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I sec. d.C.

OVIDIO, Epistulae Heroidum vol I, IX, 144-171

Traduzione da: Ovidio, Opere, a cura di Della Casa A., UTET, Torino 1982, p. 307.

 

Ma perché riferisco queste cose? Mentre scrivo, messaggera, mi giunge una notizia: che il mio sposo perisce per il contagio della mia veste. Ahimé! Che cosa ho fatto? Dove mi ha spinto, innamorata, la pazzia? Perché indugi a morire, scellerata Deianira? Mentre lo sposo tuo sarà straziato sulla vetta dell’Eta, tu causa di tanto delitto, e sarai superstite? E quale azione ancora ho io per essere creduta moglie di Ercole? La mia morte sarà il pegno delle nozze. Anche tu, o Meleagro, riconoscerai in me la sorella! Perché indugi a morire, scellerata Deianira? Oh, casa maledetta! Agrio siede su un alto trono, una nuda vecchiaia opprime Eneo abbandonato; un mio fratello, Tidèo,sta esule in terra straniera; l’altro, Meleagro, fu posto vivo su un tizzone fatale (v. 158). Mia madre Altèa affondò un pugnale nel suo seno (159). Perché indugi a morire, scellerata Deianira? Ti chiedo questa sola cosa, per i sacri diritti del talamo,che io non appaia avere insidiato il tuo destino. Nesso, quando fu colpito nel bramoso petto della tua freccia, “Questo sangue –mi disse- racchiude la forza dell’amore”. Io ti ho mandato la tunica intinta nel veleno di Nesso. Perché indugi a morire scellerata Deianira? Addio, dunque, mio vecchio padre, addio sorella Gorge, patria, fratello tolto alla patria, e tu, luce di questo giorno, ultima per i miei occhi, e sposo -oh, tu potessi vincere!- e tu, Illo ancora giovinetto, addio!