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2-8 d.C.

OVIDIO, Metamorfosi, libro VIII, vv. 270- 546

Traduzione da: Ovidio, Metamorfosi, a cura di Bernardini Marzolla P. , Einaudi tascabili, Torino 1994, pp. 307-321.

La fama errabonda aveva sparso per la città dell’Argolide la notizia dell’impresa, e le popolazioni stanziate nella ricca Grecia venivano a implorare l’aiuto di Teseo, quando correvano qualche grande pericolo. E il suo aiuto chiese, con preghiere angosciate, anche Calidone, che pure aveva già uno come Meleagro. Causa della richiesta era un cinghiale, strumento di vendetta di Diana incollerita. Si racconta infatti che Eneo, essendo stata l’annata straordinariamente buona, aveva offerto primizie di messi a Cèrere, vino –dono di Bacco- a Bacco, e succo d’oliva alla bionda Minerva. Onorate le divinità campestri, un ambito omaggio fu reso anche a tutti gli altri dèi; solo gli altari della figlia di Latona, si dice, furono dimenticati e rimasero senza incenso. L’ira prende anche gli dèi. “Non lasceremo davvero impunita questa offesa! Si dirà che non siamo state onorate, ma non che non ci siamo vendicate!”, esclamo Diana. E per vendicarsi dello spregio mandò nei campi di Eneo un cinghiale, grande quanto non sono i tori dell’erboso Epiro, più grande dei tori delle campagne siciliane. Gli occhi scintillano, di fuoco e sangue, il collo possente è arruffato, le setole stan dritte come rigidi aculei; bava ribollente scorre con roco sfrigolio sul vasto petto, le zanne sembrano d’elefante indiano, fulmineo e grugno, il fiato brucia le frasche. E questo, ora calpesta le colture germogliati, in erba, ora falcia le speranze mature del contadino, che piangerà, soffiandogli il pane sulla spiga: invano le aie, invano i granai attendono il raccolto, che pure sembrava sicuro. Fa strage di lunghi tralci e di grosse pigne, di rami d’olivo sempreverde e di olive. E infuria anche contro le greggi: non c’è pastore o cane che possa difenderle, non c’è truce toro che possa difendere le mandrie. La popolazione scappa, e solo dentro le mura della città si sente al sicuro, finché Meleagro e tutta una scelta schiera  di giovani bramosi di gloria non organizzano una spedizione: i due gemelli figli di Tìndaro, uno bravissimo nel pugilato, l’altro nell’equitazione, e Giasone ideatore della prima nave, e Teseo con Pirìtoo, perfetta intesa, e i due figli di Tèstio, e Linceo e il veloce Ida, rampolli di Afareo, e Cèneo ormai non è più femmina, e il fiero Leucippo e Acasto valente nel tirare la lancia, e Ippòtoo e Driante e Fenice figlio d’Amintore, e i gemelli figli di Actore, e Fileo venuto dall’Elide; e non mancavano Telamone e colui che procreò il grande Achille, e con il figlio di Ferite, e con Iolao del paese degli Ianti, Eurizione vigoroso ed Echìone imbattibile nella corsa, e Lèlege di Narice e Panopeo e Ileo e il fiero Ippaso, e Nèstore ancora in verde età, e quelli che Ippocoonte mandò dall’antica Amìcle, e il suocero di Penèlope con Ancèo di Parràsia, e il figlio di Ampice, indovino, e il figlio di Ecleo, che ancora non aveva da temere la moglie, e Atalanta di Tegea, gloria dei boschi del Linceo. Costei portava una veste fermata in alto da una lucida fibbia, capelli disadorni raccolti in un unico nodo; appesa alla spalla sinistra tintinnava una custodia d’avorio per le frecce, e anche stringeva nella mano sinistra un arco. Così era abbigliata, e ben potevi dirla fanciulla dall’aspetto di fanciullo, fanciullo dall’aspetto di fanciulla. Meleagro, l’eroe di Calidone, non fece in tempo a vederla, che la desiderò, sebbene il dio fosse contrario, e s’infiammò segretamente, e disse: “Oh beato l’uomo, se uno mai ce ne sarà, che essa si degnerà di sposare!”. Non ebbe il tempo né l’ardire di aggiungere altro. Più grande impresa premeva: la rande caccia. Un bosco fitto di tronchi, che mai nessuno nei secoli aveva sfrondato, cominciava dal piano e saliva dominando di striscio la campagna. Gli uomini, quando giunsero qui, alcuni tesero delle reti, altri tolsero i guinzagli ai cani, altri ancora si misero a seguire le orme impresse sul terreno, smaniosi di scovare, con loro pericolo, il mostro. C’era una valle, e conca, dove usavano confluire i rivoli dell’acqua piovana. Il fondo, paludoso, era invaso da flessibili salci, tenere alghe, giunchi e vimini e piccole canne sovrastate da canne più alte. Da qui stanato, il cinghiale si butta con impeto in mezzo ai cacciatori, come lampo che sprizza da nubi che si scontrano. Fa strage di piante nella sua corsa, sconquassa la selva con fracasso. I giovani levano grida e tengono protese con mano ferma le lance dalla larga punta luccicante. Quello si avventa e sbrana ogni cane che osi opporsi alla sua furia e sbaraglia la muta latrante con zannate di sbieco. La prima lancia, scagliata dal braccio di Echìone, andò a vuoto  e scalfì leggermente il tronco di un acero. La seconda, se chi la scagliò non ci avesse messo troppa forza, parve per un attimo doversi conficcare nel dorso, come volevasi, ma finì più lontano; autore del tiro: Giasone di Pàgase. “Febo, -disse allora il figlio di Ampice,- se ti ho sempre onorato e se ti onoro, concedimi di colpire il bersaglio con un tiro preciso!”. Per quel che poté, il dio esaudì la preghiera: il cinghiale fu colpito, ma non rimase ferito; Diana aveva sfilato il ferro alla lancia in volo: arrivò il legno, senza la punta. La belva, provocata, si arrabbia, diventa tutta fuoco, come il fulmine: manda scintille dagli occhi, anche dal petto sbuffa fiamme, e come il macigno scagliato dalla corda tesa della balestra vola diritto contro le mura o le torri stipate di soldati, così con impeto travolgente il micidiale cinghiale si butta sui giovani e stende Eupàlamo e Pelagone, disposti all’ala destra: i compagni li trascinano via di corsa. Ma ai colpi mortali non sfuggì Enèsimo, figlio d’Ippocoonte: mentre trepidando si apprestava a scappare, ebbe reciso il dietro del ginocchio e i tendini gli si fiaccarono. E forse anche Nèstore di Pilo sarebbe morto prima della guerra di Troia, se puntando la lancia in terra non avesse preso lo slancio e non fosse saltato sui rami di una quercia che era lì vicino, guardando poi di lassù, da quel posto sicuro, il nemico a cui si era sottratto. Quello, infuriato, si mise a sfregare le zanne contro il tronco dell’albero, minacciando morte, poi, forte di quelle armi riarrotate, colpì al femore, col grugno uncinato, il grande figlio di Eurito. Intanto i due gemelli figli di Tìndaro, non ancora stelle nel cielo, entrambi splendidi, entrambi correvano su cavalli più bianchi della neve, entrambi brandivano una lancia la cui punta vibrava a ogni sobbalzo. E avrebbero inferto delle ferite al villoso animale, se esso non si fosse cacciato nel folto del bosco, per luoghi per dove non potevano passare né cavalli né lance. Telamone lo inseguì, ma nella fretta non badò alla radice di una pianta, inciampò e cadde bocconi. Mentre Peleo lo aiutava a rialzarsi, la fanciulla di Tegea incoccò una freccia veloce e la fece partire dall’arco incurvato. Conficcatosi sotto l’orecchio della bestia, il dardo graffiò la cute e arrossò di poco sangue le setole. Ma se la fanciulla era contenta di quel colpo fortunato, Meleagro lo fu ancor di più. Pare che per primo egli vedesse e per primo indicasse il sangue ai compagni e dicessi: “Giustamente tutto l’onore andrà a te, per la tua bravura!”. Gli uomini arrossirono, e si esortarono a vicenda eccitandosi con alte grida, e si misero a scagliare dardi disordinatamente. La ressa ostacola i tiri, impedendo che vadano a segno. Ecco che armato di scure a due tagli, furibondo, a suo danno, Ancèo dell’Arcadia esclama: “Vi mostro io quanto i colpi degli uomini siano superiori a quelli delle donne, o giovani! Fatemi largo! La figlia di Latona protegga pure con le sue armi questa bestia; anche se Diana non vuole, la mia destra la ucciderà!”. Queste superbe parole profferì, tutto tronfio, e alzando la doppia scure con tutte e due le mani, si drizzò sulle punte dei piedi, curvandosi, con le braccia levate, all’indietro. La belva previene il temerario e gli pianta le due zanne nella sommità dell’inguine, dove più corta è la via per la morte. Ancéo stramazza e i visceri impastati di molto sangue gli scivolano fuori; e la terra s’imbeve di sangue. Il figlio d’Issíone, Pirítoo, se ne andava spedito incontro al nemico brandendo nella destra vigorosa una picca. “Tienti alla larga, -gli gridò il figlio di Egeo,- tu che mi sei più caro di me stesso! Féermati, parte dell’anima mia! Stare a distanza non vuol dire non essere coraggiosi: al prode Ancéo è costata l’imprudenza!”. Così disse, e scagliò una pesante asta di corniolo dalla punta di bronzo. L’aveva librata bene, e poteva colpire il bersaglio, ma quella sul suo cammino incontrò un ramo fronzuto di farnia. Anche il figlio di Esone scagliò una lancia, ma il caso la dirottò su un povero cane latrante, innocente, ed essa, piombatagli tra le budella, trapassò le budella e si conficcò nel suolo. Ma ora la mano di Meleagro tira con esito vario: di due lance che scaglia, la prima va a piantarsi nel terreno, ma l’altra in mezzo al dorso del cinghiale. Senza perdere tempo, mentre questo si dibatte furiosamente e gira su se stesso e vomita bava sfrigolante e sangue fresco, il feritore gli è addosso, irrita e provoca il nemico, e gli caccia direttamente tra le scapole una picca sfavillante. I compagni manifestano la loro gioia con grida e applausi, fanno a gara a stringere la destra al vincitore, e stupefatti contemplano la bestia enorme, che copre tanto spazio, e ancora non reputano sicuro toccarla, e tuttavia ciascuno la punzecchia e intinge nel sangue la sua arma. Lui, posto un piede sopra la terribile testa, dice: “Prendi il trofeo, che è mio di diritto, Atalanta, e la mia gloria sia spartita con te!”. E subito le regala le spoglie: la pelle irta di rigide setole e il muso su cui spiccano le grandi zanne. Lei è felice sia per il dono, sia perchè è lui a farle il dono. Ma gli altri sono presi dall’invidia, e per tutta la schiera corre un brontolio. Agitando le braccia si fanno avanti i figli di Tèstio, e gridano a gran voce: “Lascia,  donna, non toccare ciò che spetta a noi! E non crederti che, perchè sei bella, il donatore innamorato possa servirti a molto!”. E a lei tolgono il trofeo, a lui il diritto di disporne. L’eroe caro a Marte non lo tollerò e gonfio d’ira, digrignando i denti, esclamò: “E ora vi mostro io, ladri della gloria altrui, che differenza c’è tra il minacciare e il fare!”, e con ferro nefando trapassò il petto a Plesippo, che non se l’aspettava minimamente; e nemmeno lasciò che Tosseo, incerto sul da farsi, desideroso di vendicare il fratello ma insieme timoroso di far la stessa fine, esitasse a lungo, e riscaldò nel suo sangue la lancia ancor calda del sangue del congiunto. Altèa, figlia di Tèstio, stava portando doni ai templi degli dèi per la vittoria del figlio Meleagro, quando vide riportare le salme dei propri fratelli. E allora si batté il petto, e riempì la città di tristi lamenti, e cambiò le vesti dorate in vesti nere. Ma come si seppe il nome dell’autore del delitto, il suo compianto si arrestò di colpo e, lasciate le lacrime, si convertì in sete di vendetta. C’era un pezzo di legno che, quando Altèa era ancora prostrata dal parto, le tre parche avevano posto sul fuoco dicendo, mentre con la pressione del pollice filavano il filo del destino: “La stessa durata diamo al legno e a te, o neonato”. Pronunciato questo incantesimo, le dee se n’erano andate, e subito la madre aveva sottratto il tizzone alle fiamme e vi aveva versato sopra acqua fresca. Quel legno era rimasto da allora nascosto nel punto più segreto della casa, e, conservato, ti aveva serbato in vita, o giovane. Altèa ora lo tirò fuori, e ordinò di preparare un mucchio di ciocche e stecchi, e quando il mucchio fu pronto vi appiccò fuoco ostile. Poi quattro volte fu lì per porre il ramo sul fuoco, quattro volte si trattenne: la madre combatte in lei con la sorella, e quelle due qualità tirano in direzioni opposte un unico cuore. Ora il volto le si sbianca dallo spavento per il crimine imminente, ora l’ira che in lei ribolle le inietta negli occhi il suo colore, il rosso; ora essa ha l’aria di chi minaccia le cose più tremende, ora, lo giureresti, di chi ha compassione; e quando l’ardore selvaggio dell’animo ha seccato le lacrime, trova le lacrime ugualmente. E come una nave trascinata dal vento e da una corrente contraria al vento sente tutte e due le forze, e incerta obbedisce a entrambe, non diversamente la figlia di Tèstio si dibatte in preda a impulsi contrastanti, e a tratti si calma, a tratti, calmata, si riaccende d’ira. Poi però comincia ad essere miglior sorella che madre, e si decide a placare col sangue, pia nell’empietà, le ombre dei fratelli. E così, quando il fuoco funesto ha preso vigore, “Che questo rogo bruci la carne della mia carne!” esclama, e stringendo nella mano spietata il legno incantato, in piedi davanti a quel funebre altare, angosciata, dice: “O tre dee del castigo, Furie, volgete il vostro sguardo a questo rito infernale! Vendico una colpa commettendone un’altra. La morte va espiata con la morte. A delitto va aggiunto delitto, a funerale funerale: si estingua lo sciagurato casato, con questo accumularsi di lutti. Perchè mai Eneo dovrebbe godersi il figlio che torna vincitore, e Tèstio restar privo dei figli suoi? Meglio che piangano tutti e due! Voi, anime dei miei fratelli, ombre novelle, gradite solo questo mio omaggio, accettate questa funebre offerta che tanto mi costa, il frutto cattivo del ventre mio. Ma... ahi, che sto per fare? Perdonatemi, fratelli: sono una madre! La mano mi manca, per andare fino in fondo. Lui merita di morire, lo riconosco,ma ciò che mi ripugna, è chi gli dà la morte... Ma allora resterà impunito, e vivo e vittorioso, e tronfio, anzi, dei suoi successi, diventerà re di Calidone mentre voi sarete sotterra, pugno di cenere e gelide ombre? No, non posso permetterlo! Muoia, lo scellerato, e trascini con sé nella rovina le speranze di suo padre e il regno e la patria!... Ma dov’è finito l’amore materno, dov’è finita la bontà dei genitori verso i figli? E i travagli della gravidanza che sopportai per nove mesi? Oh se tu fossi arso appena nato, al primo fuoco, e io avessi lasciato che accadesse! Sei vissuto per mia concessione, ora morrai per colpa tua. Prenditi il premio per quello che hai fatto, restituisci la vita che ti ho dato due volte, prima quando tu partorii, poi quando strappai il tizzone alle fiamme; o altrimenti spedisci anche e nella tomba con i miei fratelli!... Vorrei, ma non posso. Che fare? Ora ho davanti agli occhi le ferite dei fratelli e la visione di tutta quella strage, ora l’affetto e la mia qualità di madre mi spezzano il cuore. Povera me! Purtroppo vincerete voi, ma sì, vincete pure, fratelli, purché io stessa segua e colui che sacrifico per placarvi, e voi!”. Così dice, e con mano tremante, girandosi per non vedere, getta il fatidico legno in mezzo al fuoco. Il legno emette un gemito, o almeno sembra. Le fiamme, benché riluttanti, lo ghermiscono e lo bruciano. Ignaro e lontano, Meleagro è arso da quel fuoco: sente le viscere seccarsi per un calore misterioso e sopporta con coraggio gli atroci dolori. Si rammarica tuttavia di morire di morte ingloriosa e incruenta, e chiama fortunato Ancèo, morto di ferite, e in quegli ultimi istanti invoca il vecchio padre e i fratelli e le buone sorelle, gemendo, e la moglie. Forse anche la madre. E il fuoco e lo strazio crescono; poi si riattenuano, e si estinguono contemporaneamente: a poco a poco il soffio vitale si perde per l’aria leggera, mentre a poco a poco si forma, sopra la brace, un velo di cenere bianca. Prostrata è la grande Calidone. Piangono i giovani e i vecchi, gemono il popolo e i maggiorenni, le donne dell’Evèno si strappano i capelli e si percuotono. Il padre, disteso per terra, s’imbratta di polvere la bianca chioma e il volto senile, impreca contro la propria vita, troppo lunga. La madre –con la sua stessa mano, responsabile della terribile azione- già ha punito se stessa cacciandosi un ferro nel ventre. Neppure se il dio mi desse cento bocche risuonanti di altrettante lingue e un ingegno capace e tutto l’Elicona, potrei ridire le tristi lamentazioni delle povere sorelle. Incuranti del proprio aspetto si battono il petto illividendo, e finché la salma c’è ancora, esse riscaldano la salma con abbracci su abbracci, danno baci a lui, baci al catafalco; dopo l’incinerazione, si premono contro il petto manciate di cenere e si buttano distese sul tumulo, e avvinghiate al nome scolpito sulla lapide, spargono lacrime sul nome. Alla fine la figlia di Latona, sazia ormai dopo aver così distrutto il casato di Partàona, le solleva (tranne Gorge e la nuora della nobile Alcmena) facendo spuntare piume sui loro corpi; affusola le loro braccia in lunghe ali, rende cornee le bocche, e così trasformate le manda per il cielo.