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1561

GIOVANNI ANDREA DELL’ANGUILLARA, Le Metamorfosi di Ovidio ridotte da Giovanni Andrea dell’Anguillara in ottava rima, Venezia 1561, Libro VII

 

Alhor più caldo di saper desio

accese a Foco il giovenil pensiero,

Chi l'autor fosse, od huom mortale, ò Dio

Che'l fece andar di quell'arbore altero.

Tu vuoi, ch'io rinovelli il pianto mio,

Disse non senza pianto il cavaliero,

E piacesse à gli dei, che privo sempre

Stato foss'io dale sue dure tempre.

 

Et anchor, che la vista di quell'arme

Del mio passato ben mi renda accorto,

E del danno, ch'io n'ho, faccia attristarme,

Per tutto ovunque vò, sempre la parto.

Però, che la virtù del fatal carme,

Che fe, ch'à quel, che trahe, non fa mai torto,

Mi persuade a trarla in ogni impresa

Meco per altrui danno, e mia difesa.

 

E se ben nel contar chi fosse il nume,

Ch'el legno mi donò, ch'ha si bel manto,

Sarò sforzato a far d'ogni occhio un fiume,

E non potrò contarlo senza pianto;

Vò compiacerti, & ancho aprirti il lume

A' la forza del fato, e de l'incanto,

Ond'hebbe il dardo quel valore interno,

Che fu cagion del mio dolore eterno.

 

Non sò, se mai l'orecchie ti percosse

Di Procri il nome figlia d'Eritteo,

Sorella di colei, che Borea mosse

A' rapirla per forza al lito Acheo

Costei, qual la cagion di ciò si fosse,

Amore, e'l padre suo mia moglie feo.

E in vero, à par de la bella Orithia,

più degna esser rapita era lamia.

 

Per la rara beltà, che seco nacque,

Ch'ogni dì con l'età più crebbe in lei,

fui chiamato felice poi, che piacque

Al ciel di darla à desiderij miei.

E in vero era felice: ma dispiacque

fortuna così propitia à sommi Dei.

Ne voglion, ch'un nel basso mondo nato

Possa al paraggio lor dirsi beato.

 

Dal giorno de le nozze il re di delo

Trenta volte nel Gange uscì sotterra,

Et altrettante à la sua luce il velo

Co'l corpo oscuro suo pose la terra,

Quando donando il primo albore al cielo

L'Aurora diè principio à la mia guerra,

Che vide à caso me ne' colli Himeti

A' diversi animai tender le reti.

 

Come nel volto mio le luci intende

Colei, ch'alluma l'aere oscuro, e cieco,

D'amoroso desio di me s'accende,

E mi rapisce a forza, e mena seco.

Indi à l'albergo suo mesto mi rende,

E vuol de l'amor mio godersi meco,

Etio (se lece in questo à dire il vero)

Mi mostro acerbo al suo dolce pensiero.

 

Con pace de la dea bella sia detto,

se ben di gigli, e rose ha il volto adorno,

se ben quel lume ha il suo divino aspetto,

Ch'in ciel si mostra à l'apparir del giorno,

Contrasto a l'amoroso suo diletto,

E fuggo il suo dolcissimo soggiorno:

Che volto solo à Procri era il mio amore,

E Procri in bocca havea, procri nel core.

 

Mentre con le più candide parole,

E col più dolce affettuoso modo

Me nominando il suo bene, e'l suo Sole

mi vuol legar co'l più soave nodo.

Rispondo che'l mio debito non vuole,

Ch'al coniugal'amor,ch'in terra godo,

che d'un più forte laccio il cor m'ha attorto,

per compiacere a lei faccia quel torto.

 

Poichè la Dea tentò più giorni in vano

Per varie vie d'indurmi a le sue voglie,

Et io non volli mai rendermi humano,

Per non far torto alla mia casta moglie:

Distese con furor l'irata mano,

Et afferrò le mie terrene spoglie,

Et renduto che m'ebbe al Graco lido,

Mi fe tutto attristar con questo grido.

 

Habbiti la tua Procri, e spregia ingrato

Chi t'ama, e torna a tuoi propinqui guai,

Che, se non mente al mio giudicio il fato,

Non la vorresti haver veduta mai.

Poi che m'hebbe la Dea così parlato,

Invisibil seguimmi ovunque andai,

E solo alhor visibil mi si rese,

Che'l mio geloso cor le fei palese.

 

La Dea, ch'è prima a illuminare il cielo,

E che senza partir da me disparte,

Co'l suo verso fatal di tanto gielo

L'infiammato mio core offese, e sparse,

Che per timor del cor l'ardente zelo

Si strinse, e chiuse, e più mi nocque, e m'arse

Tanto, che'l foco, e'l giel fe dubbia l'alma,

Chi havesse di lor due nel cor la palma.

 

Quella stessa beltà, ch'el cor m'accende,

Di gelata paura anchor l'agghiaccia,

E fa temer, ch'el bel, ch'in lei risplende,

Anche altrui, come a me, diletti, e piaccia:

E di maggior timor costretto il rende

Il parlar de la dea, che l'ombre scaccia,

Che dice, c'havrò l'alma amara, e trista

Per haver la mia Procri amata, e vista.

 

Pur se mi dava il suo splendor sospetto,

Che non prendesse il cor di mille amanti,

E che non desse a l'adulterio effetto,

Trovando al gusto suo qualchun fra tanti:

Per lei faceano fede al dubbio petto

I bei costumi suoi pudichi, e santi.

Ne volean, che facesse il suo cor saggio

Al suo sposo, al suo honor si infame oltraggio.

 

Pur quello essere stato in Oriente

Rapito da chi'l mondo imperla, e dora,

Innanzi agli occhi mi ponea sovente

Il minacciato danno da l'Aurora.

Tanto, che dal timor vinta la mente

In tutto uscì de l'intelletto fuora,

E venir femmi a le dannose prove,

Che fan, che l'occhio mio perpetuo piove.

 

Ne la mente più sana un desir folle

Mi cade di tentar la mia consorte,

S'ella a preghi d'altrui si rende molle

Con ricchissimi doni d'ogni sorte.

Hor mentre al modo io penso, al vel si tolle

l'Aurora, & al mio lume apre le porte,

E discoperto a me di novo il volto,

Con questo suon fa il mio pensier più stolto

 

se ben de l'amor tuo crudel non godo,

E sei ver me tropp'aspro, e troppo altero,

Non però vò mancar di darti il modo,

Che dar può effetto a tuo novo pensiero:

Perche provi, se Procri osserva il nodo

D'Himeneo, vò cangiarti il volto vero.

Et ecco il viso, l'habito, e'l costume

Micangia, e pon lo specchio innanzi al lume.

 

Trovo cangiato il volto, ma non l'anno,

vago d'un bel color vermiglio, e bianco.

Ella si veste l'invisibil panno,

Ma non resta però d'essermi al fianco.

Mentre io mi guardo, e penso al novo inganno,

Veggio sotto il mantel dal lato manco

Pendermi un picciol zaino: io gli apro il seno,

E di scatole e gioie il trovo pieno.

 

Sicuro di non esser conosciuto

A l'Attica città drizzò le piante,

E fo dar fuore il nome, ch'è venuto

Un, c'ha portate gioie di Levante.

Come al palazzo regio fu saputo,

Fui fatto a la Reina andare avante.

Bench'a lei, a le figlie, e a donzelle

Non fei mostra però delle più belle.

 

Da la corte paterna io trovo lunge

La moglie mia, che si lamenta, e piange,

Nel mio vedovo albergo, e'l cor le pugne

gelosia de la dea, che l'ombre frange.

E come un peregrino al porto giunge,

Che sappia de le parti esser del Gange,

L'accoglie con cortese, e honesto invito,

E nova chiede a lui del suo marito.

 

Hor come sa, ch'un gioiellier novello

E' giunto d'Oriente a liti Achei,

Mi fa chiamare entro al proprio hostello

Con casta cortesia da servi miei.

E con un volto addolorato, e bello

Mentre vede i bei sasi Nabatei

Con un'accorto aviso modo trova,

Che chiede a me di me medesmonova.

 

Il dolce sguardo, il modo, e la parola,

Era tutto prudentia, e castitate.

Ne creder, che fidar volesse sola

A l'età mia la sua più bella etate;

Seco havea quivi una superba schola

Di serve d'una nobil qualitate.

Hor rispondendo a quel, ch'ella mi chiede,

Così fo di me stesso io stesso fede.

 

Quel gentil cavalier, di cui dimande,

Se mi rimembra, ben giamai non vidi.

Questo è ben ver, che ne le nostre bande

S'odon del caso suo famosi gridi.

La Dea, che'l èprimo albor nel mondo spande,

Ragionan, che'l rapì ne' vostri lidi.

e par, che di beltà ciascuno il lode,

E che piace a l'Aurora, e che se'l gode.

 

Se ben lo stesso havea sentito altronde,

Che'l mondo quei, che'l vider, n'havean pieno,

Come ode, che'l mio dire al ver risponde,

tutto irriga di pianto il volto, e'l seno.

Come io veggio in tal copia abondar l'onde,

Posso a pena tenere il pianto in freno,

Tal'io conobbi in lei ver me l'affetto,

tanta per lei pietà mi prese il petto.

 

Ben che la luce lagrimosa, e trista

Mostrasse il volto afflitto, e sconsolato,

Non havea il mondo più gioconda vista

Del suo pietoso viso addolorato.

L'amorosa pietà co'l dolor mista

Rendean l'aspetto suo si vago, e grato,

Che mentre fortuna hebbe la stella,

Non sò, s'io la vedessi mai si bella.

 

La donna, più che puote, asconde il pianto,

L'affreno io, più che posso, che non piova.

Mira ella, e pregia le mie gemme intanto,

et io faccio abondar la merce nova.

poi dico, fa scostar madama alquanto

la compagnia,che qui teco si trova,

Però, che merce tal qui dentro annido,

Ch'ad ogni man non la concedo, e fido.

 

Ogni più favorito occhio, e più degno,

Ch'a veder s'era fatto innanzi un poco,

Al primo, che li diè la donna segno

Si ritirò da parte, e cangiò loco.

Io scopro immantinente un'altro legno,

E splender fo di varie gemme un foco,

C'havrebbon fatta divenire humana

A' bei preghi d'Amor Palla, e Diana.

 

Ella le mira, e poi del pregio chiede,

Secondo hor questa, hor quella in man le viene.

E dice, mentre le vagheggia, e vede,

Che saria troppo spesa al Re d'Athene.

Un mio caldo sospir l'aria alhor fiede,

E dico, ch'una donna il mio cor tiene,

Che s'ella amasse me, com'io l'adoro,

le potrebbe comprar tutte senz'oro.

 

Vergognosa ella abbassa il viso, e'l ciglio,

Com'io do fuor gli ultimi accenti miei,

E'l suo misto color divien vermiglio.

Pur non credendo ch'io dicessi a lei,

M'aveggio, che fra se prende consiglio,

Come possa saper, chi sia costei,

Apre le labbra, e dimandarne agogna:

Pur la ritiene il fren della vergogna.

 

La donna curiosa di natura

Di sapere i pensier d'ogni altra donna,

Vorrebbe dimandar, ne s'assicura

Chi sia costei, che del mio core è donna.

Io per farla più vaga di tal cura,

A' più superbe gioie apro la gonna,

Condir se si mostrasse al mio cor grata,

Vorrei, ch'andasse anchor di queste ornata.

 

Poi le soggiungo, voi la conoscete,

Come a voi propria le portate affetto:

E' ver, ch'io vo tener le labbra chete,

per più d'un ragionevol mio rispetto.

E le fo sempre più crescer la sete

Di trovarmi il nome incognito nel petto.

Tanto, che al fin mi prega, & usa ogni opra,

Che'l nome della donna io le discopra.

 

Rispondo al fine, è forza, ch'io m'arrenda,

E ch'io scopra l'ardor, che mi consume,

Ma, perchè maraviglia non vi prenda,

C'habia a tropp'alto obbietto alzato il lume,

Vò, che sappiate in parte, ond'io discenda,

Senza scoprirvi il mio paterno Nume.

Diè quest'alma a soffrir la state e'l verno

Un Re, che non v'è ignoto, e vive eterno.

 

E ben al gran valor veder si puote

Di gemme, e gioie, ch'io mi porto a canto,

E forse anchora a gli atti, & a le note,

Com'io non son quell'huom, che mostra il manto.

Ma il grand'amor, che m'ange, e mi percote,

Fa, che sotto quest'habito m'ammanto,

E celo sconosciuto la mia doglia,

Per palesarmi a lei, quando il cel voglia.

 

La vidi a questo dir cangiarsi un poco,

E conobbi, ch'avea qualche timore,

Che quel, che discoprir le volea, foco,

Non osasse tentar lei del suo honore.

Ma essendo dubbia al mio parlar diè loco,

Per conoscer l'obbietto del mio amore,

Fin, che le feci udir, che dal suo sguardo

Scoccato havea al mio cor Cupido il dardo.

 

Ben le veggio turbar co'l cor l'aspetto,

Come il mio dire a questo punto arriva:

E se non, ch'io l'havea pur dianzi detto,

Ch'era la stirpe mia reale, e diva,

Credo, c'havrebbe senza altro rispetto

La luce mia de la sua vista priva.

Pure havendo riguardo al mio lignaggio,

Cercò con questo dir farmi più saggio.

 

Ignoto cavalier, che'l sangue mio

Cerchi macchiar co'l dono, e con l'inganno:

E per dar luogo al tuo folle desio

Hai mentito fin hor la stirpe, e'l panno;

Tornati pure al tuo regno natio,

Dove a l'honore altrui potrai far danno:

però che fei (se credi) in tutto cieco

Dar questa macchia al sangue regio Greco.

 

Perchè la stirpe mia pudica, e monda

D'ogni macchia, che seco infamia apporte,

Non vuol, ch'ad altro amore il mio risponda,

Ch'a quel del mio dolcissimo consorte.

E ben ch'altri hor se'l goda, e me'l nasconda,

E forse al suo desio chiugga le porte,

Vo però casta a lui servarmi, e quale

Conviensi a la mia stirpe alma, e reale.

 

Prendi pur quelle gioie, e quelle serba

Ad altra, che dia luogo al tuo appetito.

La regia stirpe tua diva, e superba

Altra disponga al tuo lasciva invito:

Ch'io farò sempre ad ogni voglia acerba

Da quella in fuor del mio dolce marito.

A lui voglio servar pudica, e fida

Quanta gioia d'amor meco s'annida.

 

O' pensier curioso, ò mente insana,

Perchè de la sua fè non ti contenti?

Havria potuto Pallade, e Diana

Risponder più pudichi, e grati accenti?

Perchè l'inganno tuo non s'allontana?

Perchè di novo la combatti, e tenti?

Che non ti parti? e con la vera gonna

Non torni a goder poi si rara donna?

 

Mentre i diamanti, i rubini, e i camei

Rinchiudo entro al lor nido, anchor rispondo,

Che s'ella compiacesse a desir miei,

Più ricca donna non havrebbe il mondo.

E sen ben figlia ella è del re d'Achei,

Io di tant'oro, e tante gioie abondo

Che de le cose più rare, e più belle

Avanzeria la madre, e le sorelle.

 

E che per starti splendida in Athene

Havria sempre da me de l'oro in copia,

E che potrebbe haver sicura spene,

Che non glie ne farei patire inopia.

Ma che del suo contento, e del suo bene

Non ne potea voler più, ch'essa propia.

E con queste parole,& altre assai

Io mi procaccio, misero, i miei guai.

 

Ogn'hor più il mio parlar libero, e sciolto

L'orecchie, e'l core a la mia donna fiede,

tanto, ch'ella le luci alza al mio volto,

E mi contempla ben dal capo al piede.

Poi riguardando al zaino, ove raccolto

È 'l mio ricco thesor, che più non vede,

Getta un sospiro, e di parlar pur tenta,

Comincia a dir, poi tace, e si spaventa.

 

Mentre corrotto il suo santo costume

Vegggio, e'l pensier già si pudico, e saggio,

Incontrando con lei lume con lume,

scorgo, che'l suo lampeggia, come un raggio.

In quel, ch'io sto per far d'ogni occhio un fiume,

dar cerca ella al suo dir forza, e coraggio,

E dice al fin con un dir rotto, e cheto,

Che d'esser giuri a lei fido, e secreto.

 

Come ho scoperto, quanto agevolmente

Può cangiar donna casta il san pensiero,

L'invisibil mia Dea, ch'era presente

mi trasformò nel mio volto primiero.

Tal, ch'ella a pena aprì la 'nfame mente,

Ch'io le comparsi il suo marito vero.

Chinò ciascun di noi le ciglia basse,

Ne sò chi piu di noi si vergognasse.

 

La vergogna, e lo sdegno ambi i cuor prenda:

Ma fatto del mio cor signor lo sdegno,

Alza l'irata voce, e la riprende.

Dunque verresti donna a l'atto indegno,

A l'atto, che la donna infame rende,

per premio anchor, che n'acquistassi un regno?

Allenta ella al mio dire al pianto il freno,

E di lagrime sparge il volto, e'l seno.

 

L'insidioso poi sposo, & albergo,

Vinta da la vergogna, ha in odio, e lassa,

E havendo a noia ogn'huom lor volge il tergo,

Et a seguir la dea triforme passa.

Com'io son senza lei, di pianto aspergo

L'afflitta luce addolorata, e bassa.

E quanto più di me fugge ella il guardo,

Tanto io di lei più m'innamoro, & ardo.

 

La trovo al fin ne' boschi, ove Diana

Corre dietro alla bella empia, e veloce.

Tosto, ch'ella mi vede, e s'allontana,

La seguo ovunque và con questa voce.

Renditi donna omai benigna, e humana

Al foco, che m'infiamma, e che mi coce,

Fu il mio l'errore: e così affermo, e sento,

E ti chiedo perdono, e me ne pento.

 

Tutto l'error commesso è stato il mio,

E'l conosco, e'l confesso, e'l sento, e'l ploro;

Ne so trovar pensier si santo, e pio,

Che resistesse a si nobil thesoro:

E'n questo error sarei caduto anch'io

Per men copia di gemme, e per manc'oro.

Si che non mi fuggir, ma meco godi

i dolci d'Himeneo connubij, e nodi.

 

Il confessato errore, il prego, e 'l pianto

Co'l mezzo de le Ninfe, e de gli amici

Con l'indurata moglie fer tanto,

Che scacciò dal suo cor le voglie ultrici.

E tornata al connubio amato, e santo,

Menammo i nostri dì lieti, e felici:

Ma non sofferse il mio maligno fato,

Ch'io stessi molto in si felice stato.

 

Mentre restar fe la mia luce priva

Del suo divin splendor la mia consorte,

Ottenne un don da la sua santa Diva,

Forse il più singular de la sua corte,

D'una natura un can si fiera, e viva

Ch'in caccia a ogni animal dava la morte.

Era di ogni animale empio, & acerbo

più forte, più veloce, e più superbo.

 

Le donò anchor col can feroce, e snello

Quel dardo altier, che tien quel paggio in mano,

Ch'avanza al volo ogni veloce augello,

E per mio mal mai non si lancia in vano.

Ma poi, che l'amor mio leggiadro, e bello

Gratia mi fe del bel sembiante humano,

Volendo del suo amor segno mostrarme,

Mi fe don di quel veltro, e di quell'arme.

 

O' nova maraviglia, e non più intesa,

Che dal don de la Dea silvana nacque.

Troppa audacia in Beotia s'havean presa

Nel voler profetar le dee de l'acque.

S'un volea il fin saper d'alcuna impresa

L'oracol de la naiade no'l tacque,

Tanto, ch'ogn'un v'havea più fede, e speme,

Che ne' responsi pij de l'alma Theme.

 

La Dea, che vede abbandonato il tempio

In tutto dal senato, e da la plebe,

Per donare a futuri huomini essempio

Nel fertil pian de la non fida Thebe

Scender fa un mostro, ch'importuno,& empio

Tutte del sangue Human sparge le glebe.

Gli huomini, e gli animai divora, & fugge,

Ne alcun l'osa ferir, ma ogn'uno il fugge.

 

Era una Volpe oltre ogni creder fella,

Di lupo il dente havea, cerviero il guardo,

e in esser fiera, cruda, agile, e snella,

Avanxava il leon, la tigre, e'l pardo.

Scorrea Beotia, e'n questa parte, e in quella

Si presta, ch'era il folgore più tardo.

Struggea di fuor le gregge, e i fieri armenti,

E dentro a la citttà l'humane genti.

 

L'oppresse allhor città predon consiglio

D'unire e reti, e cacciatori, e cani,

E liberar dal mostruoso artiglio

Le mandre fuor, dentro i collegij humani.

Anch'io chiamato al pubblico periglio,

De la lassa, e del dardo armo le mani.

E m'appresento al general concorso

Co'l fatal can, che vince ogni altro al corso.

 

Tendiam le reti, e compartiam le lasse,

D'occupar passi ogn'un si studia, e sforza,

Perchè del mostro altier priva si lasse

De l'alma ria la mostruosa scorza.

In tanto i bracchi con le teste basse

Cercan del fiuto lor mostrar la forza,

Già scoperta è la fera, e si risente,

E contra i cani ingorda adopra il dente.

 

Come il fero animal mostra la fronte,

E questo, e quel mastino affronte, e fiede,

Chi corre per lo pian, chi scende il monte,

Altri a cavallo, altri co'l proprio piede.

E va per vendicar gli oltragi, e l'onte

Contra l'auttor de le dannose prede.

Altri gli lascia il veltro, altri l'assale

O co'l dardo, o con l'hasta, o con lo strale.

 

Sta il mostro altier talmente su l'aviso,

Et è si presto, si veloce, e snello,

Che non si lascia mai corre improviso,

Ma s'aventa, e ferisce hor questo, hor quello.

Rende a questo, e quell'huom sanguigno il viso,

Rende a questo, e quel can sanguigno il vello.

E così bene assalta, e si difende,

Ch'egli percote ognun, ne alcun l'offende.

 

Quando tanto abondar vede la folta,

E d'essser d'ogni aiuto ignuda, e sola,

La fatal volpe in fuga il piede volta,

E'n pochi salti a tutti i can s'invola.

Il cane, e l'huom si drizza a la sua volta,

E chi fa udire il suon, chi la parola.

E a quei, ch'i passiguardan d'ogni intorno,

Dan segno altri co'l grido, altri co'l corno.

 

Dopo molto fuggir l'iniqua, e fella

Belva verso quel luogo affretta il passo,

Dove co'l can, che lelapo s'appella,

E co'l dardo fatale io guardo il passo.

Il can con flebil suon s'ange, e flagella,

E si prova, e si duol, ch'andar no'l lasso.

Io sto a mirar la fuga, e'l mostro intento,

E come veggio il tempo, il cane allento.

 

Hor qual sarà dei due più presto, e forte?

Qual de due dell'impresa avrà la palma?

L'uno, e l'altro dal fato havea la sorte,

L'uno, e l'altro ha fatal la spoglia, e l'alma.

Questo per dar, quel per fuggir la morte

Affretta più, che può, la carnal salma.

E saltan con fatal prestezza, e possa

Ogni rete, ogni macchia, et ogni fossa.

 

In mezzo al campo un picciol colle siede

D'arbori, e d'ogni impaccio ignudo, e netto,

Io pongo in fretta in su la cima il piede,

E del corso dei due prendo diletto.

La belva hor gira, hor s'allontana, hor riede,

Perchè il cane a trascorrer sia costretto:

E spesso in quel, che'l mostro in camin varia,

Prenderlo il can se'l crede, e morde l'aria.

 

Ecco, che già dapresso io gli riguardo,

Dopo più di una corsa, e più d'un giro,

Io tosto al laccio accomodo del dardo

La mano, e prendo ogni vantaggio, e tiro.

Hor mentre va lo stral presto, e gagliardo,

Farsi la volpe, e'l can di marmo miro.

Par che'l can segua, e d'abboccar si stugga,

E ch'ella a più poter si stenda, e fugga.

 

Era fatal il mostro, e'l veltro, ch'io

Lasciai, la sua virtù dal fatto tolse,

E, perchè anchor fatal fu il dardo mio,

Far vincitore il fato alcun non volse,

Ma il cane, e il mostro periglioso, e rio

In mezzo al corso in duri sassi volse:

E sol salvò dal rio marmoreo sdegno

Con la stessa virtù l'acciaio, e'l legno.

 

Se bene il rimirar mi spiacque assai

Si nobil cane un sasso alpestre, e duro,

Sentii sommo piacer, quando trovai

Esser dal marmo il mio dardo sicuro.

Misero me, di quello io mi allegrai,

Che il mio bel tempo fece ombroso, e scuro.

O' me beato, se rendean que' marmi

Co'l mio misero can pietra quell'armi.

 

Più felice huom non havea alhora il mondo,

Ch'oltre, ch'io del bel dardo andava altero,

Godea quel viso angelico, e giocondo,

Ch'era de gli occhi miei l'obbiettivo vero.

Era l'amor reciproco, e secondo

Al giusto d'ambedue fido pensiero.

Felice andava ognun de la sua sorte,

Io de la moglie, & ella del consorte.

 

Io de le belle Dee di Cipro, e Delo,

Havrei spregiato il coniugal diletto;

No havrebbe ella per il Re del cielo,

Ne per lo biondo Dio cangiato il letto,

Così tutto quel ben, che porge il zelo

D'amor, godea ciascun con pari affetto.

Ne so, s'el ciel, che'l nostro ben comparte,

Possa di maggiorbene altrui far parte.

 

Spesso nel bosco a caccia andar solea

Ne l'apparir de mattutino raggio.

Ne de miei servi alcun meco voleva,

Ne di cani, o di reti alcun vantaggio.

Mi facea il dardo sol, che meco havea,

Sicuro andar da qual si voglia oltraggio.

Ne mi togliea dal boscareccio assalto,

Se non dapoi, che'l Sol vedea tropp'alto.

 

Ne l'hora, che più caldo il Sol percote,

E che quasi i suoi raggi a piombo atterra,

E fa l'ombre drizzar verso Boote,

E del più grande incendio arde la terra,

Io mi ritiro in parte, ove non puote

Ferirmi per la selva, che mi serra;

E l'Aura, onde lo spirto, e'l fresco prendo,

Spesso con questo suon chiamo, & attendo.

 

Mentre il più caldo giorno il mondo ingombra,

E l'aere, e'l bosco non si muove, e tace,

Et io son corso a riposarmi a l'ombra,

Per fuggir da l'ardor, che mi disface,

Aura ogni noia dal mio petto sgombra

tu, che sei il mio riposo, e la mia pace,

Venga il conforto mio, venga quell'Aura,

Che d'ogni noia il mio petto ristaura.

 

Tu il mio contento sei, tu la mia speme,

Aura la vita mia da te dipende.

Quell'alma che mi regge, e mi mantiene,

Date lo spirto, e'l refrigerio prende.

Però contenta il mio cor di quel bene,

Che per l'ardor, ch'ora il consuma, attende.

Vienne Aura al mio desir propitia, & alma,

E fa del tuo favor lieta quest'alma.

 

Mentre con dolce, e affettuoso accento,

Chiamo l'Aura propitia al mio soggiorno,

Perchè col fresco suo placido vento

Scacci l'ardor da me del mezzo giorno:

Si sta un pastore ad ascoltarmi intento

Da le macchie nascosto, c'ho dintorno,

E sente chiamar l'Aura, e in pensier cade,

Ch'ella sia qualche Ninfa, che m'aggrade.

 

Quanto l'Aura chiamar più spesso m'ode,

Con lusingha si dolce, e si soave,

E darle tanto onore, e tanta lode,

Più crede a quel pensier, che preso l'have.

E com'huom pien d'invidia, e pien di frode,

Per farmi d'ogni affanno infermo, e grave,

A la città dal bosco si trasporta,

E a la mia donna il falso amor rapporta.

 

Cosa credula è Amore, ella se'l crede;

E come seppi poi dal dolor vinta,

E da la gelosia de la mia fede,

S'atterra tramortita, e quasi estinta.

E tosto, che'l vigor primo le riede,

Chiama la fede mia bugiarda, e finta.

Straccia per gelosia le bionde chiome

D'un vano in tutto, e senza membra nome.

 

È ver, che talhor dubita, e si porge

Da se medesima alquanto di conforto,

Ne vuol (se l'ochhio proprio non lo scorge)

Creder, ch'io l'habbia mai fatto quel torto.

E però ascosamente, come sorge

L'Aurora, e ch'io mi torno al mio diporto,

Mi vuol seguire, e starsi ascosa in loco,

Che'l vero abbia a scoprir di questo foco.

 

L'Aurora rapportato al mondo havea,

Che già gli augei del Sol battean le piume,

E sol nel ciel lucifero splendea,

E stava per coprire anch'egli il lume:

Quand'io con l'arma a me fedele, e rea:

Che fu fatata dal triforme Nume,

Ne vò a trovar le solitarie selve,

Per dar la morte a l'infelici belve.

 

Come la preda al mio desir risponde,

E dal più alto punto il Sol mi vede,

Io fo, che l'ombra al suo splendor m'asconde,

E che la lingua la dolce Aura chiede:

Et ecco un mormorar di frasche, e fronde

Le lasse orecchie mi risveglia, e fiede.

Alzo la testa affaticata, e stanca,

E sento, che'l romor punto non manca.

 

Credo io, misero me, che il romor nasca,

Poichè nel ciel non soffia aura, ne vento,

Da selvaggio animal, ch'ivi si pasca.

E, perchè verso me calare il sento,

Là, dove mormorar odo la frasca,

Subito il dardo di Diana avento.

Et ecco a le mie orecchie si trasporta

L'amata voce, e dice, Oimè son morta.

 

Come odo di colei la voce, ond'ardo,

Corro come insensato incontro al grido,

E trovo, che'l mio crudo, e ingiusto dardo

Passato a Procri ha il petto amato, e fido.

Et abbassando al lume affeso il guardo

Alzo piangendo un doloroso strido

Qual fato soavissima consorte

M'ha tratto a darti co'l tuo don la morte.

 

Io toglio a la ferita il crudo telo,

E straccio infretta la sanguigna vesta,

E avolgo intorno a la percossa il velo,

perchè non esca il sangue, che la resta,

poi co'l più caldo, e affettuoso zelo

La supplico con voce amara, mesta,

Che lasciar non mi voglia, e viva, e m'ame,

Se ben sono homicida ingiusto, e infame.

 

Ella del sangue prima, e de la forza

Alzar ver me l'indebilita luce,

E di parlarmi s'affatica, e sforza.

E così il suo timor dona a luce.

Poi che lasciar vuol la terrena scorza

Quell'alma, che negli occhi anchor mi luce,

Come passata a l'altra vita io sono,

Contenta l'ombra mia di questo dono.

 

Se'l dolce più d'ogni altro almo, e beato.

Che'l soave Himeneo si porta seco,

Al desir tuo fu mai giocondo, e grato,

Mentre il nodo d'amor t'avinse meco;

S'altro mai fei, ch'al tuo felice stato

Gioia aggiungesse, mentre io vissi teco;

Non soffrir, che gia mai nel nostro letto

L'Aura s'unisca al tuo carnal diletto.

 

L'ultime note sue m'aprir la mente,

Che de l'amor de l'Aura ebbe timore,

E che pensò, chiamandola io sovente,

Che m'infiammasse il cor novello amore,

E quivi era venuta ascosamente,

Che con l'Aura volea cormi in errore.

Bench'io talmente al ver la lingua sciolsi,

Che'l non vero sospetto al suo cor tolsi.

 

Ma, che frutto traggo io da le mie note,

Se ben l'hanno il timor del petto tolto?

Ella sempre più manca, e più che puote,

Tiene il languido lume a me rivolto.

Intanto con maniere alme, e devote

Spira l'alma infelice nel mio volto.

E'l corpo già si bello, e si giocondo

Resta ne le mie braccia immobil pondo.