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2-8 d.C.

OVIDIO, Metamorfosi, VII, 664- 865

Traduzione tratta da: Publio Ovidio Nasone, Metamorfosi, a cura di Bernardini Marzolla P., Einaudi, Torino 2005, pp. 280-291

E già il sole d’oro era spuntato con i suoi bagliori; L’Euro soffiava ancora e impediva alle vele di prendere la via del ritorno. I figli di Pallante raggiungono Cefalo, che è più anziano di loro, e, tutti insieme, Cefalo e i figli di Pallante si recano dal re. Ma re Eaco è ancora immerso in un sonno profondo. A riceverli sulla porta viene uno dei figli, Foco; Telamone e l’altro fratello già stanno raccogliendo truppe per la guerra. Foco conduce i discendenti di Cecrope all’interno del palazzo, in un bel posto appartato e si siede in loro compagnia. E vede che Cefalo, nipote di Eolo, tiene in mano un giavellotto dalla punta d’oro. Prima parla un po’ del più e del meno, poi, mentre si conversa, dice: «M’interesso di boschi e di caccia, ma da un pezzo mi chiedo da che pianta possa essere stata tagliata l’asta che hai in mano: è chiaro che se fosse frassino, sarebbe di collore biondo; se corniolo, ci sarebbero dei nodi. Di che sia non lo so, ma un’arme da lancio più bella di questa i miei occhi non l’hanno mai vista». Uno dei due fratelli ateniesi interviene e dice: «L’uso di quell’arma è ancora più stupefacente della sua bellezza. Insegue qualunque bersaglio, in una corsa che non è guidata dal caso, e torna al volo al punto di partenza, insanguinata, da sola». Allora davvero il giovane Foco, figlio di una Nereide, vuole sapere tutto: perché, come e quandoe da chi sia stato fatto un così grande regalo.. Queste cose chiede; e Cefalo gli racconta, ma poiché si vergogna a raccontare a quale prezzo lo ha avuto, arrossisce, e turbato al ricordo della moglie defunta, con le lacrime agli occhi dice così: «Questo giavellotto, o figlio di una dea, chi lo crederebbe?, Mi fa e mi farà piangere ancora a lungo. Questo giavelotto ha distrutto la mia cara consorte, e con lei me. Oh, se non mi fosse mai stato regalato! La mia Procri – se per caso alle tue orecchie è giunta piuttosto la fama di Oritiia, colei che fu rapita – era la sorella di Oritiia; ma a voler paragonare la bellezza e il carattere delle due, era lei la più degna di essere rapita. Suo padre, Eretteo, la unì a me; a me la unì l’amore. Mi dicevano felice, e lo ero; non piacque così agli dei, altrimenti, forse, lo sarei ancora. Era il secondo mese dopo le nostre nozze, quando un mattino l’Aurora arancione, mentre tendevo le reti per i cervi cornuti, scacciate le tenebre mi vide, dall’alto dell’Imetto sempre in fiore, e mi rapì, benché io non volessi. Mi sia permesso di dire la verità, con buona pace della dea: essa sarà meravigliosa quanto si vuole col suo volto roseo, vigilerà ai confini del giorno nonché a quelli della notte, si nutrirà di rugiade soavi – ma io amavo Procri. Nel mio cuore non c’era che Procri, non c’era che Procri sulle mie labbra. Continuamente parlavo della santità del matrimonio, dei nostri amplessi ancor freschi, delle nostre nozze recenti, dei vincoli che avevano cominciato ad unirci sul letto ora abbandonato. La dea cedette e disse: “Smettila, ingrato, con i tuoi piagnistei! Tieni la tua Procri! Ma se la mia mente vede chiaro, ti pentirai di essertela tenuta!” E adirata mi rimandò da Procri. Mentre tornavo, rimuginando dentro di me sull’avvertimento della dea, cominciai ad aver paura che mia moglie non avesse rispettato del tutto la fedeltà coniugale. La sua bellezza e la sua età rendevano attendibile un adulterio, il suo carattere lo rendeva inattendibile. Però io ero stato assente; però anche colei da cui stavo venendo via era un esempio di moglie infedele; però noi innamorati abbiamo paura di tutto! Decido di indagare, per mio maggior tormento, e di mettere alla prova con doni la pudicizia e la fedeltà di Procri. L’Aurora, contenta di questo sospetto, mi aiuta, cambiando (mi pare che me ne accorsi) il mio aspetto. Irriconoscibile penetro in Atene, città di Pallade, ed entro in casa; già la casa era senza ombra di colpa: dappertutto segni di castità e di ansia per il padrone scomparso. Solo a fatica, con mille astuzie, riesco ad accedere alla figlia di Eretteo. Come la vidi, rimasi estasiato, e stavo quasi per rinunciare al piano di saggiare la sua fedeltà. A stento mi trattenni dal confessarle la verità, a stento mi trattenni dal darle, come avrei dovuto, dei baci. Era triste (ma non ci sarà mai una più bella di lei quando era triste) e si struggeva dalla nostalgia del marito che le era stato strappato. Pensa che donna meravigliosa era, o Foco, se perfino il dolore le stava così bene! Perché raccontare quante volte i miei approcci vennero respinti dalla sua pudicizia, quante volte mi disse: “Io mi serbo per uno solo; dovunque sia, alui solo riservo le mie gioie”! Per chi sano di mente non sarebbe stata questa una prova di fedeltà più che sufficiente? Io non mi accontento, e combatto per ferire me stesso promettendole un patrimonio per una notte, e alla fini, a furia di aumentare le promesse di doni, la induco ad esitare. Allora esclamo: “Hai davanti a te uno che purtroppo fingeva! L’adultero finto ero purtroppo io, in realtà, tuo marito! Ti ho colto, perfida, proprio io!” Lei niente; soltanto, zitta, vinta dalla vergogna, fuggì da quella casa insidiosa e dallo sleale marito, e detestando, per lo affronto che le avevo fatto, tutta la razza dei maschi, se ne andò ad errare per i monti, dedicandosi alle attività care a Diana. Allora a me abbandonato un fuoco più violento penetrò nelle ossa. Imploravo perdono e riconoscevo che avevo sbagliato e che anche io, di fronte a tutti quei doni, se doni così grandi mi fossero stati offerti, avrei potuto cedere e commettere la stessa colpa. Poiché riconoscevo queste cose, e lei si era ormai vendicata dell’offesa fatta alla sua pudicizia, tornò, e con me trascorse, d’amore e d’accordo, dolci anni. Per di più, come se donandomi se stessa m’avesse donato poco, mi regalò un cane che aveva ricevuto dalla sua Diana, la quale, dandoglielo, aveva detto: “Nella corsa vincerà tutti”. Mi regalò anche un giavellotto , questo che, vedi, ho in mano ora. Vuoi sapere che cosa ne è stato del primo dono? Stai a sentire che prodigio: è un fatto così straordinario, che resterai sbalordito. Il figlio di Laio aveva risolto l’enigma che prima nessuno aveva capito, e l’ambigua profetessa, gettatasi nel vuoto, giaceva dimentica delle sue oscure domande. Ma è chiaro che la grande Temi non lascia impunite neppure queste cose. Subito un altro flagello si abbattè sull’aonia Tebe: una bestia a causa della quale molta gente di campagna temette per la vita delle greggi e sua propria. Noi, giovani delle zone vicina, venimmo e circondammo per un gran tratto i campi con delle reti. Quella scavalcava veloce le reti con agile balzo, passando al di sopra dei lacci che avevamo teso. Si sguinzagliano i cani, e questi la inseguono, ma lei sfugge e li semina, così svelta che pare un uccello. Tutti allora chiamano in coro me col mio Lelape – questo era il nome del cane regalatomi. Lelape già da un pezzo cercava di sfilarsi da solo il guinzaglio che lo tratteneva, e tirava col collo. Appena fu liberato, già non potevamo più sapere dove fosse: sulla polvere calda c’erano le impronte dei suoi piedi, ma lui era già sparito. Non parte più veloce una lancia, né una pallottola scagliata roteando una fionda, né una freccia leggera che scatti via da un arco di Gortina. C’è un colle dalla cui cima si domina la campagna sottostante, tutt’intorno. Mi arrampico fin lassù, e di lassù mi godo lo spettacolo di una corsa straordinaria in cui la fiera ora sembra presa, ora si vede sgusciar via proprio al momento d’essere ghermita. È furba, e non scappa correndo a diritto, ma inganna il ceffo del suo inseguitore, fa giri e rigiri per rendere vano lo slancio del nemico. Questo le sta alle calcagna, corre come fa lei e sembra che l’afferri ma non l’afferra, e dà morsi ma a vuoto, e stringe l’aria. Mi accingevo a ricorrere al giavellotto; mentre lo libravo con la destra, mentre cercavo di passare le dita nella cordicella, distolsi un attimo lo sguardo; quando lo alzai di nuovo e tornai ad appuntarlo laggiù, in mezzo ai campi – prodigio! – ti vedo due statue di marmo. Uno diresti che fugga, l’altra che latri. Evidentemente un dio volle che nessuno dei due, vincesse l’altro, in quella gara di corsa, se qualche dio vi assistette.». A questo punto tacque. “Ma il giavellotto, che male ha fatto? “ disse Foco. E Cefalo così raccontò la colpa del giavellotto: “Le gioie, o Foco, sono il principio del nostro dolore. Parlerò prima di quelle. Oh come è bello ricordare, o figlio di Eaco, il tempo beato in cui come è naturale nei primi anni io ero felice, con mia moglie, lei era felice, con suo marito. Reciproca premura c’era in noi, sodalizio d’amore. Neppure le nozze con Giove lei avrebbe preferito al mio amore; e me nessuna avrebbe potuto sedurmi, fosse venuta Venere in persona. Uguale fiamma ci bruciava in petto. Verso l’ora in cui i primi raggi del sole cominciavano a ferire le cime, io avevo l’abitudine di andarmene baldanzosamente a caccia per i boschi, e non volevo che mi venissero dietro né servitori né cavalli nè cani dal fiuto fine, né reti nodose. Col mio giavellotto ero tranquillo. Ma quando la mia mano era sazia di uccidere selvaggina, mi ritiravo al fresco e all’ombra, in cerca del venticello che vien su dalle fresche vallate.Cercavo l’aura lieve in mezzo alla calura, aspettavo l’aura, ristoro alla mia fatica. “Aura, -ricordo infatti, - vieni, - ero solito cantare; - sii gentile ed insinuati, carissima, nel mio seno, e allevia, ti prego, come sai fare tu, l’ardore che mi brucia”. Forse avrò anche aggiunto (mi ci spingeva il destino) altre dolci parole, e avrò anche detto più volte: “Tu sei la mia grande gioia, tu mi accarezzi e mi ristori, tu mi fai amare i boschi, i luoghi solitari, e la mia bocca non si stanca di captare il tuo alito soave”. Qualcuno, non so chi, tese le orecchie a queste ambigue espressioni, e fraintese: pensò che il nome “aura”, tante volte invocato, fosse il nome di una ninfa, e credette che io amassi una ninfa. Incoscente delatore di una colpa immaginaria, subito va da Procri e bisbigliando le riferisce quel che ha udito. L’amore è credulone. Fulminata dal dolore – mi si racconta – essa cade svenuta, e ripresasi solo dopo lungo tempo si chiama disgraziata, sfortunata, si lamenta per il tradimento e sconvolta da una colpa inesistente teme una cosa che non è, teme un nome senza corpo e soffre, poveretta, come se avesse una rivale vera. Ogni tanto dubita, tuttavia, e spera, infelicissima, di sbagliarsi, si rifiuta di credere alla delazione e non se la sente di condannare il marito se prima non vede con i propri occhi. L’indomani, quando il chiarore dell’Aurora ebbe scacciato la notte, io uscii e mi recai nel bosco. Dopo una buona caccia, mentre girovagavo dissi: “Aura, vieni, porta sollievo alla mia fatica”, e improvvisamente, tra una parola el’altra, mi parve di udire non so che gemiti. Tuttavia ripetei: “Vieni, carissima”. E questa volta una frasca, spezzandosi, fece un leggero scricchiolio, e io pensai che fosse qualche bestia e scagliai il giavellotto che vola veloce. Era Procri, che con una ferita in mezzzo al petto “Ahi” gridò. Come riconobbi la voce della mia fedele compagna, corsi a precipizio, come impazzito, verso la voce. la trovo in fin di vita, con la veste strappata che si macchia di sangue mentre cerca di estrarre – me disgraziato – il suo regalo. E prendo sulle braccia delicatamente quel corpo a me più caro del mio, e stracciatomi un lembo di veste dal petto lego la crudele ferita, e cerco di fermare il sangue, e la supplico di non morire e di non lasciarmi scellerato per sempre. Con un ultimo sforzo, ormai moribonda, lei riesce a dire queste poche parole: “Per il vincolo che ci unisce e per gli dei, quelli del cielo e quelli da cui vado, per quei pochi meriti che posso aver avuto nella mia vita con te, e per l’amore, causa della mia morte, che ancora dura, anche ora che muoio, ti prego e ti scongiuro, non permettere che Aura entri come tua sposa nel nostro talamo”. Così disse. E solo allora capii che si trattava di un equivoco, e glielo spiegai. Ma a che serviva spiegare? Si affloscia, e le poche forze fuggono via col sangue, e finché può guardare qualcosa,, guarda me, e su me, sulle mie labbra, esala la sua anima infelice. Ma sembra morir tranquilla, con un volto più sereno“. Queste cose l’eroe ricordava lacrimando, e anche gli altri piangevano. Quad’ecco Eaco arrivare con gli altri due figli e con le truppe appena arruolate. Cefalo le prende con se. Sono truppe potentemente armate.