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1553

LODOVICO DOLCE, Le Transformationi, In Venetia, Appresso Gabriel Giolito de’ Ferrari, Canto Terzodecimo, edizione consultata Venezia 1555 (terza impressione) pp. 165-169

 

CANTO SESTODECIMO

Donne, cui dolce amica compagnia

Di fido amante apporta alto deletto:

Se'l vostro almo piacer perpetuo fia

Bramate, e ch'ira non vi turbi il petto,

Mandate in bando l'empia gelosia,

Che spesso nasce in voi da un van sospetto:

Et i giorni giocondi e l'hore liete,

senza dubbio o timor sempre godete.

 

Questa nemica d'ogni human contento,

Ch'el dolce vostro attosca et avvelena,

non pur v'empie d'affanni e di tormento,

e ad ogni noia come vuol vi mena;

ma tien la fede e'l valor vostro spento;

e due che legò prima una catena,

disgiunge, e rompe il nodo saldo e forte

talhor con crudeltà, spesso con morte.

 

Di questo esser vi puote esempio chiaro

Quel, che n'avenne a la pudica moglie

Di Cefalo; s'udir vi farà caro

Cosa, che puo schifarvi affanni e doglie.

Dico, ch'ha Foco il dardo unico, o raro

Piacque cosi, ch'egli la lingua scioglie,

E con bel modo dice, che di quello

Ei non havea veduto unqua il piu bello.

 

Son (dice) cacciator, e a giorni miei

Girai piu di una selva e piu d'un bosco,

Giudicar però il dardo io non saprei:

Che di qual legno fia non conosco.

Se di frascino fosse, io lo potrei

Discerne al color; ne son si losco,

Che se fosse di Cornili, anco ai nodi

Non ne havessi notitia, spessi e sodi.

 

Ma di qual legno sia, non vide mai

Dardo piu bello, da che nacqui al mondo.

Via piu de la bellezza apprzerai

La virtù ( disse con parlar giocondo

Un degli Atheniesi) e intenderai

Cosa, per cui non glie primo o secondo:

Che sempre là, dove lo indrizzo, fiede,

E sempre in dietro sanguinoso riede.

 

Rivola da se stesso sanguinoso

Ne le tue man: ch'è maraviglia molta.

Divenne di saper più desioso

Foco, che la virtù del Dardo ascolta.

E la cagion di tal maraviglioso

Effetto, e da nessun visto altra volta,

Dimanda. A questo Cefalo turbossi

E'l sangue da le guance dileguossi.

 

E punto dal dolor, c'havea perduto

Sol per cagion di lui la moglie cara

Nel petto quasi un rio gli fu caduto

Tosto di lagrimosa pioggia amara.

poi disse, Questo Dardo mal veduto

Da me, colpa di stella invida avara;

Pianger mi fa, qualhor me ne rimembra,

E piangerò, fin c'habbia posto e membra.

 

Ei mi privò della consorte mia,

Ch'amar solea, quanto la propria vita.

Procri ella fu sorella di Orithia,

Che penso nominare abbiate udita.

Se di lor la beltà, la legggiadria,

Et ogni altra sua parte è conferita;

Era forse piu degno esser costei

Rapita da colui, che rapì lei.

 

Questacol nodo assai da me bramato

meco congiunse il suo buon padre altero;

Ma con nodo piu stretto e assai piu grato

Congiunse casto amor puro e sincero.

Per costei mi sentia chiamar beato

Da le piu genti: et era tale invero:

E forse, che beato anco farei;

Ma tal felicità non piacque a i Dei.

 

Non credo, che passato fosse ancora

De le mie nozze appena il primo mese,

Ch'io vado una mattina a cacciar fuora

Con reti, e Can pel nostro almo paese.

Ecco, che per mio mal la bella Aurora

Mi vide, e del mio amor tutta s'accese.

Discese in terra, e in un solingo loco

mi fece noto il suo amoroso foco.

 

Io dirò il vero ( e cio detto mi fia

Senza disdegno alcun di questa Dea)

Ch'ancor, bella oltre le belle sia,

offender la mia Procri io non volea.

Et era si di lei l'anima mia;

Cosi fissa nel cuor sempre l'havea,

Cosi la mente al suo bel viso avezza,

Ch'io non potea mirar altra bellezza.

 

Feci mia scusa, che non era honesto,

Ch'io mancasssi di fede alla mogliera.

La bella Aurora disdegnossi a questo:

E disse ingrato, forse ch'io non era

Degna di ritrovarti si rubesto.

Ne c'havessi ver me mente si fiera.

Pur ama Procri, habbia cara assai:

Ben fia, che del tuo amor ti pentirai.

 

Io torno alla mi Procri, e ripensando

A la risposta, che la Dea mi diede,

Come io mi pentirei, vo sospettando,

Che mancata mi fosse ella di fede.

Agli anni, a la bellezza riguardando,

Il mio pensiero ogni adulterio crede:

Ma i costumi ch'in lei casti vedea,

Mi vietavan di temer quel, ch'io temea.

 

Da l'altra parte il ritrovarmi assente

Spesso da lei, e'l fresco esempio appresso

Di questa Aurora m'ingombrò la mente

A stimar rio tutto il femineo sesso.

Onde mi posi in testa finalmente

Semplice di voler chiaro, et espresso

Con la prova accertar, s'ella m'amasse,

E fede al letto marital serbasse.

 

Fo pensier di tentar per via de l'oro

Di combatter di lei l'animo casto;

Ne m'accorgo, ch'io cerco il mio martoro.

E la felicità mi turbo e guasto.

L'Aurora porge aiuto al mio lavoro.

E dice, troverai poco contrasto,

E tosto t'avedrai, ch'ella non t'ama;

E fuor, che te, ogn'altra cosa brama.

 

Ma prima questa Dea da la mia forma

(Ch'el fece molto ben, ne so dir, come)

In effigie diversa mi trasforma;

E vuol ch'io finga stirpe, e patria, e nome.

Poscia di quel, c'ho a far, tutto m'informa.

Ond'io con altro aspetto et altre chiome

Inanzi a la mia Procri m'appresento,

E d'espugnar sua pudicizia tento.

 

Con gran difficoltà ridotto vegno

Ne la mia casa, ove lasciai'l mio core;

Ne vi trovo per tutto indizio o segno

Fuor, che di castitate e di pudore.

Non è da dimandar, s'oltre ogni segno

Crebbe il mio verso lei si caro amore.

Poco mancò, ch'io non mi discopersi:

Pur stetti fermo, e'l gran desio soffersi.

 

Ella tutta parea turbata e trista,

E d'esser sola e priva si dolesse,

De la persona mia, de la mia vista,

Ch'era il piu caro ben, ch'al mondo havesse.

Et era tutavia si bella in vista,

Che sembrava ch'ugual non si vedesse.

pensa tu Foco essendo lieta, quanto

Piacer dovea, se afflitta piacea tanto.

 

Non potrei raccontar, per quante vie

Stimolassi il suo bello animo forte:

ne posso far, che la mia donna oblie

La pura fe, che deve al suo consorte.

Colui, che n'ebbe le primizie mie

(Dice) mi fia Signor fino a la morte.

A lui, dove si trova, ove si giace,

Serbo suoi gaudi, e la sua amica pace.

 

Lasso, che s'havev'io la mente sana,

Bastar doveami questa esperienza:

Ma non bastò, che mi par poca e vana,

S'io non trovo piu salda resistenza:

Le oppongo quel, ch'ogni defesa humana

spezza, e a piu forti cor fa violenza:

Io dico l'oro, e di quell'arme prendo;

Poi ne le piaghe mie pugno e contendo.

 

E in modo il fido e casto animo tento

Con accrescere ogn'hor gemme e thesoro,

Che promise di fare il mio talento,

Che, come io dissi, il tutto vince l'oro,

Mi faresti tu dunque tradimento

Gridai, perfida moglie? e mi scoloro.

Io sono il tuo marito, e al parlar mio

La larva, ch'io tenea, si dipartio.

 

Vinta dalla vergogna impallidissi

Procri, poi che s'avvide del suo errore:

E senza altra risposta dipartissi

Da me con grave mia pena e dolore.

Certo poco mancò, ch'io non morissi;

E con l'ascentia sua crebbe il mio ardore.

Ella sdegnando glihuomini, si diede

A seguitar de l'alma Delia il piede.

 

Perdon tosto le chiesi, e confessai,

C'haveva errato: perch'io non dovea

Seco venire a quelle prove mai,

Quando prima il suo amor si chiaro havea:

E ch'ancor'io non sarei stato assai

(Se femina natura mi facea)

Per minor prezzo in compiacere a quanti

M'havesse ricercato huomini amanti.

 

Poi ch'el mio fallo io riconobbi, e vede

Procri di quello il pentimento chiaro,

Si pacifica al fine, e meco riede,

E le feste e i piacer si rinovaro.

Alhora e questo Dardo e un Can mi diede;

Cui simil non fu mai veduto o raro.

Il qual, perch'era in caccia eletto e buono,

La casta Dea glie l'havea dato in dono.

 

Quel, che di questo Cane avvenne poi,

Foco io lo ti vo dire interamente,

Essendo oscura ne gli Oracol suoi

Temi, l'abandonò tutta la gente.

E cosi andiamo a le Naiade noi,

Che risolveano ogni confusa mente.

Temi mandò una fera di tal forte,

Che gli armenti e i pastor poneva a morte.

 

E per questo s'armar tutti i vicini,

E fer di se corona in tutti i lochi;

E con reti di fer tutti i camini

Chiuser si, che restar liberi pochi.

Ma par, che come folgore declini

la bestia l'arme, e di color si giuochi.

Saltava oltre a le reti agile e franca;

E fuggiva hor da dritta, hora da manca.

 

Traggono i cacciator le mosse a Cani,

Quella gli fugge, e tutti a dietro lassa.

Io mando il mio; lo qual giu per que' piani

Di corso il dardo e la saetta passa,

E ci lascia hoggimai tanto lontani,

Che di piu veder lui la vista è cassa.

Io de' veloci piè l'orme comprendo;

Parto dal piano, e sopra un colle ascendo.

 

Quindi veggio il buon Can tanto d'appresso

A la Fera, che gia par, che la prenda.

Ella il camin rivolge in giro spesso

Accio che'l corso suo piu tardo renda.

Il Can l'è sempre a fianchi; ma concesso

Non gliè di trovar via, donde l'offenda.

Quando giunger la crede, s'allontana;

Apre la bocca, e morde l'aria vana.

 

Io ricorro a l'aiuto del mio dardo;

E, mentre per lanciarlo uso destrezza,

Mi volgo a dietro, e poi drizzando il guardo,

Verso la fera al nostro danno avezza,

Veggio mirabil cosa; e, mentr'io guardo,

Dubito, e gliocchi miei mi dan certezza.

Ambi son sassi, e nol cedeva alhora;

L'un par, che latri, e l'altro fugga ancora.

 

O, disse Foco, questa veramente

Cosa stupenda e sopr'humana parmi.

Ma, perchè ti dolesti primamente

Del Dardo, ti fia in grado raccontarmi.

Et egli; il rimembrar mi fa dolente

Del tempo, in che felice udia chiamarmi,

il quale io son per farti noto pria,

Ch'io venga a dir de la miseria mia.

 

E certo di mogliera er'io beato,

Et ella parimente di marito:

Che, quanto a me piacea, era a lei grato:

Due cuor reggea una voglia, un'appetito.

Ella ne me con Giove havria cangiato,

Ne meno a la mia Procri io preferito

Havrei la bella Dea madre d'Amore:

Pari era il foco in noi, pari l'ardore.

 

Soleva a lo spuntar de' primi raggi,

Quando de' monti il sol le cime indora,

Girmi a la caccia d'animal selvaggi,

E fare io vi solea lunga dimora.

Ne meco volea can, serventi, o paggi,

Ne dotti cacciator, ne reti ancora:

Ma solo io mi tenea pronto e gagliardo

Per la molta virtù di questo Dardo.

 

E, si come io sentia stancar la mano

Da molta occasion, dando le spalle

Al cacciare, hor da presso, hor da lontano

Mi riduceva in qualche fresca valle.

Cosi, mentre il calore ardeva il piano,

Su le spoglie de' prati azurre e gialle

Sedendo, a guisa d'huom, che si ristaura,

Aspettava il venir de la dolc'aura.

 

Quindi spesso cantando dir solea;

Vieni dolc'aura, Aura soave vieni.

Tu sola quella sei, che mi rileva

Ogni languir. tu vaga Aura mi tieni

Tra questi Monti; e (tu l'alma diceva)

Dolcemente conforti e rassereni:

E, quando in questa bocca entra il tuo fiato,

Parmi alhor veramente esser beato.

 

Deh scendi nel mio sen spirto celeste,

E me, si come suoli, Aura conforta.

Oime, che non so chi sentendo queste

Voci, come persona poco accorta

(Nel modo, che le genti al creder preste

Son cosa, ch’ad altrui tormento apporta)

Per udirmi chiamare Aura si spesso,

Che costei fosse Ninfa tenne espresso.

 

A Procri rapportò l’alma nociva,

Com’era di una Ninfa innamorato;

Che spesse volte a star meco veniva

Di non so donde in un fiorito prato.

Amor, che dentro l’anima bolliva,

Creder la fe, quanto le fu narrato;

E cadde (come intesi) e penò molto

A tornare il vigor, mezo sepolto.

 

Piu e piu volte a lamentarsi riede,

Et infelice e misera si chiama:

Ma, se ben vera la novella crede,

L’effetto di veder con gli occhi brama.

Io subito, ch’al dì la notte cede,

Vo, dove’l ciel le mie miserie trama:

Ne vo a l’istesse selve; e al mezo giorno

Al prato usato, e a chiamar l’Aura torno.

 

A me parve d’udir, l’Aura chiamando,

Certo sospiro e doloroso accento:

E da presso, tal nome raddoppiando,

Mover i rami, e cader foglie sento;

E che fosse una Fera imaginando,

A l’anciare il mio Dardo i non fui lento:

Ma lasso me, ch’ove il rumor s’udia,

Quel nel petto ferì la Donna mia:

 

Laqual tra pianta e pianta era nascosa

Per ispiar chi questa Aura si fosse.

Ratto io sentì con voce dolorosa

Va baffo oime, che l’alma mi percosse:,

Corro, dove la mente sospettosa,

E certa del suo male, il piede mosse:

E veggio Procri mia misera esangue,

Che gia la gonna havea molle di sangue.

 

Si tra con le sue mani ella di petto

Il Dardo (dono suo fiero & infausto)

Io la sollevo in braccio, e lego stretto

La piaga e’l sangue, ch’era quasi eshausto,

Cerco stagniare, ah giorno maladetto,

Che la Donna mia feci holocausto.

Ella havea gia perduto ogni colore;

E le restava homai poco vigore.

 

Pur tanto si sforzò che potè dirmi

(Benchè con parlar languido e sforzato)

Poi che da voi dee morte dipartirmi,

Signor, se per amarvi ho meritato;

Se sol per voi solea felice girmi,

Senza haver mai l’honor vostro macchiato.

Vi prego di tal gratia mi digniate,

Che per moglie quell’Aura non prendiate.

 

Alhor m’accorsi de l’error, c’haveva

La bella Procri mia giunta a tal forte;

E glile dimostrai; ma che valeva,

Se la meschina era vicina a morte?

Ambi le luci in me fisse teneva

Misera, giunta al fin de l’hore corte,

Com’altro paradiso ella non habbia,

L’alma eshalò ne le mie stesse labbia,

 

E certa ch’altro amor non mi scadesse,

Mostrò nel volto di morir contenta.

Benchè Cefalo molto si sforzasse

Frenar la passion, che lo tormenta;

Non pote’ far, ch’al fin non lagrimasse:

E pallido pel duol tutto diventa;

Quando il Re co figliuoli a lui fu giunto,

E, disse, che le genti erano in punto.