1620
GIOVAN BATTISTA MARINO, La Sampogna divisa in idilli favolosi e pastorali, V
Testo tratto da:
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Proserpina
Avea l'eterno Giove
per bocca del'interprete volante
già le ragioni e le querele udite
del mesto Re del'ombre,
ch'ardea di sdegno impaziente e d'ira,
non tanto perché privo
dela luce e del giorno il Ciel l'avesse
confinato sotterra
del cieco abisso ad abitar gli orrori,
quanto perch'egli solo
de' tre fratelli universali, a cui
distribuito è de' tre mondi il regno,
il ceruleo, l'ombroso e lo stellante,
fusse ancor destinato
in talamo gelato,
senza conoscer mai
di consorte o di padre il dolce nome,
sterili e sconsolati a passar gli anni.
Ond'armando di quante
chimere et altri mostri
l'orrido albergo accoglie
incontr'al Ciel le temerarie squadre,
e congiurando dele Furie insieme
la turba ribellante
a' danni del Tonante,
minacciava feroce
di scatenar dal carcere profondo
per fargli ingiuria e guerra
i figli dela Terra,
e giurava superbo
di voler con le tenebre tremende
dela notte infernale
smorzar il sole e subbissar le stelle.
Quando il Padre sovrano
ala madre d'Amor rivolto il ciglio,
sorridendo le disse:
– Figlia, sì come il centro
del cor più volte dal tuo dolce figlio
saettato t'apersi,
così gli arcani interni
de' più chiusi pensier convien ch'io t'apra,
con quanto di secreto
dentro l'archivio cupo
dele leggi immortali ha scritto il Fato.
L'adulta omai virginità matura
di Proserpina nostra, unica prole
dela Dea più feconda, unico sole
dele ninfe più belle,
ad Imeneo devuta,
al giogo marital già s'avicina.
Cerere combattuta
da preghiere importune
di Dei rivali e di celesti Proci,
che la chieggono aprova,
differisce le nozze.
Quinci Giunon, quindi Latona intanto
la vuol per nuora, et emuli e discordi
l'uno armato di spada, e l'altro d'arco,
ne contendon tra lor Marte et Apollo.
Questi Delo, et Amicla, e Cinto, e Claro,
quei le promette in dote
il Rodope e 'l Pangeo,
i Geloni, i Bistoni, i Traci, e i Geti.
Ma la madre orgogliosa
l'un e l'altro rifiuta,
e, pur tra sé dubbiosa
di froda e di rapina,
tiene in Trinacria ascosa
quella beltà divina,
e confidata assai
ne la rigida asprezza
del'erta malagevole e scoscesa,
ha tra le balze d'Etna e di Peloro
serrato il suo tesoro.
Stabilito ha il destino
che malgrado di lei la vergin bella
sia sposa di Plutone;
et or che per ventura
lunge è da lei la sua custode accorta,
oportuno n'è il tempo.
Sovra l'adusta cima
dela rupe sicana
vattene, o figlia, e con que' dolci inganni,
onde me stesso ancora
(non che 'l vulgo mortal) vinci e conquisti,
la fanciulla celeste insidia, e prendi.
E perché que' profondi ultimi regni
senza sentire i tuoi giocondi affanni,
anco il Ciel vi soggiace,
staran liberi in pace?
Non vive petto a Venere inaccesso,
né region secura
dagli assalti d'Amore ha l'universo.
Spieghi pur dunque Amore
ne la reggia infelice
del'odio e del dolore
l'insegna vincitrice.
Mollisca a dolce colpo
di lasciva saetta
del Tiranno severo,
c'ha ne l'Erebo impero, il cor di ferro.
Provino omai l'Erinni
se di Cocito è più cocente e forte
l'ardor dea tua fiamma.
E dican laggiù poi
l'anime tormentate
se tormento han gli abissi,
che le pene amorose in parte agguagli.
Manca sol questa al'altre spoglie illustri
del tuo trionfo eterno:
il trionfar dell'espugnato Inferno –.
Qui tace e Citerea,
senz'altro indugio, ambiziosa e lieta,
ch'ancor questo trofeo
del'altre palme al cumulo s'aggiunga,
di rendere al suo scettro
tributario Acheronte,
del paterno precetto
accelera l'effetto.
Vassene là dov'Etna
tra scogli al ciel precipitosi e rotti
sporge l'arsiccio capo.
Etna perpetuo incarco
al corpo smisurato,
al busto fulminato
del'orgoglioso Encelado, che spira
con aneliti orrendi
zolfo rovente e dala gola erutta
sospir di fumo e vomiti di foco;
e qualor furioso
scote l'ampia cervice, o cangia fianco
sotto il gran peso stanco,
e dal destro si volge o dal sinistro,
l'isola infin dal fondo
tutta si svelle, e con terribil moto
nuotan le torri e le città tremanti.
Del'ispida pendice
la costa inaccessibile si pote
ben misurar con l'occhio,
non superar col piede.
Una parte si vede
frondeggiar, verdeggiar d'arbori eccelse,
un'altra arida, et arsa
mille torbidi globi
di fervidi vapori in alto essala,
peròche 'l cavo ventre
dela montagna alpestra,
d'incendio vivo inestinguibil fonte,
con sempiterno fomite nutrica
gorgo bollente di fiammelle oscure,
che con bombi tonanti
sfidan le stelle e vanno,
quasi fosche comete,
di nere macchie ad annebbiare il giorno.
Ma se ben dal'un lato
con sfavillanti ardori
la voragine cupa avampa e fuma,
dal'altro in larghe falde
di condensati algori
incanutisce la nevosa bruma;
e le fiamme ale nevi
serbano fede in guisa,
che da tanto calor securo il ghiaccio
tra le faville indura,
e l'innocente arsura
sempre difesa da secreto gelo,
dele rupi vicine
lambisce le pruine.
Da qual fontana original derivi
scaturigin sì grande
di focosi torrenti,
qual forza arroti i sassi e le spelonche
con crollo formidabile tormenti,
e qual perpetua inconsumabil esca
ala fame vorace
di cotanta fornace
basti a somministrar cibo e pastura,
occulta è di Natura
meraviglia e possanza,
ch'apieno altrui di penetrar non lice.
O sia perch'alcun groppo
di venti prigionieri
trapassando per entro
le vie chiuse e nascoste
di quelle vote e concave caverne,
e discorrendo le torture anguste
e gli obliqui meati
de' macigni forati,
mentre libertà cerca e per sentiero
di sì feroci spiriti incapace
dal cavernoso carcere impedita
tenta aprirsi l'uscita,
furia sdegnoso e rugge,
e con l'impeto insano
de' ruinosi soffi
fa scoppiar gli antri, e move
di turbini infocati alte tempeste.
O sia perché fors'anco
celatamente trapelando il mare
per le sulfuree vene,
e per l'interne viscere del monte,
trae qualità da quelle
sotterranee miniere,
sì ch'alterato intepidisce e ferve,
e fa tutte bollir l'acque e le pietre,
che poi fumanti e calde
mandan per le fessure
dela pomice alpina aliti ardenti.
Quinci avien, dunque, ch'Etna
dala bocca profonda
del'aperto spiraglio
lunghi tratti vibrando
di neri fiati, e di vermiglie lingue,
con un fremito roco
mormora, e porge al foco
alimento immortal, che non s'estingue.
Ben di quel loco, dove
il zoppo sposo suo tien la fucina,
Venere spesso a dimorarvi avezza,
avea piena contezza,
onde quivi ne viene e quivi giunta
ne l'ora, che la notte
già con rapide rote
a scender cominciava
del suo negro sentier verso la meta,
ne le riposte e solitarie case
dela Dea dele spiche
entra tacitamente e proprio agli orti,
dov'alberga Vertunno, i passi drizza.
Vertunno dele selve e de' giardini
cultor famoso e celebrato nume,
cui dele roze piante in guardia è data
la frondosa famiglia.
Questi, quantunque possa
mentir qual più gli piace abito e forma,
però ch'a suo talento
or di pelo e d'artiglio
veste le membra, arma le branche, e d'orso,
di leon, di cinghial sembianza prende,
or in pastor si cangia,
or in ninfa si muta, et or diviene
arbore, or fonte, or sasso,
et or rapida fiamma, or nembo lieve
rassembra, et or repente
si dilegua, disciolto in aria, in aura.
Non volse a questa volta
al'amorosa dea punto celarsi,
ma ne la propria e natural sua vera
imagine costante
le comparve davante,
strana effigie per certo,
e stranio sì, ma grazioso mostro.
Contiene il corpo tutto
d'ogni ragion di frutto
commessi insieme in rustica figura
fantastica mistura.
D'un gran popone è fabricato a spicchi
il globo dela testa.
Due poma casolane
dipinte d'un rossor ridente e fresco
compongono le guance.
Ufficio d'occhi e di palpebre fanno
due nespole acerbette,
tra cui di naso in vece
grossa e piramidal pera discende.
Di sotto s'apre e fende
nel loco dela bocca
punica buccia e de' purpurei grani
scopre le gemme in un giocondo riso.
Fraghe, cornie e cirege
son le labra vermiglie, e nel sovrano
quasi rigido pel, col guscio verde
s'attraversa di nocchie irsuta coppia.
Una matura pesca
forma il mento, e formato
d'un susin di Damasco infuor si sporge
il groppo dela gola.
Ne l'una e l'altra tempia
tien duo non anco aperti
di pungente castagno ispidi ricci;
e quinci e quindi per orecchie ha fitte
d'una noce divisa ambe le scorze.
Scusano lunghe zucche e gambe e braccia;
e radici, e carote
ne le mani e ne' piè spuntano in dita.
Di cocomero è il ventre e di cotogna
son le ginocchia, e tra le cosce pende
fatto d'un cedrolotto
noderoso e ritorto, il membro osceno.
Di serpollo ha la barba,
di finocchio la chioma,
e le silvestri e boscherecce spoglie
son erbe, e fronde, e foglie.
Or da costui cortesemente accolta
la Dea del terzo giro
in tal guisa gli parla:
– O di quanto Natura
partorisce e nutrica
fecondissimo padre;
benigno de' tesori,
che dal prodigo seno
l'ampia terra diffonde,
dispensiero e ministro;
Dio possente e ferace,
dal cui vigor vivace
virtù generativa
traggon radici e semi;
per cui ne' folti boschi
e negli aperti campi
allignano le barbe,
crescono le cortecce,
verdeggiano le fronde;
e da cui solo impara
la commun madre antica
a stabilire i tronchi,
a copular gl'innesti,
a dilatare i rami,
a germinare i fiori,
a maturare i frutti;
se mai per me, se mai
per opra del mio figlio,
quando più desperato
languivi per colei,
ch'or fatta è tua consorte,
pervenir ti fu dato
a fin de' tuoi desiri,
e dopo lunghi pianti
goduto aver sovienti
amorose dolcezze;
e se pur ciò che nasce
e ciò che si produce
per pianure e per monti,
per foreste e per valli,
dovunque del tuo regno
il dominio si stende,
è sol nostra mercede;
del tuo favor deh tanto
prestami, ch'oggi io possa
effettuar, non senza
comandamento espresso
del mio gran genitore,
qualche impresa d'amore.
Io so ch'assai sovente
per questi ameni poggi,
dove solingo alloggi,
uscir suole a diporto
Proserpina gentile.
Chiama la tua Pomona,
chiama Favonio, e Clori,
e vinta la natura
e del tempo, e del loco,
di novella verdura
vesti l'ignudo colle;
fa che vezzoso, molle,
fruttifero e fiorito
con lusinghiero invito
doppiamente l'alletti,
fuor d'ogni usato stile
misto ad ottobre, aprile.
Risguarda intanto, e taci,
che qui tosto vedrai
spettacol violento,
che, bench'a prima vista
potrà recar spavento,
sortirà poscia effetto
di gioia e di diletto –.
Più oltre dir non volse,
e del'inganno ordito
la bella Dea d'amor seco sorrise.
Ver le secrete stanze
dela malcauta giovane rinchiusa
volge le piante, e sorta innanzi l'alba
e tutta intenta a' bei lavor del'ago
con picciol lume a vigilar la trova.
Trovò ch'allora apunto
giungeano a visitarla
le due vergini dee, Palla e Diana,
l'una in guerra possente e l'altra in caccia:
questa ale fere, e quella
agli uomini tremenda.
Lascia imperfetta l'opra
la semplicetta, e tinta
di vergognosa porpora le gote,
corre veloce a reverirle, e china
or l'una, or l'altra umilemente abbraccia.
Poiché furo più volte
iterate tra loro
le cortesi accoglienze,
divisando e cianciando
in lieti motti e 'n bei discorsi entraro;
e quella, a cui son sacre
le rose e i mirti e le colombe e i cigni,
per dar commodo tempo
al'essecuzion del gran disegno,
con varie fole e parolette a bada
trattenea la brigata.
Già con alti nitriti
fugavano le stelle
i destrier di colui che 'l dì conduce;
e da' confini eoi
la lampa orientale
vibrava già la sua rosata luce,
i cui raggi sereni,
quasi di foco e d'oro
tremolanti baleni,
ferian del vicin mar l'umido argento,
e del golfo di Scilla,
che folgorava a' bei purpurei lampi
dela sorgente face,
saettando le sponde,
le fiammelle scherzar facean per l'onde;
quando uscì passeggiando ala frescura
del'aura mattutina
per la vaga collina
il divin drappelletto, onor del cielo,
dico la saggia diva,
la casta, e la lasciva,
e con esse colei, che dì bellezza
ad alcuna di lor punto non cede,
mosse arditetta il piede.
Con loro accompagnossi
vezzosa comitiva
di ninfe e semidee.
Quante Oreadi e Napee,
quante Naiadi e Driadi alberga e nutre
Pachinno e Lilibeo,
quante in grembo n'accoglie
con la sua dolce e placida Aretusa
l'innamorato, e peregrino Alfeo,
ala nobil quadriglia
fecer coda e corona.
Stupir l'abitatrici
del'inospita spiaggia al gran prodigio
del trasformato monte, appo il cui lembo
deposta in tutto del'orror natio
la deserta incultura,
videro al'improviso
pullular meraviglie, e d'ognintorno,
contro l'antico e natural costume,
già decrepito l'anno,
mutar le chiome squallide e canute,
e con la gioventute
insieme aver la viriltà congiunta.
Quindi rivolta al'adunanza bella
in tal suon la favella allor disciolse
la reina di Pafo e d'Amatunta:
– Ecco sereno e chiaro
oggi il ciel ne promette
il più giolivo, il più festivo giorno,
che mai dal grembo uscisse
del'indico Oceano.
Et ecco, emula al ciel, di novo manto
la terra rivestita
ne sorride e n'invita
agiatamente a spaziar per questa
deliziosa falda.
Or andianne sorelle,
pria che l'aria, che suda ai novi albori,
al sol, che già si leva,
le fresche brine intepidite asciughi,
mentre che 'l mio Lucifero versando
stille di nettar puro
dal vaso innargentato,
il sitibondo prato
bagna di vivi e rugiadosi umori,
a coglier poma e fiori –.
Ciò detto, ella primiera
s'invia verso là dove
del'insidia amorosa il laccio è teso.
La sua leggiadra vesta
è d'un drappo contesta
d'argento e seta del color del mare
quando tranquillo appare.
Ceruleo è il cinto e in mezo al sen l'affibbia,
fatta a branchiglio, una turchese intera.
Copre il piè bianco un borsacchin cilestro,
e su l'omero destro
ad un fermaglio di zaffir scolpito
dal'industre marito
con lunghe crespe attiensi
dilicato oltremodo e sottil velo,
del'azurro del cielo
tinto e tessuto in argentina trama,
ch'apunto com'un mar gonfio da' venti
l'ondeggia intorno, e le svolazza al tergo.
Cotta di lucid'ostro,
tempestata per tutto
di fiamme d'oro il purpurino campo,
e negli estremi lembi
pur d'aurea banda in triplicata lista
fregiata intorno intorno,
l'arnese è di colei, ch'adora Atene.
Sotto rigido usbergo asconde e copre
le candide mammelle,
e con ferro oltraggioso a sì bell'oro
aggrava il biondo crin d'elmo pesante,
al cui terso diamante
serto s'attorce d'intrecciato olivo,
e per cimier tra le vermiglie piume
porta il notturno augel, ch'aborre il lume.
D'asta acuta e forbita arma la destra,
e ne la manca imbraccia
il rigoroso scudo,
in cui Medusa effigiata al vivo
con chiome d'angui attorte
spira spavento e morte.
Del'arciera di Delo
la portatura e la beltà, bench'abbia
alquanto in sé di ruvidezza in vista,
qual però si conviene
a bella cacciatrice e non guerrera,
più mansueta e men feroce sembra.
Al'etate, ale membra,
al'aria, ale fattezze
in tutto rappresenta
la fraterna sembianza.
Gli occhi ha di Febo, et ha di Febo il volto,
in amboduo risplende un lume istesso;
sol gli distingue il sesso.
Verde spoglia leggiera
di lubrico zendado,
che con cintola d'oro al sen si lega,
scorciata in su 'l ginocchio,
là dove in due divisa
un botton di smeraldo la sospende,
infino al petto la succinge, e lascia
ambe le poppe, ambe le braccia ignude.
Disprezzate le chiome
senza ritegno alcun volan per l'aure;
e l'attraversa e preme
l'arco la spalla, e la faretra il fianco.
Tra lor ne vien, non già di lor men bella
l'inclita verginella,
ch'or dela genitrice
è delizia e letizia, e 'n breve fia
grave del'infelice angoscia e pena.
È d'un giallo amariglio
sparso di fiori azurri
l'abito che l'ammanta; e la cintura,
che lo stringe nel sen, tocca d'argento.
Sovra tela d'or fin, tra fiore e fiore
è trinciata la gonna, e i trinci e i tagli
sono insieme congiunti
con groppi di rubini e d'altre gemme,
la cui luce abbagliar potrebbe altrui,
se non fusse maggiore
l'alto splendore e 'l lampeggiar celeste
di colei che la veste.
Stan le dorate trecce
con un semplice nastro
di serpi a guisa, attortigliate in orbi,
e nel sommo del capo
fan dele cime estreme un aureo fiocco,
da cui pendon puntali
di perle orientali.
Giunge la bella schiera
nel loco destinato
al gran furto amoroso, e passo passo
nel giardin di Vertunno entra a diletto.
Quadratura leggiadra
in quattro spazi il bel giardin comparte,
e nel bel dritto mezo
sotto un gran padiglion di verdi fronde
sorge vaga fontana,
in cui di puro e candido alabastro
ha di Natura il simulacro inciso,
che, per cento mammelle, in vece d'acque
(per opra di Lieo,
che dela Dea d'amor fu sempre amico)
in bel vaso lucente
versa di vin purpureo ampi canali;
e di basso rilievo in su la base
tien del Tempo, e del'Anno,
dela Notte e del Giorno,
e del'Ore, e del Sol, che le divide,
l'imagini scolpite.
Da' quattro lati in piedi
dele quattro Stagion le statue stanno,
e ciascuna rivolta
col tergo al fonte e con la fronte agli orti
del superbo verzier risguarda un quadro.
Ciascun quadro de' quattro
sacro ad una di lor comprende e chiude
di quanto ella dispensa il fiore, e 'l meglio.
Quanto mai di pomposo
spiegan Pesto e Pancaia, Ibla et Himetto,
e quanto d'odorato
si scote dale corna
il celeste Monton, che 'l maggio adorna,
fiorisce nel quartier di Primavera.
In quel d'Autunno poi
tutto ciò che di dolce
Bacco nutrisce, e, ciò che di soave
del loco istesso il Giardinier conserva,
con pieno e largo cumulo s'accoglie,
sìche le piante in arco
curvan le braccia ala soverchia soma
del'uve e dele poma.
E quel che più s'ammira
è che la stagion fredda e la cocente
a dispetto del Cane e del Centauro
tra gli ardori e tra i ghiacci
i lor doni, i lor frutti
vernarecci et estivi
vi tengon sempre freschi e sempre vivi.
Ogni angolo a traverso
fendon tre vie, che quasi linee al centro,
vanno il fonte a ferir per dritta riga;
onde il giardin listato
da dodici sentieri,
sembra stella divisa in tanti raggi.
Sono i viali tutti
di pampinose pergole coverti,
e di ciascun viale in su l'entrata
per un arco si passa, a cui di sopra
sta d'un mese del'anno
da divino scarpel l'effigie sculta
con quel segno del cielo in marmo espresso,
che signoreggia in esso.
Va per l'ombrose alee
quinci e quindi vagando,
a prova depredando il prato e 'l bosco
la sollecita truppa, in guisa apunto
d'un essame di pecchie
qualora il re del'ingegnose squadre
i suoi minuti esserciti commove,
che da' faggi e dal'elci,
dentro i cui cavi tronchi hanno ricetto,
sussurrando per l'erba
vanno a rapir le lagrimette prime
dale melate cime,
e del timo, e del citiso, e del nardo.
Cotal né più né meno
sembra l'illustre e generoso coro.
Qual l'amaraco molle
sceglie e distingue da' men degni germi,
qual del'incorrottibile amaranto,
qual del tenero acanto il gambo spoglia.
Altra in vaghe catene
va la fosca viola
innanellando al candidetto giglio.
Altra lega et intesse
il giacinto sanguigno e 'l biondo croco
al narciso vermiglio.
Quella di bei ligustri
porta cinte le tempie,
questa di fresche rose
va stellata la fronte.
Cintia istessa non sprezza e non ricusa
di raffrenar con ghirlandette umili
la libertà dele fugaci chiome.
L'istessa dea del'armi e dele trombe
con quella destra bellicosa e forte,
con cui schiere scompiglia e rocche atterra,
già deposta la lancia,
volta a' morbidi studi,
tratta insoliti scherzi et insegnando
ai folgoranti arnesi
il rigor marzial placar alquanto,
et al'aspra celata
lasciar l'orror, che la circonda e veste,
le sue purpuree creste
lascivamente effeminata infiora.
Lussureggia e di Flora
tra i pacifici rami
e le penne guerriere i fregi implica.
Ma più d'ogni altra a vaneggiar intenta
la troppo baldanzosa
donzella di Sicania, in oblio posti
i materni ricordi, or empie, or vota
d'odorifere foglie ampi panieri,
or prende ad innaspar filze di fiori,
e con fatal prodigio
di futuri imenei,
de' suoi casi ignorante e mal presaga,
la chioma virginal sen'incorona.
Fregia il ricco pavese
del bel pratel dipinto a più colori
di fiorami per terra,
e di semplici rari, e d'erbe elette
un riccamo gentil, composto ad arte,
in cui groppi e figure
d'aviticchiati cori,
caratteri e scritture
d'amorosi concetti
non presentano al'occhio altro ch'amori.
D'amori e di trastulli,
di lascivie e di vezzi
lusinghevoli oggetti,
dovunque il passo mova,
dovunque il guardo fermi,
l'offeriscono innanzi
gl'incalmi naturali
dele palme e degli alni,
i nodi maritali
dele viti e degli olmi.
E più qualor passando
dai vermigli roseti ai verdi arbusti,
l'alte spalliere, e i pastini ben culti
de' frondosi boschetti
di mirar si compiace,
da' cui rami pendenti aranci osceni,
grossi limoni e smisurati cedri,
non saprei dir per quale
virtute occulta et artificio ignoto
di strania agricoltura,
o per qual di Natura
giocosa industria e capriccioso scherzo,
figurando in se stessi
di gran membra virili
prodigiose forme,
fanno con provocar ne' riguardanti
il diletto del gusto, onta ala vista.
Stava dritto in disparte
il barbuto Itifallo,
il vermiglio figliuolo
di Bromio e di Ciprigna,
il robusto custode
del campo e dela vigna,
l'ortolano sfacciato
in Lampsaco adorato.
Et ignudo la testa,
fumante il volto e più che vampa acceso,
col naso enfiato e con le luci rosse,
mentre tanta beltà quivi mirava,
la sua falce vibrava.
Stupisce, e pensa, e tace
la vergine inesperta in mirar quelle
(spettacolo ancor novo agli occhi suoi)
inusitate e sconosciute cose.
Ma le più sagge dee, Trivia e Minerva,
ch'intendon forse meglio
di quel sozzo villano
il malvagio pensiero,
e di que' frutti indegni
l'impudico mistero,
di modesto rossor tinte la guancia,
e colme il cor di vergognoso scorno,
chinano i lumi a terra,
giran gli sguardi altrove,
e si fan con le man coverchio al viso.
Sen'accorge, e di riso
tra se medesma, e di piacer ne brilla
del'alato fanciul la madre astuta;
ma come ad altro intenda,
dissimula, et intanto
del'aguato d'Amor l'essito aspetta.
Mentre in questi sollazzi
s'essercita ciascuna, ecco con novo
repentino fragor mugghiar gli abissi,
e 'nfin dale radici
la sua base profonda
scoter per tutto il dirupato scoglio.
Tremano i colli e l'isola vacilla,
né la cagion di strepito sì grande
altra che Vener sola,
in cui mista al timor serpe la gioia,
ancor v'ha chi comprenda.
Già per gli opachi e tenebrosi calli
dele terrene grotte
l'Arbitro dela notte,
ammonito da Giove, il camin piglia.
Su per le vaste membra
del'oppresso gigante
passan l'orride rote,
che ne stride e ne geme, e rotto l'ossa
dal grave piè de' corridori oscuri,
tenta il corso impedirgli e move e vibra
per afferrargli almen l'asse del carro
(quantunque invan) le serpentine sferze.
Quasi occulto soldato,
che per ascose e sotterranee mine
con passo taciturno entra repente
nel chiuso forte e nel guardato muro
ad assalire il cittadin securo,
viensene cautamente
per le secrete e desviate buche
del giogo erto e sublime
del'antico Saturno il terzo erede.
Guado non v'ha, né porta,
varco non v'ha, né via,
ch'a sì fiero passaggio adito dia.
D'ognintorno alte rupi, aspre ruine
opposte incontro a' suoi desir focosi
gli contendono il passo.
Allora il duro sasso,
sdegnoso del'indugio,
fiede col grave suo dentato scettro,
et ecco immantenente
spezzarsi i marmi, e la montagna aprirsi.
Del'alto Mongibello
risonaro le cave.
Stupì Vulcano, e timidi i Ciclopi
l'incudi abbandonando,
i fulmini gittando,
fuggiro agli antri più remoti et ermi.
Tosto ch'al'aria apparve
l'instigator feroce
dela bruna quadriga,
discolorossi il cielo,
e 'l grande Atlante, che 'l sostenta e folce,
de' tartarei destrieri apena uditi
i funesti nitriti,
fu per deporre il suo stellato incarco.
Inorridiro et adombraro usciti
al bel lume superno
i cavalli d'Averno,
già lungo tempo avezzi
ad esser di caligine nutriti,
e stupidi e smarriti
al novello splendore
d'altro mondo migliore
torser le briglie, e col timone obliquo
s'arretraro sbuffando
per far ritorno ale magioni ombrose.
Ma poscia che ferir le nere terga
dala rigida verga si sentiro,
più lievi che saette
qualor fuor dela noce le dischiava
del'arco fuggitivo
il faretrato e sagittario Parto,
precipitaro impetuosi il volo.
Dale bocche anelanti
essalan fiati, che sulfurei e foschi
corrompon l'aure e fanno
del'auree stelle impallidir la luce;
e da' freni sonanti
mandan di calde bave
e di livide schiume
stille sanguigne ad infettar l'arene.
Veggionsi in un momento,
quasi tocchi dal'uggia
o percossi dal turbo,
da quel tosco letal subito offesi,
i fioretti languire,
i prati inaridire,
l'uve appassite, i pampini sfrondati,
i frutti scolorati. Allor correndo
dansi tutte a fuggire
le sbigottite Ninfe,
e Proserpina misera e dolente
ecco rapidamente è alfin rapita;
e portata a gran corso
dal ferrugineo carro,
non sa, se non piangendo,
ale compagne dee chiedere aita.
Svela Bellona ardita
allor del torvo e pallido Gorgone
il mostruoso aspetto, e seco quella,
che Triforme s'appella,
dà di piglio agli strali,
et incurvando il suo cornuto nervo,
fassi incontro al Rettor di Flegetonte
con una luna in mano, e l'altra in fronte.
In ambedue commune
la pudicizia offesa
l'irrita al'armi e le commove al'ira,
et ambedue del predator fellone
l'audacia e l'insolenza
sì grave oltraggio a vendicar le tira,
né curan, pur che si disturbi e vieti
sacrilegio sì rio,
d'aver riguardo al zio.
– O de l'afflitto e tribulato mondo
temerario signor (Pallade disse)
de' tre germani il più perverso e crudo,
con quai profani stimuli e con quali
stolte facelle il cor t'accese e punse
la rabbia del'Eumenidi superbe?
Et onde avien che violar presumi
con le nebbie pestifere di Lete
questo puro seren del nostro cielo?
Fuggi gli alberghi altrui felici e lieti,
vanne ala sede a te devuta, e lascia
la per te troppo preziosa preda.
Son le fetide Arpie, l'Idre e le Sfingi,
son le Furie di te, degne consorti. –
Così dicendo, il viperino teschio
gli oppone agli occhi, e col ferrato calce
del tronco minaccioso
i veloci corsier fiede e ritarda.
E ben avrebbe a forza
al'atto ingiurioso
dal tartareo ladron fatto contrasto,
se non che 'l re delo stellato Olimpo
dal ciel vibrando il colorato lampo,
e torcendo da manca
con pacifico tratto
del folgore immortal l'ali vermiglie,
quel già lassù conchiuso
maritaggio fatal, benché furtivo,
fermò col tuono, et approvò col cenno
per genero Plutone;
et Imeneo cantando
tra le nubi serene
fe' scintillar la sua dorata face.
Cedon non senza sdegno e senza doglia
le Dee confuse, e rallentato l'arco
con tai gemiti e gridi
dietro le pianse, e le parlò da lunge
la figlia di Latona.
– Prendi dal nostro ufficioso affetto
l'estremo vale e l'ultimo saluto,
o quant'amata, sfortunata suora;
né dele paludose e torbid'acque,
ch'a passar duro fato oggi ti sforza,
la memoria di noi, l'amor, la fede
sia mai possente a cancellar l'oblio.
Soccorrerti ne vieta e ne contende
il paterno rispetto, e 'l gran decreto
del Motor dele sfere, ale cui leggi
vuolsi ubbidir, né ripugnar si pote.
Da maggior forza di più alto impero
confessiamo esser vinte, e 'n sì reo caso
nulla abbiam di difenderti possanza.
Ti tradisce il destino, il Ciel crudele
s'arma a' tuoi danni, il genitore istesso
spietatamente incontr'a te congiura.
Misera, e qual fortuna empia e proterva
al'amate sorelle, oimè, t'invola?
e ti toglie ale stelle? e ti condanna
ad abitar ne le perdute case?
a conversar con le sepolte genti?
Or non più no, per le sue selve errante
tender le reti, o balestrare il dardo
mai di vederti il gran Partenio speri.
Omai securo insuperbisca, e frema
il cinghiale spumante, et impunito
il rabbioso leon per tutto scorra.
Te del'alto Taigeta i boschi e i sassi,
te del frondoso Menalo le ripe
piangeran lungamente, e sospirata
sempre sarai dal mio sacrato Cinto. –
Intanto lagrimosa
sovra il carro volante
verso le bolge orribili discende
del'eleusina Dea l'alta speranza,
e battendosi il petto,
diffonde in un co' capei d'oro ai venti
questi vani lamenti:
– Deh perché pria non aventasti in questa
povera testa il fulmine pungente,
onnipotente e sempiterno Padre,
che tra le squadre misere e malnate
senza pietate lunge dal tuo impero
al'Orco nero discacciarmi in gola?
Ahi, chi m'invola ala mia patria riva?
Ahi, chi mi priva del'usata pace?
Così ti piace? né ti scalda il petto
paterno affetto al mio sì giusto pianto?
Qual colpa tanto abominanda, o Giove,
a ciò ti move? o che del mal, ch'io porto
a sì gran torto, dir si possa degna?
Quando l'insegna a' danni dele stelle
l'alme rubelle dispiegaro in alto,
nel folle assalto a minacciare il polo
con l'empio stuolo io non alzai la fronte,
né monte a monte impor già mi vedesti
contro i celesti tuoi stellati giri.
Perché t'adiri? e perché fai che 'n preda
or si conceda al'infernal Tiranno
con tanto inganno l'alta tua nipote,
ch'avrà per dote il non veder mai lume?
Fuor del costume di quante infelici
da predatrici man rapite furo,
cui pur il puro è dato aere sereno
godere almeno, e 'l ciel commune e 'l sole.
Quel che non suole altrui giamai negarsi,
dai fati scarsi a me sola si toglie.
Per doppie doglie l'onestà mia cara,
e dela chiara luce a un punto insieme
perdo ogni speme. O madre sventurata,
sì ben guardata avermi a che ti vale?
Qual torre, o quale inespugnabil sito,
qual ben munito cinto, o chiusa terra
il passo serra a un ardimento insano?
Celasti invano ai desiosi amanti
i miei sembianti, timida e 'ndovina
dela rapina, a cui non fu riparo.
Nulla giovaro i sassi alpestri e l'onde,
ch'arman le sponde al'isola del foco.
Securo loco non fu l'aspro lido
del nostro nido dala froda stolta
di chi m'ha tolta ala magion diletta.
Già, già m'aspetta il baratro più basso,
già, già vi lasso, o sole, o cielo, o mondo,
o del giocondo e dolce albergo usato
terreno amato, adio per sempre, adio –.
Da sì pietose e flebili querele
(quantunque fier) l'innamorato Auriga
mover si sente, e de' suoi primi amori
comincia omai (dal'agghiacciato petto
non più mai sparsi) ad essalar sospiri.
Indi in sembiante affabile e benigno
i turgidetti e rosseggianti lumi,
d'amorose rugiade umidi e gravi,
terge col manto affumigato e bruno,
e con tai voci il suo dolor consola:
– Tempra, tempra il cordoglio, idol mio caro,
né più col pianto amaro far oltraggi
ai dolcissimi raggi de' begli occhi.
Lascia pensier sì sciocchi, e non temere
che fra tenebre nere ognor sepolta
la luce ti sia tolta. Un più bel sole
di quel che scorrer suole il cerchio torto,
laggiù, dov'io ti porto, avampa e gira.
Altra terra si mira, havvi altri monti
con altri fiumi e fonti, altri arboscelli.
Etna di fior sì belli e sì odorati
i suoi sterili prati non ha pieni,
come quei che gli ameni ampi giardini
degli Elisi divini e gloriosi,
di spirti aventurosi almi soggiorni,
rendono sempre adorni, il cui bel verde
mai non secca, o disperde amore o bruma.
Oimè, qual mi consuma incendio novo?
E pur del mal ch'io provo, ho l'esca in braccio.
O mio soave impaccio e caro peso,
quella fiamma, ond'acceso arde il mio core,
del'infernale ardore è più cocente.
Ma tanta gioia sente, infra le pene,
che nel mal che sostene, arde beato.
Io non so dir qual fato il re d'Averno,
signor del foco eterno, oggi destina
in questa sua rapina a tal ventura,
che deggia ad altra arsura esser soggetto.
Ma di tanto diletto ho piena l'alma,
che m'è dolce la salma, e l'arco crudo
del pargoletto ignudo io non incolpo.
Convien che lodi il colpo e benedica
quella cara nemica, per cui moro.
Ringrazio lo stral d'oro, ond'uscì piaga,
che m'uccide e m'appaga, e bench'io viva
ne la tartarea riva, e 'l mio soggiorno
lontan sempre dal giorno stia nascosto
ne l'antro più riposto e più profondo
del tenebroso mondo, entro il cui seno
raggio di ciel sereno unqua non piove,
io non invidio a Giove il paradiso,
peròche 'l tuo bel viso ha tanta luce
ch'un chiaro sol conduce ai foschi orrori
e porta alti splendori al regno cieco.
Vienne, vientene meco e non languire.
Scusa il soverchio ardire: Amor mi sforza.
La ragion dela forza è forte oppressa;
e perdona a te stessa il fallo mio,
perché quando vid'io cosa sì bella,
subito il cor di quella si compiacque.
Amor di furto nacque, et è guerriero,
guerreggia armato arciero, e tratta il dardo.
Deve più che codardo esser audace.
Ahi ch'io non son rapace, anzi rapito.
Or che dirà Cocito di Plutone
quando in bella prigione trionfante,
fatto in un punto amante insieme, e ladro
d'un bel volto leggiadro, fia che veda
che di lui la sua preda è predatrice?
O Erebo felice, o Furie, o mostri,
o de' penosi chiostri alme inquiete,
ecco pur oggi avrete alcun riposo
ne lo stato doglioso, che v'afflige.
Ogni spirto di Stige or fia contento.
Farà pausa il tormento, o pallid'ombre,
laggiù dannate, e sgombre d'uman velo,
sarà l'Abisso un Cielo, e tutta festa
la mia reggia funesta e lagrimosa,
poiché di tanta sposa io son consorte!
Su su ferrate porte, oscure soglie,
ala diletta moglie il passo aprite,
di cui per grazia Dite è fatto degno.
Ecco del basso regno io t'incorono.
Prendi lo scettro e 'l trono. A ogni cenno
ubbidir qui ti denno anco le Parche;
e bench'inique, e carche il cor crudele
del veleno e del fiele de' serpenti,
umili e reverenti, e con dimesse
fronti le Furie istesse, empie sorelle,
ti serviran d'ancelle. A piè venirti
vedrai superbi spirti, alteri regi,
deposti i fasti e i fregi, e 'nsieme misti
con la turba de' tristi e de' mendici
tra poveri infelici, ignudi, abietti
attender da' tuoi detti la sentenza,
o rigore, o clemenza, o premio, o pena.
Or a tuo senno affrena, ordina, e reggi,
comanda, impon le leggi, e sciogli, e lega.
Nulla omai ti si nega; il tutto puoi.
Sia poter ciò che vuoi –.
Qui tace, e contro l'uso
de l'implacabil sua fiera natura
con serenato ciglio
dela corte temuta entra la soglia.
Gli assorge in su l'entrata
il vasto Flegetonte,
a cui da tutto il volto
piovono incendi, e dala barba scorre
di cocenti ruscelli orrida brina.
Concorre in folta calca
quinci e quindi la plebe
de' cornuti ministri.
Altri i destrier già stanchi,
sciolti da' curvi gioghi,
per le brune campagne a pascer mena;
altri di verdi rami il suolo asperge,
altri di rose colte
nel giardin de' beati
le piume infiora, ove s'appresta a corre
altro fior più gentile il re del centro.
Vien tosto a visitarla
dagli elisi palagi eletta schiera
di sagge donne, e nobili matrone,
che con ragioni argute
mitigando il dolor, che la tormenta,
le rannodano in fronte i crini sparsi.
Pronuba allor la Notte,
dipinta il sen di lampeggianti stelle,
la conduce, ov'in breve
in braccio accor la deve
del notturno marito ombroso letto.
Scusan negli archi, e ne le mura appese,
e d'ognintorno accese
dela camera opaca
le tede furiali,
fiaccole maritali.
Giubila e si trastulla
il paese de' morti.
Rompon del'aria mesta
i silenzi lugubri
di canzon disusate allegri accenti.
Velato il crin canuto
di palustri ghirlande
il vecchio passaggier del'onde nere,
del'onde, che quel dì scorsero latte,
move cantando a lenta voga il remo.
Più l'urna di Minosso
le sorti irretrattabili non volge;
del popol flagellato
ogni gemito tace. Ale percosse
d'Aletto e di Megera
il Tartaro crudel più non risona.
E tra lieti conviti
da' passati martiri
intente a pasteggiar, respiran l'ombre.
Poiché sollecitata
da sproni acuti di gelose cure,
e da fredde paure
d'auguri infausti, e di funesti sogni
perturbata la mente,
ritornò dele biade
l'inventrice dolente
dale solenni e strepitose pompe
dele feste d'Eleusi,
e di Sicilia in su la spiaggia ingrata,
dentro il solito tetto
il deposito caro
non ritrovò del già commesso pegno;
dir con quai strida, e quanti
dolorosi lamenti il Ciel offese,
come recisi in Flegra
duo cipressi gemelli
levogli in alto, e con le chiome sciolte,
ricercando ogni parte, il mondo scorse,
e come moderando
de' draghi alati e mansueti i freni,
l'aprica arena, e la canuta polve
d'aurea messe feconda
rese fertile, e bionda,
non fia mia cura. Altra più dotta Musa
con miglior plettro in altro stil ne canti.
Narrar gli affanni e i pianti
d'una madre, che perde
l'amata prole, et orba
d'ogni suo ben si lagna e s'addolora,
impossibil mi fora.
Quindi al pensier pietoso
quanto si tace, imaginar ne lascio;
e del greco pennello
imitator novello,
con l'accorto velame
d'un silenzio facondo
quelch'esprimer non so, copro et ascondo.
