26: Pallade e Aracne

Titolo dell'opera: Aracne al telaio

Autore: Giovanni Antonio Rusconi (1520-1587)

Datazione: 1553 (seconda edizione)

Collocazione: Le Trasformationi di m. Lodovico Dolce di novo ristampate e da lui ricorrette et in diversi luoghi ampliate con la tavola delle favole, In Venetia, appresso Gabriel Giolito dè Ferrari, 1553, f. 61v.

Committenza: Gabriel Giolito dè Ferrari

Tipologia: incisione

Tecnica: xilografia (63 x 90 mm)

Soggetto principale: Aracne tesse ammirata dalle ninfe

Soggetto secondario:

Personaggi: Aracne, ninfe

Attributi: telaio (Aracne)

Contesto: scena all’aperto con telaio

Precedenti:

Derivazioni:

Immagini:

Bibliografia: Huber-Rebenich G., L’iconografia della mitologia antica tra Quattro e Cinquecento. Edizioni illustrate delle Metamorfosi di Ovidio, in “Studi Umanistici Piceni”, 12, 1992, pp. 123-133; Immagini degli dei. Mitologia e collezionismo fra '500 e '600, a cura di Cieri Via C., Leonardo Arte, Milano 1996, pp. 22-28, 290-291; Guthmuller B., Mito, poesia, arte. Saggi sulla tradizione ovidiana nel Rinascimento, Bulzoni, Roma 1997, pp. 251-274; Glénisson-Delannée F., Illustration, traduction et glose dans les Trasformationi de Ludovico Dolce (1553): un palimpseste des Métamorphoses, in Le livre illustre italien au XVI siecle: texte/image. Actes du colloque organisé par le «Centre de recherche Culture et societe en Italie aux 15., 16. et 17. siecles» de l'Universite de la Sorbonne Nouvelle (1994), a cura di Plaisance M., Parigi 1999, pp. 119-147.

Annotazioni redazionali: poco dopo la pubblicazione de Le Trasformationi di Lodovico Dolce nel 1553, Girolamo Ruscelli (1504-1566) avanzò delle critiche molto forti su questa traduzione: “errori di rima, di lingua, di stile, di fraintendimenti dell’originale latino, che non sarebbero scusabili nemmeno per un sarto, un ciabattino o una lavandaia.” (Guthmüller B., 1997). È proprio grazie a questo scritto che siamo a conoscenza dell’autore del corredo iconografico dell’opera, “il gentilissimo e virtuosissimo M. Giovanni Antonio Rusconi”. A seguito di questa stroncatura da parte della critica, Dolce ripubblica la sua opera apportandovi numerose correzioni; in questa occasione viene rivisto e parzialmente modificato lo stesso apparato iconografico, che rimarrà poi invariato fino all’edizione del 1561. Si tratta di 85 xilografie divise senza un piano preciso tra i trenta canti che formano l’opera di Dolce. A causa di una serie di ritardi nella composizione de Le Trasformationi,  pare che l’editore, Gabriel Giolito de’ Ferrari, commissionò le illustrazioni prima che il Dolce avesse terminato la sua opera. È per questo che Rusconi, nel realizzare i suoi disegni, si rifece al volgarizzamento delle Metamorfosi composto da Giovanni de’ Bonsignori nel 1375-77 e dato alle stampe nel 1497 (Arafm11). Guthmüller sottolinea il fatto che Rusconi ebbe come modelli tanto le illustrazioni dell’Ovidio Metamorphoseos vulgare del 1497 (53 xilografie anonime), tanto quelle dell’Ovidio Metamorhoseos in verso vulgar di Niccolò degli Agostini del 1522 (72 xilografie anonime). Ciò non toglie che il ciclo possa considerarsi una creazione originale dell’architetto veneziano, che – ad esempio – non riprende dai suoi predecessori la rappresentazione simultanea di più momenti di un mito all’interno di un’unica immagine, ma semmai dedica più incisioni a quella storia. È questo il caso del mito di Aracne e Minerva, cui – a differenza delle  precedenti versioni illustrate delle Metamorfosi di Ovidio, dove era raffigurato solo il primo episodio con Aracne al telaio e l’arrivo di Minerva (Cfr. scheda opera 17) – sono destinate ben tre xilografie raffiguranti i momenti cruciali della vicenda: Aracne che tesse ammirata dalle ninfe, la contesa tra Aracne e Minerva (Cfr. scheda opera 27) e la metamorfosi di Aracne in ragno (Cfr. scheda opera 28). A queste se ne aggiungono altre due per le tele delle due contendenti: Emo e Rodope per la tela di Minerva, Nettuno e Bisalti per quella di Aracne. In questa immagine, sulla sinistra Aracne lavora al suo telaio ammirata da “le vaghe Ninfe” che avevano lasciato “le fontane e l’herbe e i fiori/ I boschi e i monti, et ogni caro hostello” “per veder i suoi lavori”, così come dice Dolce nella sua opera (Arafr03), sulla scorta di quanto aveva scritto lo stesso Ovidio (Met., VI, vv. 14-16).

Chiara Mataloni