68: Apollo e Marsia

Titolo dell’opera: Apollo e Marsia

Autore: Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino (1591-1666)

Datazione: 1619-1620 ca.

Collocazione: Modena, Banca Popolare dell’Emilia

Committenza: cardinale Alessandro d’Este (1568-1624)

Tipologia: dipinto

Tecnica: olio su tela (67 x 58,5 cm)

Soggetto principale: Apollo e Marsia

Soggetto secondario:

Personaggi: Apollo, Marsia

Attributi: lira (Apollo); siringa, barba (Marsia)

Contesto:

Precedenti:

Derivazioni:

Immagini:

Bibliografia: Benati D., Peruzzi L., I dipinti antichi della Banca Popolare dell’Emilia, Modena, 1987, pp. 90-94; Giovanni Francesco Barbieri, il Guercino 1591-1666, a cura di Sir Denis Mahon, Cassa di Risparmio di Cento, 1991, pp. 138-139; Stone D.M., Guercino. Catalogo completo dei dipinti, Cantini, Firenze 1991, p. 68

Annotazioni redazionali: il dipinto presenta un taglio compositivo particolarissimo e piuttosto raro nelle raffigurazioni del mito di Apollo e Marsia: i due protagonisti, allontanati da ogni possibile contesto narrativo, sono studiati nelle loro fisionomie e caratteri. Consentono l’identificazione del soggetto raffigurato i due strumenti musicali, una lira e una siringa, che, rievocando la contesa musicale, identificano i due protagonisti. Il taglio ravvicinato ha consentito a Mahon (1991) di identificare la tela con quella nominata nell’inventario dei beni del Cardinale Alessandro d’Este, che alla sua morte nel 1624 passarono alla principessa Giula d’Este: vi si trova il riferimento a “un ritratto d’Apollo con Marsia del Guerzin da Cento”, che prima della scoperta di questa tela si pensava fosse il dipinto di Palazzo Pitti; in realtà l’uso del termine “ritratto” non lascia alcun dubbio visto il taglio e la forte individuazione espressiva dell’opera in questione. L’ipotesi di Luigi Salerno è che Guercino avesse dipinto questo quadro tra il 1619 e il 1621 prima di andare a Roma nel maggio del ’21, viaggio in cui portò con sé la tela e la vendette al Cardinal Alessandro d’Este. Il dipinto viene successivamente menzionato in un elenco del 17 aprile 1672 relativo ai quadri che Luigi d’Este, in partenza per la Germania, lasciava in custodia a Galeazzo Veraldi; in questo caso viene utilizzato il termine “abbozzo”, che – in virtù della straordinaria disinvoltura della conduzione pittorica – si addice alla perfezione al dipinto delle collezioni della Banca popolare dell’Emilia (Benati-Peruzzi, 1987, p. 92). La critica ha anche notato una certa somiglianza fisionomica dei due personaggi rispetto al precedente dipinto Pitti del 1618 (Cfr. scheda opera 66). In questo caso, il taglio aumenta la contrapposizione delle due figure, bellissimo e dalla pelle candida e morbida il dio, che si volge contrariato verso il satiro, scuro e rugoso, di cui viene accentuata la natura ferina, il naso camuso e le labbra tumide, a suggerire nuovamente una possibile interpretazione dell’episodio raffigurato in chiave morale.

Chiara Mataloni