

OVIDIO, Metamorfosi, VIII, 236-262

Mentre Dedalo tumulava il corpo dello sventurato figliolo, dal bordo di un fosso fangoso una pernice ciarliera lo scorse e batté le ali e trillò dalla gioia. Ancora era un esemplare unico, negli anni prima non si era mai vista, poiché era un uccello nuovo: nuovo, ma per te, o Dedalo, perenne accusa vivente. E infatti tua sorella, senza immaginare cosa sarebbe accaduto, ti aveva affidato il suo rampollo perché tu lo istruissi, un fanciullo che aveva compiuto dodici anni, sveglio e capace. Questi, tra l’altro, notate le lische nel corpo dei pesci, le prese a modello e intagliò in una lama affilata una serie di denti e così inventò la sega. Fu anche il primo a congiungere due aste metalliche ad un unico pernio, in modo che, rimanendo fissa tra loro la distanza, una stesse ferma su un punto e l’altra descrivesse un cerchio. Dedalo fu preso dall’invidia e lo buttò giù dalla sacra rocca di Pallade, raccontando poi che era caduto. Ma Pallade, che protegge le persone di talento, sostenne il giovinetto e lo trasformò in un uccello rivestendolo di piume mentre era ancora per aria. La prontezza dell’intelligenza passò nelle ali e nelle zampe, il nome rimase quello di prima. E tuttavia quest’uccello non si innalza molto da terra, né fa il nido tra i rami e sulle cime degli alberi; svolazza radendo il suolo e depone le uova nelle siepi, e memore dell’antica caduta ha paura di andare in alto.