Arafr03

1553

LODOVICO DOLCE, Le Trasformazioni, in Venetia, appresso Gabriel Giolito de Ferrari e fratelli, Canto duodecimo

 

Palla, che fino a qui, come fe segno,

Con suo molto piacer havea ascoltato

La bella Donna del Castaldo regno,

Cui fu di ragionar l’ufficio dato;

Giusto addimanda e veramente degno

Lo sdegno loro; e assai l’hebbe lodato.

E poi fra se; che val lodare altrui,

se d’altri ancor non sem lodate nui?

 

Non permettiam, ch’alcuno osa vantarsi

Di sprezzar noi, senza sua grave pena.

Cosi venne d’Aragne a ricordarsi;

De la quale havea homai l’orecchia piena;

Come solea nel tessere apprezzarsi

Tanto, ch’a le sue man cedeva a pena:

Anzi non pur voleva eguale honore

A lei, ma si teneva anco maggiore.

 

Era nata costei d’ignobil grado

In Lidia entro a un Castel povero e umile;

Ma in cambio d’honorato parentado

Sua virtù la facea chiara e gentile:

E certo fu a ciascun cotanto a grado

Per l’artificio nobile e sottile,

Oche la spola, o l’ago ella adoprasse,

che non fu alcun, che lei non commendasse.

 

E spesso per veder i suoi lavori,

de’ quai non fece mai stile; o pennello

D’Artefice Divin stese i colori

Lavor ne piu minuto, ne piu bello;

Lasciavan le fontane e l’herbe e i fiori

I boschi e i monti, et ogni caro hostello

Le vaghe Ninfe, che con maraviglia

Tenean ne l’opre sue fise le ciglia:

 

che porgeva non men gioia infinita

il vederle adoprare la mano e l’arte,

Che recassero, poi ch’era finita

La tela, le figure ivi cosparte.

Per questo ogn’un con istupor l’addita;

E da tutti credeasi in ogni parte,

Ch’essendo si mirabile e si destra,

Stata le fosse Pallade Maestra.

 

Aragne lo negava: anzi dicea,

Che desiava esserne seco a prova,

E la vittoria riportar credea,

Bench’era ad altri maraviglia nova.

Palla, che di sua audacia si dolea,

Honesto mezo d’ammonir la trova;

E di canuta vecchia effigie prende,

Ch’appoggiata a un bastone i passi stende.

 

S’appresenta ad Aragne: e dice, figlia

Tra molti mal, che la vecchiezza apporta,

Ha un ben, che saviamente altrui consiglia,

Perche la molta età la rende accorta.

Che chi t’ama e ti prezza te lo porta.

Basti nel tesser ritenerti tale,

Che non ti venga a par donna mortale.

 

Cedi a Pallade figlia, et umilmente

Le dimanda perdon del troppo ardire,

Ch’ella te lo darà benignamente,

Pur, che ti penti homai del tuo fallire.

La mira Aragne: e tanto si risente,

Che lasciando il lavor comincia a dire.

Ben è quel detto pien di veritate,

Che toglie il senno altrui la troppa etate.

 

Meglio, e piu saviamente opereresti,

S’hai figlie, a porger loro questi conforti;

E sarian piu utili e piu honesti

Ch’a me, cui scioccamente hoggi conforti.

Ma certo ben poche faccende avesti,

(E i tuoi parenti deon tutti esser morti)

Quando venire a me t’entro pensiero,

Che de’ consigli tuoi non ho mistero.

 

Perche Pallade meco non contende

Di chi merta in quest’arte il primo honore?

Ella, che l’ostinato animo intende,

Lasciò le crespe e il pallido colore;

E di nuovo l’usata forma prende.

Non perdette per questo Aragne il core.

Ben divenne vermiglia, come suole

Mostrarsi il ciel ne l’apparir del Sole.

 

E, come quel rossore ratto dispare,

Così quello d’Aragne fuggì via.

Hor l’una e l’altra è presta di provare

Qual di lor due miglior Maestra sia.

Di qua un telaio, e di là un altro appare:

Senza guardar, qual più comodo sia,

Pallade siede a l’uno, e l’altro Aragne:

Stan d’intorno a mirar le sue compagne.

 

La trama è al subbio, e l’ordimento avolto:

E l’una e l’altra con la gonna cinta

D’intorno al petto, e in  mano il raggio tolto,

È senza indugio al suo lavor accinta.

Movon le dotte braccia, e l’occhio è volto

Sempre colà, dove la mano è spinta.

Di porpora è il contesto, e con l’inganno

Di diversi color spirto le danno.

 

Perche formando in lei varie figure

D’aspetto ogn’una e d’atto differente,

Osservan l’ombre e i lumi, con testure

Si buone, e cosi poste unitamente,

Che non si vede segno, o commessure,

Ond’esca ilo color vario e differente:

Esempio a questo ugual vede potreste,

Se guardate talhor l’Arco celeste.

 

Suo campo l’oro in molte parti tiene,

Ch’accresceva al lavor gratia e beltade.

Palla ne l’opra sua dipinge Athene,

E l’antiche contese trapassate

Tra Nettuno e tra lei (s’io lessi bene)

D’intorno al nominar de la cittade.

I Dei vi pose ancora ad uno ad uno;

Tra quai Giove parea Re di ciascuno.

 

Quivi Nettuno nel sembiante altiero

Percuote col Tridente un sasso vivo:

E fuor n’esce un Destrier superbo e fiero,

Che parea ch’annitrisse e fosse vivo.

Ella armata con nobil magistero

Urta con l’hasta, e nasce un verde Olivo;

Par, che tutti stupiscano li Dei,

E diano insieme la vittoria a lei.

 

Ne la vittoria haver potea finita

Palla la gloriosa sua fatica:

Ma perche del suo mal fosse ammonita

L’altira et ostinata sua nimica;

Fece l’opera ancor quadripartita:

Ove l’accorta man santa e pudica

Alcuni esempi in piccol forma pinse,

E quelli di color varij distinse.

 

(…)

 

Disegna Aragne, come sotto aspetto

DI flaso Toro Europa fu ingannata.

Che vero fosse il Toro avresti detto,

Vero il mar, e la donna spaventata.

(…)

 

L’estreme parti de la sua tela cigne

D’Hellera, e de’ suoi fior l’orna e dipigne.

 

Fu d’Aragne il lavor tanto pregiato,

Che non chi lo biasimi o lo riprenda;

Ne Palla, ne l’Invidia havria trovato

Parte fra tutto lui degna d’emenda.

Per questo il cor le fu molto turbato.

Duolsi, che si conosca e si comprenda,

Che la povera Aragne l’agguagliasse,

E ‘l biasimo di que’ Dei si dimostrasse.

 

Ruppe la Tela; e disdegnosa mosse

Il braccio; indi col raggio sodo e grave

Piu e piu volte il fronte ella percosse

D’Aragne, onde sedeva, si rimosse;

E corse disperata ad una trave,

E attaccatovi un laccio di sua mano,

Cercò d’uscir d’ogni travaglio humano.

 

Pallade la sua morte non sofferse;

Ma come stava appesa, alhora alhora

In un picciolo Ragno la converse,

Dicendo, io vo, che cosi resti ogn’hora.

Onde di fila poi varie e diverse

Ordì sua tela, e quella tesse ancora:

Benche dal suo lavor spesso è impedita,

E avanza assai, se puo serbarsi in vita.

 

Che Pallade o con herbe, o con incanto

Cio si facesse; affermo, ch’era Dea,

E quella, et opra assai di maggior vanto,

Sendo cosa divina, far poeta.

Volando se n’andò la Fama in tanto

Per quanto Lidia e Frigia contenea:

Ne sol fra questi termini si serra;

Ma infine anco n’empì tutta la terra.