20: Pallade e Aracne

Titolo dell'opera: Aracne e Minerva

Autore: Herman Posthumus (1513/14- ante 1588)

Datazione: 1540-1543

Collocazione: Landshut, Stadtresidenz, Sala di Aracne

Committenza: Ludovico X di Baviera (1495-1545)

Tipologia: dipinto murario

Tecnica: affresco

Soggetto principale: Atena compare in casa di Aracne: tutte le donne presenti si inginocchiano ai suoi piedi; sulla sinistra Aracne ignora la dèa e osserva la sua tela

Soggetto secondario: sullo sfondo Minerva travestita da vecchia fa visita ad Aracne

Personaggi: Aracne, Minerva, donne

Attributi: elmo, corazza (Minerva); telaio, tela (Aracne)

Contesto: interno

Precedenti:

Derivazioni:

Immagini: http://www1.ku-eichstaett.de/SLF/Klassphil/grau/posara1.htm

Bibliografia: Verheyen E., Athena und Arachne. Ein kaum bekannter Zyklus in der Stadtresidenz zu Landshut, in "Zeitschrift des Deutschen Vereins für Kunstwissenschaft", 20, 1966, pp. 85-96; Wischermann H., Der Italianische bau der Stadtresidenz in Landshut Bemerkungen zu Seiner Kűnstlerischen Herkunft, in "Arte Veneta", 33, 1979, pp. 50-58; Dacos N., Hermannus Posthumus. Rome, Mantua, Landshut, in "The Burlington Magazine", 127, 1985, pp. 433-438; Dacos N., Roma Quanta Fuit. Tre pittori fiamminghi nella Domus Aurea, Donzelli Editore, 1995 Roma; Günther H., Il Deutscher Bau della residenza di Landshut: Funzioni e tipologie, in Die Landshuter Stadtresidenz: Architektur und Ausstattung, a cura di Lauterbach I., Endemann K., Frommel C.L., Zentralinstitut fur Kunstgeschichte, Monaco 1998, pp. 65-70; Bellanca C., L’Italienischer Bau della residenza di Landshut: un episodio di tecniche costruttive del Cinquecento romano e mantovano in Baviera, in Die Landshuter Stadtresidenz: Architektur und Ausstattung, a cura di Lauterbach I., Endemann K., Frommel C.L., Zentralinstitut fur Kunstgeschichte, Monaco 1998, pp. 85-87; Bulst W.A., Der Italienische Saal: Architektur und Ikonographie, in Die Landshuter Stadtresidenz: Architektur und Ausstattung, a cura di Lauterbach I., Endemann K., Frommel C.L., Zentralinstitut fur Kunstgeschichte, Monaco 1998, pp. 183-192; Dacos N., Herman Posthumus in Landshut, in Die Landshuter Stadtresidenz: Architektur und Ausstattung, a cura di Lauterbach I., Endemann K., Frommel C.L., Zentralinstitut fur Kunstgeschichte, Monaco 1998, pp. 239-243.

Annotazioni redazionali: durante il Rinascimento Landshut era una delle cinque città residenziali dei duchi di Baviera. I lavori per la costruzione del Palazzo, molto probabilmente destinato ad ospitare gli uffici pubblici e gli archivi per la giurisdizione e l’amministrazione statale (Günther), furono commissionati da Ludovico X, duca della Baviera Inferiore, e sono collocabili tra il 6 maggio 1536 e il 1540. Inizialmente furono impiegati solo artisti tedeschi, ma già dalla fine del 1536 il progetto iniziale fu completamente stravolto. Ludovico X, infatti, aveva trascorso la Pasqua del 1536 a Mantova, e abbiamo numerose lettere inviate al fratello, Wilhelm IV, in cui il duca esprimeva tutta la sua ammirazione per il Palazzo del Tè di Federico II Gonzaga. Quando era ancora in Italia, Ludovico ordinò di modificare il progetto della seconda ala della residenza, il cosiddetto Italienischer Bau, dove verrà adottato lo stile rinascimentale italiano proprio della maniera di Giulio Romano, cui oggi viene attribuito il progetto del palazzo; a tal fine, furono chiamati a lavorare degli artisti provenienti da Mantova. Terminata la costruzione, partirono i lavori per la decorazione degli interni, collocabili tra il 1540 e il ’43. Nel libro dei conti vengono nominati tre pittori: Ludwig Refinger, Hans Bocksbeger, e “Meister Herman”, cioè Hermann Posthumus. Purtroppo i documenti non aiutano a definire le attribuzioni delle varie sale. Nicole Dacos, in seguito ad un’analisi stilistica,  attribuisce la Stanza di Aracne e quella di Latona ad Hermann Posthumus; in particolare, l’uso delle grottesche nella prima delle due sale viene ricollegato all’escursione nella Domus Aurea, compiuta dall’artista insieme a Maerten van Heemskerck e Lambert Sustris. La Stanza di Aracne (5 x 5 m) presenta due porte contrapposte sulle pareti Nord e Sud, un camino e due finestre sulla parete Est. Essa è decorata da un ciclo di affreschi, in cui viene narrata la storia della contesa tessile tra Aracne e Minerva e i miti ricamati sulle due tele. Al centro della volta un riquadro ottagonale; tutto intorno quattro piccoli riquadri rettangolari, affiancati da otto esagoni allungati. Al di sotto dei pennacchi, tre lunette su ciascuna parete. La lettura del ciclo d’affreschi parte da questo ottagono centrale, dov’è raffigurato sullo sfondo il tentativo di Minerva, travestitasi da vecchia, di persuadere Aracne a non sfidare la dèa, e in primo piano la manifestazione divina nell’atelier della giovane artista; questa, a differenza delle altre donne presenti, sembra non accorgersi dell’accaduto e continua ad ammirare un suo lavoro. In due dei quattro riquadri rettangolari troviamo la raffigurazione delle due contendenti al telaio: in corrispondenza della parete Sud Minerva, a Nord Aracne. Seguono poi, negli esagoni, nelle lunette e negli ultimi due riquadri rettangolari, le raffigurazioni dei vari episodi tessuti sulle due tele: immaginando di dividere in due emisferi la sala, nella parte in alto, in corrispondenza della sua figura, troviamo tutti gli amori degli dèi tessuti da Aracne; quella in basso, invece, è parzialmente occupata dai miti della tela di Minerva. Negli esagoni ai lati del riquadro con la dèa al telaio, a destra Nettuno con il cavallo, a sinistra Atena con l’ulivo, a raffigurare la contesa per il dominio sull’Attica; in due lunette e in due esagoni i quattro miti di personaggi superbi puniti, tessuti dalla dèa agli angoli della sua tela (Emo e Rodope, Cinira, Antigone, Gerana). Nelle lunette e nei riquadri opposti sono raffigurati i “caelestia crimina” della tela di Aracne (Leda e il cigno, Giove e Europa, Danae, Alcmena, Teofane, Nettuno e Teofane, Egina, Melanto, Antiope, Iphimedia, Nettuno e la figlia di Eolo, Apollo come leone, Saturno come cavallo). Nelle tre lunette Sud troviamo la conclusione del mito: Minerva che aggredisce Aracne (Cfr. scheda opera 21), Aracne che tenta di suicidarsi impiccandosi (Cfr. scheda opera 22), Minerva che trasforma Aracne in ragno (Cfr. scheda opera 23). L’interesse per questo ciclo di affreschi deriva dalla sua aderenza al testo ovidiano e dalla sua completezza: rispetto a quello genovese di Perin del Vaga (Cfr. scheda opera 19), ad esempio, non vengono trattati solo i miti tessuti da Aracne, ma anche quelli della sua avversaria. L’impostazione apparentemente caotica del ciclo rispecchia il racconto ovidiano: i due riquadri con Minerva e Aracne al telaio sono contrapposti proprio come si dice nelle Metamorfosi (VI, 53); tramite questo espediente, l’autore del ciclo è riuscito a rendere perfettamente l’idea della contemporaneità della realizzazione delle due opere. La tela di Minerva sembra avere effettivamente una scena al centro e quattro agli angoli (Met., VI, 85), mentre quella di Aracne, cui vengono dedicati un numero maggiore di affreschi, sembra non avere un ordine preciso e rispecchia quel “disordine” rilevato dalla critica (Von Albrecht M., 1979; Byron H., 1998). La critica sottolinea una serie di influssi dell’ambiente mantovano non solo nell’architettura, ma anche in questi affreschi. Per esempio, le due lunette con i miti di Teofane e di Leda presentano un’iconografia molto simile a due dei quattro Amori di Giove che Correggio dipinse intorno al 1530 per Federico II Gonzaga, rispettivamente il mito di Giove ed Io (Vienna, Kunsthistorisches Museum) e quello di Leda e il cigno (Berlino, Staatlichen Museen). A tal proposito, sappiamo che nel 1534 Ludovico X aveva inviato un suo artista alla corte di Mantova, perché imparasse lo stile italiano; purtroppo, dai documenti finora noti, non è possibile risalire all’identità di questo “servitore”. Poiché è noto che Posthumus lavorò anche a Mantova, sarebbe logico ipotizzare che fosse proprio lui l’artista di cui si parla nella lettera; purtroppo i documenti non aiutano a far chiarezza su questo punto. Inoltre negli affreschi è rilevabile la presenza di due artisti diversi.

Chiara Mataloni