Prosfr16

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GIOVAN BATTISTA MARINO, La Sampogna divisa in idilli favolosi e pastorali, V

Testo tratto da:

http://www.bibliotecaitaliana.it/xtf/view?docId=bibit000341/bibit000341.xml

 


Proserpina

Avea l'eterno Giove

per bocca del'interprete volante

già le ragioni e le querele udite

del mesto Re del'ombre,

ch'ardea di sdegno impaziente e d'ira,

non tanto perché privo

dela luce e del giorno il Ciel l'avesse

confinato sotterra

del cieco abisso ad abitar gli orrori,

quanto perch'egli solo

de' tre fratelli universali, a cui

distribuito è de' tre mondi il regno,

il ceruleo, l'ombroso e lo stellante,

fusse ancor destinato

in talamo gelato,

senza conoscer mai

di consorte o di padre il dolce nome,

sterili e sconsolati a passar gli anni.

Ond'armando di quante

chimere et altri mostri

l'orrido albergo accoglie

incontr'al Ciel le temerarie squadre,

e congiurando dele Furie insieme

la turba ribellante

a' danni del Tonante,

minacciava feroce

di scatenar dal carcere profondo

per fargli ingiuria e guerra

i figli dela Terra,

e giurava superbo

di voler con le tenebre tremende

dela notte infernale

smorzar il sole e subbissar le stelle.

Quando il Padre sovrano

ala madre d'Amor rivolto il ciglio,

sorridendo le disse:

– Figlia, sì come il centro

del cor più volte dal tuo dolce figlio

saettato t'apersi,

così gli arcani interni

de' più chiusi pensier convien ch'io t'apra,

con quanto di secreto

dentro l'archivio cupo

dele leggi immortali ha scritto il Fato.

L'adulta omai virginità matura

di  Proserpina  nostra, unica prole

dela Dea più feconda, unico sole

dele ninfe più belle,

ad Imeneo devuta,

al giogo marital già s'avicina.

Cerere combattuta

da preghiere importune

di Dei rivali e di celesti Proci,

che la chieggono aprova,

differisce le nozze.

Quinci Giunon, quindi Latona intanto

la vuol per nuora, et emuli e discordi

l'uno armato di spada, e l'altro d'arco,

ne contendon tra lor Marte et Apollo.

Questi Delo, et Amicla, e Cinto, e Claro,

quei le promette in dote

il Rodope e 'l Pangeo,

i Geloni, i Bistoni, i Traci, e i Geti.

Ma la madre orgogliosa

l'un e l'altro rifiuta,

e, pur tra sé dubbiosa

di froda e di rapina,

tiene in Trinacria ascosa

quella beltà divina,

e confidata assai

ne la rigida asprezza

del'erta malagevole e scoscesa,

ha tra le balze d'Etna e di Peloro

serrato il suo tesoro.

Stabilito ha il destino

che malgrado di lei la vergin bella

sia sposa di Plutone;

et or che per ventura

lunge è da lei la sua custode accorta,

oportuno n'è il tempo.

Sovra l'adusta cima

dela rupe sicana

vattene, o figlia, e con que' dolci inganni,

onde me stesso ancora

(non che 'l vulgo mortal) vinci e conquisti,

la fanciulla celeste insidia, e prendi.

E perché que' profondi ultimi regni

senza sentire i tuoi giocondi affanni,

anco il Ciel vi soggiace,

staran liberi in pace?

Non vive petto a Venere inaccesso,

né region secura

dagli assalti d'Amore ha l'universo.

Spieghi pur dunque Amore

ne la reggia infelice

del'odio e del dolore

l'insegna vincitrice.

Mollisca a dolce colpo

di lasciva saetta

del Tiranno severo,

c'ha ne l'Erebo impero, il cor di ferro.

Provino omai l'Erinni

se di Cocito è più cocente e forte

l'ardor dea tua fiamma.

E dican laggiù poi

l'anime tormentate

se tormento han gli abissi,

che le pene amorose in parte agguagli.

Manca sol questa al'altre spoglie illustri

del tuo trionfo eterno:

il trionfar dell'espugnato Inferno –.

Qui tace e Citerea,

senz'altro indugio, ambiziosa e lieta,

ch'ancor questo trofeo

del'altre palme al cumulo s'aggiunga,

di rendere al suo scettro

tributario Acheronte,

del paterno precetto

accelera l'effetto.

Vassene là dov'Etna

tra scogli al ciel precipitosi e rotti

sporge l'arsiccio capo.

Etna perpetuo incarco

al corpo smisurato,

al busto fulminato

del'orgoglioso Encelado, che spira

con aneliti orrendi

zolfo rovente e dala gola erutta

sospir di fumo e vomiti di foco;

e qualor furioso

scote l'ampia cervice, o cangia fianco

sotto il gran peso stanco,

e dal destro si volge o dal sinistro,

l'isola infin dal fondo

tutta si svelle, e con terribil moto

nuotan le torri e le città tremanti.

Del'ispida pendice

la costa inaccessibile si pote

ben misurar con l'occhio,

non superar col piede.

Una parte si vede

frondeggiar, verdeggiar d'arbori eccelse,

un'altra arida, et arsa

mille torbidi globi

di fervidi vapori in alto essala,

peròche 'l cavo ventre

dela montagna alpestra,

d'incendio vivo inestinguibil fonte,

con sempiterno fomite nutrica

gorgo bollente di fiammelle oscure,

che con bombi tonanti

sfidan le stelle e vanno,

quasi fosche comete,

di nere macchie ad annebbiare il giorno.

Ma se ben dal'un lato

con sfavillanti ardori

la voragine cupa avampa e fuma,

dal'altro in larghe falde

di condensati algori

incanutisce la nevosa bruma;

e le fiamme ale nevi

serbano fede in guisa,

che da tanto calor securo il ghiaccio

tra le faville indura,

e l'innocente arsura

sempre difesa da secreto gelo,

dele rupi vicine

lambisce le pruine.

Da qual fontana original derivi

scaturigin sì grande

di focosi torrenti,

qual forza arroti i sassi e le spelonche

con crollo formidabile tormenti,

e qual perpetua inconsumabil esca

ala fame vorace

di cotanta fornace

basti a somministrar cibo e pastura,

occulta è di Natura

meraviglia e possanza,

ch'apieno altrui di penetrar non lice.

O sia perch'alcun groppo

di venti prigionieri

trapassando per entro

le vie chiuse e nascoste

di quelle vote e concave caverne,

e discorrendo le torture anguste

e gli obliqui meati

de' macigni forati,

mentre libertà cerca e per sentiero

di sì feroci spiriti incapace

dal cavernoso carcere impedita

tenta aprirsi l'uscita,

furia sdegnoso e rugge,

e con l'impeto insano

de' ruinosi soffi

fa scoppiar gli antri, e move

di turbini infocati alte tempeste.

O sia perché fors'anco

celatamente trapelando il mare

per le sulfuree vene,

e per l'interne viscere del monte,

trae qualità da quelle

sotterranee miniere,

sì ch'alterato intepidisce e ferve,

e fa tutte bollir l'acque e le pietre,

che poi fumanti e calde

mandan per le fessure

dela pomice alpina aliti ardenti.

Quinci avien, dunque, ch'Etna

dala bocca profonda

del'aperto spiraglio

lunghi tratti vibrando

di neri fiati, e di vermiglie lingue,

con un fremito roco

mormora, e porge al foco

alimento immortal, che non s'estingue.

Ben di quel loco, dove

il zoppo sposo suo tien la fucina,

Venere spesso a dimorarvi avezza,

avea piena contezza,

onde quivi ne viene e quivi giunta

ne l'ora, che la notte

già con rapide rote

a scender cominciava

del suo negro sentier verso la meta,

ne le riposte e solitarie case

dela Dea dele spiche

entra tacitamente e proprio agli orti,

dov'alberga Vertunno, i passi drizza.

Vertunno dele selve e de' giardini

cultor famoso e celebrato nume,

cui dele roze piante in guardia è data

la frondosa famiglia.

Questi, quantunque possa

mentir qual più gli piace abito e forma,

però ch'a suo talento

or di pelo e d'artiglio

veste le membra, arma le branche, e d'orso,

di leon, di cinghial sembianza prende,

or in pastor si cangia,

or in ninfa si muta, et or diviene

arbore, or fonte, or sasso,

et or rapida fiamma, or nembo lieve

rassembra, et or repente

si dilegua, disciolto in aria, in aura.

Non volse a questa volta

al'amorosa dea punto celarsi,

ma ne la propria e natural sua vera

imagine costante

le comparve davante,

strana effigie per certo,

e stranio sì, ma grazioso mostro.

Contiene il corpo tutto

d'ogni ragion di frutto

commessi insieme in rustica figura

fantastica mistura.

D'un gran popone è fabricato a spicchi

il globo dela testa.

Due poma casolane

dipinte d'un rossor ridente e fresco

compongono le guance.

Ufficio d'occhi e di palpebre fanno

due nespole acerbette,

tra cui di naso in vece

grossa e piramidal pera discende.

Di sotto s'apre e fende

nel loco dela bocca

punica buccia e de' purpurei grani

scopre le gemme in un giocondo riso.

Fraghe, cornie e cirege

son le labra vermiglie, e nel sovrano

quasi rigido pel, col guscio verde

s'attraversa di nocchie irsuta coppia.

Una matura pesca

forma il mento, e formato

d'un susin di Damasco infuor si sporge

il groppo dela gola.

Ne l'una e l'altra tempia

tien duo non anco aperti

di pungente castagno ispidi ricci;

e quinci e quindi per orecchie ha fitte

d'una noce divisa ambe le scorze.

Scusano lunghe zucche e gambe e braccia;

e radici, e carote

ne le mani e ne' piè spuntano in dita.

Di cocomero è il ventre e di cotogna

son le ginocchia, e tra le cosce pende

fatto d'un cedrolotto

noderoso e ritorto, il membro osceno.

Di serpollo ha la barba,

di finocchio la chioma,

e le silvestri e boscherecce spoglie

son erbe, e fronde, e foglie.

Or da costui cortesemente accolta

la Dea del terzo giro

in tal guisa gli parla:

– O di quanto Natura

partorisce e nutrica

fecondissimo padre;

benigno de' tesori,

che dal prodigo seno

l'ampia terra diffonde,

dispensiero e ministro;

Dio possente e ferace,

dal cui vigor vivace

virtù generativa

traggon radici e semi;

per cui ne' folti boschi

e negli aperti campi

allignano le barbe,

crescono le cortecce,

verdeggiano le fronde;

e da cui solo impara

la commun madre antica

a stabilire i tronchi,

a copular gl'innesti,

a dilatare i rami,

a germinare i fiori,

a maturare i frutti;

se mai per me, se mai

per opra del mio figlio,

quando più desperato

languivi per colei,

ch'or fatta è tua consorte,

pervenir ti fu dato

a fin de' tuoi desiri,

e dopo lunghi pianti

goduto aver sovienti

amorose dolcezze;

e se pur ciò che nasce

e ciò che si produce

per pianure e per monti,

per foreste e per valli,

dovunque del tuo regno

il dominio si stende,

è sol nostra mercede;

del tuo favor deh tanto

prestami, ch'oggi io possa

effettuar, non senza

comandamento espresso

del mio gran genitore,

qualche impresa d'amore.

Io so ch'assai sovente

per questi ameni poggi,

dove solingo alloggi,

uscir suole a diporto

 Proserpina  gentile.

Chiama la tua Pomona,

chiama Favonio, e Clori,

e vinta la natura

e del tempo, e del loco,

di novella verdura

vesti l'ignudo colle;

fa che vezzoso, molle,

fruttifero e fiorito

con lusinghiero invito

doppiamente l'alletti,

fuor d'ogni usato stile

misto ad ottobre, aprile.

Risguarda intanto, e taci,

che qui tosto vedrai

spettacol violento,

che, bench'a prima vista

potrà recar spavento,

sortirà poscia effetto

di gioia e di diletto –.

Più oltre dir non volse,

e del'inganno ordito

la bella Dea d'amor seco sorrise.

Ver le secrete stanze

dela malcauta giovane rinchiusa

volge le piante, e sorta innanzi l'alba

e tutta intenta a' bei lavor del'ago

con picciol lume a vigilar la trova.

Trovò ch'allora apunto

giungeano a visitarla

le due vergini dee, Palla e Diana,

l'una in guerra possente e l'altra in caccia:

questa ale fere, e quella

agli uomini tremenda.

Lascia imperfetta l'opra

la semplicetta, e tinta

di vergognosa porpora le gote,

corre veloce a reverirle, e china

or l'una, or l'altra umilemente abbraccia.

Poiché furo più volte

iterate tra loro

le cortesi accoglienze,

divisando e cianciando

in lieti motti e 'n bei discorsi entraro;

e quella, a cui son sacre

le rose e i mirti e le colombe e i cigni,

per dar commodo tempo

al'essecuzion del gran disegno,

con varie fole e parolette a bada

trattenea la brigata.

Già con alti nitriti

fugavano le stelle

i destrier di colui che 'l dì conduce;

e da' confini eoi

la lampa orientale

vibrava già la sua rosata luce,

i cui raggi sereni,

quasi di foco e d'oro

tremolanti baleni,

ferian del vicin mar l'umido argento,

e del golfo di Scilla,

che folgorava a' bei purpurei lampi

dela sorgente face,

saettando le sponde,

le fiammelle scherzar facean per l'onde;

quando uscì passeggiando ala frescura

del'aura mattutina

per la vaga collina

il divin drappelletto, onor del cielo,

dico la saggia diva,

la casta, e la lasciva,

e con esse colei, che dì bellezza

ad alcuna di lor punto non cede,

mosse arditetta il piede.

Con loro accompagnossi

vezzosa comitiva

di ninfe e semidee.

Quante Oreadi e Napee,

quante Naiadi e Driadi alberga e nutre

Pachinno e Lilibeo,

quante in grembo n'accoglie

con la sua dolce e placida Aretusa

l'innamorato, e peregrino Alfeo,

ala nobil quadriglia

fecer coda e corona.

Stupir l'abitatrici

del'inospita spiaggia al gran prodigio

del trasformato monte, appo il cui lembo

deposta in tutto del'orror natio

la deserta incultura,

videro al'improviso

pullular meraviglie, e d'ognintorno,

contro l'antico e natural costume,

già decrepito l'anno,

mutar le chiome squallide e canute,

e con la gioventute

insieme aver la viriltà congiunta.

Quindi rivolta al'adunanza bella

in tal suon la favella allor disciolse

la reina di Pafo e d'Amatunta:

– Ecco sereno e chiaro

oggi il ciel ne promette

il più giolivo, il più festivo giorno,

che mai dal grembo uscisse

del'indico Oceano.

Et ecco, emula al ciel, di novo manto

la terra rivestita

ne sorride e n'invita

agiatamente a spaziar per questa

deliziosa falda.

Or andianne sorelle,

pria che l'aria, che suda ai novi albori,

al sol, che già si leva,

le fresche brine intepidite asciughi,

mentre che 'l mio Lucifero versando

stille di nettar puro

dal vaso innargentato,

il sitibondo prato

bagna di vivi e rugiadosi umori,

a coglier poma e fiori –.

Ciò detto, ella primiera

s'invia verso là dove

del'insidia amorosa il laccio è teso.

La sua leggiadra vesta

è d'un drappo contesta

d'argento e seta del color del mare

quando tranquillo appare.

Ceruleo è il cinto e in mezo al sen l'affibbia,

fatta a branchiglio, una turchese intera.

Copre il piè bianco un borsacchin cilestro,

e su l'omero destro

ad un fermaglio di zaffir scolpito

dal'industre marito

con lunghe crespe attiensi

dilicato oltremodo e sottil velo,

del'azurro del cielo

tinto e tessuto in argentina trama,

ch'apunto com'un mar gonfio da' venti

l'ondeggia intorno, e le svolazza al tergo.

Cotta di lucid'ostro,

tempestata per tutto

di fiamme d'oro il purpurino campo,

e negli estremi lembi

pur d'aurea banda in triplicata lista

fregiata intorno intorno,

l'arnese è di colei, ch'adora Atene.

Sotto rigido usbergo asconde e copre

le candide mammelle,

e con ferro oltraggioso a sì bell'oro

aggrava il biondo crin d'elmo pesante,

al cui terso diamante

serto s'attorce d'intrecciato olivo,

e per cimier tra le vermiglie piume

porta il notturno augel, ch'aborre il lume.

D'asta acuta e forbita arma la destra,

e ne la manca imbraccia

il rigoroso scudo,

in cui Medusa effigiata al vivo

con chiome d'angui attorte

spira spavento e morte.

Del'arciera di Delo

la portatura e la beltà, bench'abbia

alquanto in sé di ruvidezza in vista,

qual però si conviene

a bella cacciatrice e non guerrera,

più mansueta e men feroce sembra.

Al'etate, ale membra,

al'aria, ale fattezze

in tutto rappresenta

la fraterna sembianza.

Gli occhi ha di Febo, et ha di Febo il volto,

in amboduo risplende un lume istesso;

sol gli distingue il sesso.

Verde spoglia leggiera

di lubrico zendado,

che con cintola d'oro al sen si lega,

scorciata in su 'l ginocchio,

là dove in due divisa

un botton di smeraldo la sospende,

infino al petto la succinge, e lascia

ambe le poppe, ambe le braccia ignude.

Disprezzate le chiome

senza ritegno alcun volan per l'aure;

e l'attraversa e preme

l'arco la spalla, e la faretra il fianco.

Tra lor ne vien, non già di lor men bella

l'inclita verginella,

ch'or dela genitrice

è delizia e letizia, e 'n breve fia

grave del'infelice angoscia e pena.

È d'un giallo amariglio

sparso di fiori azurri

l'abito che l'ammanta; e la cintura,

che lo stringe nel sen, tocca d'argento.

Sovra tela d'or fin, tra fiore e fiore

è trinciata la gonna, e i trinci e i tagli

sono insieme congiunti

con groppi di rubini e d'altre gemme,

la cui luce abbagliar potrebbe altrui,

se non fusse maggiore

l'alto splendore e 'l lampeggiar celeste

di colei che la veste.

Stan le dorate trecce

con un semplice nastro

di serpi a guisa, attortigliate in orbi,

e nel sommo del capo

fan dele cime estreme un aureo fiocco,

da cui pendon puntali

di perle orientali.

Giunge la bella schiera

nel loco destinato

al gran furto amoroso, e passo passo

nel giardin di Vertunno entra a diletto.

Quadratura leggiadra

in quattro spazi il bel giardin comparte,

e nel bel dritto mezo

sotto un gran padiglion di verdi fronde

sorge vaga fontana,

in cui di puro e candido alabastro

ha di Natura il simulacro inciso,

che, per cento mammelle, in vece d'acque

(per opra di Lieo,

che dela Dea d'amor fu sempre amico)

in bel vaso lucente

versa di vin purpureo ampi canali;

e di basso rilievo in su la base

tien del Tempo, e del'Anno,

dela Notte e del Giorno,

e del'Ore, e del Sol, che le divide,

l'imagini scolpite.

Da' quattro lati in piedi

dele quattro Stagion le statue stanno,

e ciascuna rivolta

col tergo al fonte e con la fronte agli orti

del superbo verzier risguarda un quadro.

Ciascun quadro de' quattro

sacro ad una di lor comprende e chiude

di quanto ella dispensa il fiore, e 'l meglio.

Quanto mai di pomposo

spiegan Pesto e Pancaia, Ibla et Himetto,

e quanto d'odorato

si scote dale corna

il celeste Monton, che 'l maggio adorna,

fiorisce nel quartier di Primavera.

In quel d'Autunno poi

tutto ciò che di dolce

Bacco nutrisce, e, ciò che di soave

del loco istesso il Giardinier conserva,

con pieno e largo cumulo s'accoglie,

sìche le piante in arco

curvan le braccia ala soverchia soma

del'uve e dele poma.

E quel che più s'ammira

è che la stagion fredda e la cocente

a dispetto del Cane e del Centauro

tra gli ardori e tra i ghiacci

i lor doni, i lor frutti

vernarecci et estivi

vi tengon sempre freschi e sempre vivi.

Ogni angolo a traverso

fendon tre vie, che quasi linee al centro,

vanno il fonte a ferir per dritta riga;

onde il giardin listato

da dodici sentieri,

sembra stella divisa in tanti raggi.

Sono i viali tutti

di pampinose pergole coverti,

e di ciascun viale in su l'entrata

per un arco si passa, a cui di sopra

sta d'un mese del'anno

da divino scarpel l'effigie sculta

con quel segno del cielo in marmo espresso,

che signoreggia in esso.

Va per l'ombrose alee

quinci e quindi vagando,

a prova depredando il prato e 'l bosco

la sollecita truppa, in guisa apunto

d'un essame di pecchie

qualora il re del'ingegnose squadre

i suoi minuti esserciti commove,

che da' faggi e dal'elci,

dentro i cui cavi tronchi hanno ricetto,

sussurrando per l'erba

vanno a rapir le lagrimette prime

dale melate cime,

e del timo, e del citiso, e del nardo.

Cotal né più né meno

sembra l'illustre e generoso coro.

Qual l'amaraco molle

sceglie e distingue da' men degni germi,

qual del'incorrottibile amaranto,

qual del tenero acanto il gambo spoglia.

Altra in vaghe catene

va la fosca viola

innanellando al candidetto giglio.

Altra lega et intesse

il giacinto sanguigno e 'l biondo croco

al narciso vermiglio.

Quella di bei ligustri

porta cinte le tempie,

questa di fresche rose

va stellata la fronte.

Cintia istessa non sprezza e non ricusa

di raffrenar con ghirlandette umili

la libertà dele fugaci chiome.

L'istessa dea del'armi e dele trombe

con quella destra bellicosa e forte,

con cui schiere scompiglia e rocche atterra,

già deposta la lancia,

volta a' morbidi studi,

tratta insoliti scherzi et insegnando

ai folgoranti arnesi

il rigor marzial placar alquanto,

et al'aspra celata

lasciar l'orror, che la circonda e veste,

le sue purpuree creste

lascivamente effeminata infiora.

Lussureggia e di Flora

tra i pacifici rami

e le penne guerriere i fregi implica.

Ma più d'ogni altra a vaneggiar intenta

la troppo baldanzosa

donzella di Sicania, in oblio posti

i materni ricordi, or empie, or vota

d'odorifere foglie ampi panieri,

or prende ad innaspar filze di fiori,

e con fatal prodigio

di futuri imenei,

de' suoi casi ignorante e mal presaga,

la chioma virginal sen'incorona.

Fregia il ricco pavese

del bel pratel dipinto a più colori

di fiorami per terra,

e di semplici rari, e d'erbe elette

un riccamo gentil, composto ad arte,

in cui groppi e figure

d'aviticchiati cori,

caratteri e scritture

d'amorosi concetti

non presentano al'occhio altro ch'amori.

D'amori e di trastulli,

di lascivie e di vezzi

lusinghevoli oggetti,

dovunque il passo mova,

dovunque il guardo fermi,

l'offeriscono innanzi

gl'incalmi naturali

dele palme e degli alni,

i nodi maritali

dele viti e degli olmi.

E più qualor passando

dai vermigli roseti ai verdi arbusti,

l'alte spalliere, e i pastini ben culti

de' frondosi boschetti

di mirar si compiace,

da' cui rami pendenti aranci osceni,

grossi limoni e smisurati cedri,

non saprei dir per quale

virtute occulta et artificio ignoto

di strania agricoltura,

o per qual di Natura

giocosa industria e capriccioso scherzo,

figurando in se stessi

di gran membra virili

prodigiose forme,

fanno con provocar ne' riguardanti

il diletto del gusto, onta ala vista.

Stava dritto in disparte

il barbuto Itifallo,

il vermiglio figliuolo

di Bromio e di Ciprigna,

il robusto custode

del campo e dela vigna,

l'ortolano sfacciato

in Lampsaco adorato.

Et ignudo la testa,

fumante il volto e più che vampa acceso,

col naso enfiato e con le luci rosse,

mentre tanta beltà quivi mirava,

la sua falce vibrava.

Stupisce, e pensa, e tace

la vergine inesperta in mirar quelle

(spettacolo ancor novo agli occhi suoi)

inusitate e sconosciute cose.

Ma le più sagge dee, Trivia e Minerva,

ch'intendon forse meglio

di quel sozzo villano

il malvagio pensiero,

e di que' frutti indegni

l'impudico mistero,

di modesto rossor tinte la guancia,

e colme il cor di vergognoso scorno,

chinano i lumi a terra,

giran gli sguardi altrove,

e si fan con le man coverchio al viso.

Sen'accorge, e di riso

tra se medesma, e di piacer ne brilla

del'alato fanciul la madre astuta;

ma come ad altro intenda,

dissimula, et intanto

del'aguato d'Amor l'essito aspetta.

Mentre in questi sollazzi

s'essercita ciascuna, ecco con novo

repentino fragor mugghiar gli abissi,

e 'nfin dale radici

la sua base profonda

scoter per tutto il dirupato scoglio.

Tremano i colli e l'isola vacilla,

né la cagion di strepito sì grande

altra che Vener sola,

in cui mista al timor serpe la gioia,

ancor v'ha chi comprenda.

Già per gli opachi e tenebrosi calli

dele terrene grotte

l'Arbitro dela notte,

ammonito da Giove, il camin piglia.

Su per le vaste membra

del'oppresso gigante

passan l'orride rote,

che ne stride e ne geme, e rotto l'ossa

dal grave piè de' corridori oscuri,

tenta il corso impedirgli e move e vibra

per afferrargli almen l'asse del carro

(quantunque invan) le serpentine sferze.

Quasi occulto soldato,

che per ascose e sotterranee mine

con passo taciturno entra repente

nel chiuso forte e nel guardato muro

ad assalire il cittadin securo,

viensene cautamente

per le secrete e desviate buche

del giogo erto e sublime

del'antico Saturno il terzo erede.

Guado non v'ha, né porta,

varco non v'ha, né via,

ch'a sì fiero passaggio adito dia.

D'ognintorno alte rupi, aspre ruine

opposte incontro a' suoi desir focosi

gli contendono il passo.

Allora il duro sasso,

sdegnoso del'indugio,

fiede col grave suo dentato scettro,

et ecco immantenente

spezzarsi i marmi, e la montagna aprirsi.

Del'alto Mongibello

risonaro le cave.

Stupì Vulcano, e timidi i Ciclopi

l'incudi abbandonando,

i fulmini gittando,

fuggiro agli antri più remoti et ermi.

Tosto ch'al'aria apparve

l'instigator feroce

dela bruna quadriga,

discolorossi il cielo,

e 'l grande Atlante, che 'l sostenta e folce,

de' tartarei destrieri apena uditi

i funesti nitriti,

fu per deporre il suo stellato incarco.

Inorridiro et adombraro usciti

al bel lume superno

i cavalli d'Averno,

già lungo tempo avezzi

ad esser di caligine nutriti,

e stupidi e smarriti

al novello splendore

d'altro mondo migliore

torser le briglie, e col timone obliquo

s'arretraro sbuffando

per far ritorno ale magioni ombrose.

Ma poscia che ferir le nere terga

dala rigida verga si sentiro,

più lievi che saette

qualor fuor dela noce le dischiava

del'arco fuggitivo

il faretrato e sagittario Parto,

precipitaro impetuosi il volo.

Dale bocche anelanti

essalan fiati, che sulfurei e foschi

corrompon l'aure e fanno

del'auree stelle impallidir la luce;

e da' freni sonanti

mandan di calde bave

e di livide schiume

stille sanguigne ad infettar l'arene.

Veggionsi in un momento,

quasi tocchi dal'uggia

o percossi dal turbo,

da quel tosco letal subito offesi,

i fioretti languire,

i prati inaridire,

l'uve appassite, i pampini sfrondati,

i frutti scolorati. Allor correndo

dansi tutte a fuggire

le sbigottite Ninfe,

e  Proserpina  misera e dolente

ecco rapidamente è alfin rapita;

e portata a gran corso

dal ferrugineo carro,

non sa, se non piangendo,

ale compagne dee chiedere aita.

Svela Bellona ardita

allor del torvo e pallido Gorgone

il mostruoso aspetto, e seco quella,

che Triforme s'appella,

dà di piglio agli strali,

et incurvando il suo cornuto nervo,

fassi incontro al Rettor di Flegetonte

con una luna in mano, e l'altra in fronte.

In ambedue commune

la pudicizia offesa

l'irrita al'armi e le commove al'ira,

et ambedue del predator fellone

l'audacia e l'insolenza

sì grave oltraggio a vendicar le tira,

né curan, pur che si disturbi e vieti

sacrilegio sì rio,

d'aver riguardo al zio.

– O de l'afflitto e tribulato mondo

temerario signor (Pallade disse)

de' tre germani il più perverso e crudo,

con quai profani stimuli e con quali

stolte facelle il cor t'accese e punse

la rabbia del'Eumenidi superbe?

Et onde avien che violar presumi

con le nebbie pestifere di Lete

questo puro seren del nostro cielo?

Fuggi gli alberghi altrui felici e lieti,

vanne ala sede a te devuta, e lascia

la per te troppo preziosa preda.

Son le fetide Arpie, l'Idre e le Sfingi,

son le Furie di te, degne consorti. –

Così dicendo, il viperino teschio

gli oppone agli occhi, e col ferrato calce

del tronco minaccioso

i veloci corsier fiede e ritarda.

E ben avrebbe a forza

al'atto ingiurioso

dal tartareo ladron fatto contrasto,

se non che 'l re delo stellato Olimpo

dal ciel vibrando il colorato lampo,

e torcendo da manca

con pacifico tratto

del folgore immortal l'ali vermiglie,

quel già lassù conchiuso

maritaggio fatal, benché furtivo,

fermò col tuono, et approvò col cenno

per genero Plutone;

et Imeneo cantando

tra le nubi serene

fe' scintillar la sua dorata face.

Cedon non senza sdegno e senza doglia

le Dee confuse, e rallentato l'arco

con tai gemiti e gridi

dietro le pianse, e le parlò da lunge

la figlia di Latona.

– Prendi dal nostro ufficioso affetto

l'estremo vale e l'ultimo saluto,

o quant'amata, sfortunata suora;

né dele paludose e torbid'acque,

ch'a passar duro fato oggi ti sforza,

la memoria di noi, l'amor, la fede

sia mai possente a cancellar l'oblio.

Soccorrerti ne vieta e ne contende

il paterno rispetto, e 'l gran decreto

del Motor dele sfere, ale cui leggi

vuolsi ubbidir, né ripugnar si pote.

Da maggior forza di più alto impero

confessiamo esser vinte, e 'n sì reo caso

nulla abbiam di difenderti possanza.

Ti tradisce il destino, il Ciel crudele

s'arma a' tuoi danni, il genitore istesso

spietatamente incontr'a te congiura.

Misera, e qual fortuna empia e proterva

al'amate sorelle, oimè, t'invola?

e ti toglie ale stelle? e ti condanna

ad abitar ne le perdute case?

a conversar con le sepolte genti?

Or non più no, per le sue selve errante

tender le reti, o balestrare il dardo

mai di vederti il gran Partenio speri.

Omai securo insuperbisca, e frema

il cinghiale spumante, et impunito

il rabbioso leon per tutto scorra.

Te del'alto Taigeta i boschi e i sassi,

te del frondoso Menalo le ripe

piangeran lungamente, e sospirata

sempre sarai dal mio sacrato Cinto. –

Intanto lagrimosa

sovra il carro volante

verso le bolge orribili discende

del'eleusina Dea l'alta speranza,

e battendosi il petto,

diffonde in un co' capei d'oro ai venti

questi vani lamenti:

– Deh perché pria non aventasti in questa

povera testa il fulmine pungente,

onnipotente e sempiterno Padre,

che tra le squadre misere e malnate

senza pietate lunge dal tuo impero

al'Orco nero discacciarmi in gola?

Ahi, chi m'invola ala mia patria riva?

Ahi, chi mi priva del'usata pace?

Così ti piace? né ti scalda il petto

paterno affetto al mio sì giusto pianto?

Qual colpa tanto abominanda, o Giove,

a ciò ti move? o che del mal, ch'io porto

a sì gran torto, dir si possa degna?

Quando l'insegna a' danni dele stelle

l'alme rubelle dispiegaro in alto,

nel folle assalto a minacciare il polo

con l'empio stuolo io non alzai la fronte,

né monte a monte impor già mi vedesti

contro i celesti tuoi stellati giri.

Perché t'adiri? e perché fai che 'n preda

or si conceda al'infernal Tiranno

con tanto inganno l'alta tua nipote,

ch'avrà per dote il non veder mai lume?

Fuor del costume di quante infelici

da predatrici man rapite furo,

cui pur il puro è dato aere sereno

godere almeno, e 'l ciel commune e 'l sole.

Quel che non suole altrui giamai negarsi,

dai fati scarsi a me sola si toglie.

Per doppie doglie l'onestà mia cara,

e dela chiara luce a un punto insieme

perdo ogni speme. O madre sventurata,

sì ben guardata avermi a che ti vale?

Qual torre, o quale inespugnabil sito,

qual ben munito cinto, o chiusa terra

il passo serra a un ardimento insano?

Celasti invano ai desiosi amanti

i miei sembianti, timida e 'ndovina

dela rapina, a cui non fu riparo.

Nulla giovaro i sassi alpestri e l'onde,

ch'arman le sponde al'isola del foco.

Securo loco non fu l'aspro lido

del nostro nido dala froda stolta

di chi m'ha tolta ala magion diletta.

Già, già m'aspetta il baratro più basso,

già, già vi lasso, o sole, o cielo, o mondo,

o del giocondo e dolce albergo usato

terreno amato, adio per sempre, adio –.

Da sì pietose e flebili querele

(quantunque fier) l'innamorato Auriga

mover si sente, e de' suoi primi amori

comincia omai (dal'agghiacciato petto

non più mai sparsi) ad essalar sospiri.

Indi in sembiante affabile e benigno

i turgidetti e rosseggianti lumi,

d'amorose rugiade umidi e gravi,

terge col manto affumigato e bruno,

e con tai voci il suo dolor consola:

– Tempra, tempra il cordoglio, idol mio caro,

né più col pianto amaro far oltraggi

ai dolcissimi raggi de' begli occhi.

Lascia pensier sì sciocchi, e non temere

che fra tenebre nere ognor sepolta

la luce ti sia tolta. Un più bel sole

di quel che scorrer suole il cerchio torto,

laggiù, dov'io ti porto, avampa e gira.

Altra terra si mira, havvi altri monti

con altri fiumi e fonti, altri arboscelli.

Etna di fior sì belli e sì odorati

i suoi sterili prati non ha pieni,

come quei che gli ameni ampi giardini

degli Elisi divini e gloriosi,

di spirti aventurosi almi soggiorni,

rendono sempre adorni, il cui bel verde

mai non secca, o disperde amore o bruma.

Oimè, qual mi consuma incendio novo?

E pur del mal ch'io provo, ho l'esca in braccio.

O mio soave impaccio e caro peso,

quella fiamma, ond'acceso arde il mio core,

del'infernale ardore è più cocente.

Ma tanta gioia sente, infra le pene,

che nel mal che sostene, arde beato.

Io non so dir qual fato il re d'Averno,

signor del foco eterno, oggi destina

in questa sua rapina a tal ventura,

che deggia ad altra arsura esser soggetto.

Ma di tanto diletto ho piena l'alma,

che m'è dolce la salma, e l'arco crudo

del pargoletto ignudo io non incolpo.

Convien che lodi il colpo e benedica

quella cara nemica, per cui moro.

Ringrazio lo stral d'oro, ond'uscì piaga,

che m'uccide e m'appaga, e bench'io viva

ne la tartarea riva, e 'l mio soggiorno

lontan sempre dal giorno stia nascosto

ne l'antro più riposto e più profondo

del tenebroso mondo, entro il cui seno

raggio di ciel sereno unqua non piove,

io non invidio a Giove il paradiso,

peròche 'l tuo bel viso ha tanta luce

ch'un chiaro sol conduce ai foschi orrori

e porta alti splendori al regno cieco.

Vienne, vientene meco e non languire.

Scusa il soverchio ardire: Amor mi sforza.

La ragion dela forza è forte oppressa;

e perdona a te stessa il fallo mio,

perché quando vid'io cosa sì bella,

subito il cor di quella si compiacque.

Amor di furto nacque, et è guerriero,

guerreggia armato arciero, e tratta il dardo.

Deve più che codardo esser audace.

Ahi ch'io non son rapace, anzi rapito.

Or che dirà Cocito di Plutone

quando in bella prigione trionfante,

fatto in un punto amante insieme, e ladro

d'un bel volto leggiadro, fia che veda

che di lui la sua preda è predatrice?

O Erebo felice, o Furie, o mostri,

o de' penosi chiostri alme inquiete,

ecco pur oggi avrete alcun riposo

ne lo stato doglioso, che v'afflige.

Ogni spirto di Stige or fia contento.

Farà pausa il tormento, o pallid'ombre,

laggiù dannate, e sgombre d'uman velo,

sarà l'Abisso un Cielo, e tutta festa

la mia reggia funesta e lagrimosa,

poiché di tanta sposa io son consorte!

Su su ferrate porte, oscure soglie,

ala diletta moglie il passo aprite,

di cui per grazia Dite è fatto degno.

Ecco del basso regno io t'incorono.

Prendi lo scettro e 'l trono. A ogni cenno

ubbidir qui ti denno anco le Parche;

e bench'inique, e carche il cor crudele

del veleno e del fiele de' serpenti,

umili e reverenti, e con dimesse

fronti le Furie istesse, empie sorelle,

ti serviran d'ancelle. A piè venirti

vedrai superbi spirti, alteri regi,

deposti i fasti e i fregi, e 'nsieme misti

con la turba de' tristi e de' mendici

tra poveri infelici, ignudi, abietti

attender da' tuoi detti la sentenza,

o rigore, o clemenza, o premio, o pena.

Or a tuo senno affrena, ordina, e reggi,

comanda, impon le leggi, e sciogli, e lega.

Nulla omai ti si nega; il tutto puoi.

Sia poter ciò che vuoi –.

Qui tace, e contro l'uso

de l'implacabil sua fiera natura

con serenato ciglio

dela corte temuta entra la soglia.

Gli assorge in su l'entrata

il vasto Flegetonte,

a cui da tutto il volto

piovono incendi, e dala barba scorre

di cocenti ruscelli orrida brina.

Concorre in folta calca

quinci e quindi la plebe

de' cornuti ministri.

Altri i destrier già stanchi,

sciolti da' curvi gioghi,

per le brune campagne a pascer mena;

altri di verdi rami il suolo asperge,

altri di rose colte

nel giardin de' beati

le piume infiora, ove s'appresta a corre

altro fior più gentile il re del centro.

Vien tosto a visitarla

dagli elisi palagi eletta schiera

di sagge donne, e nobili matrone,

che con ragioni argute

mitigando il dolor, che la tormenta,

le rannodano in fronte i crini sparsi.

Pronuba allor la Notte,

dipinta il sen di lampeggianti stelle,

la conduce, ov'in breve

in braccio accor la deve

del notturno marito ombroso letto.

Scusan negli archi, e ne le mura appese,

e d'ognintorno accese

dela camera opaca

le tede furiali,

fiaccole maritali.

Giubila e si trastulla

il paese de' morti.

Rompon del'aria mesta

i silenzi lugubri

di canzon disusate allegri accenti.

Velato il crin canuto

di palustri ghirlande

il vecchio passaggier del'onde nere,

del'onde, che quel dì scorsero latte,

move cantando a lenta voga il remo.

Più l'urna di Minosso

le sorti irretrattabili non volge;

del popol flagellato

ogni gemito tace. Ale percosse

d'Aletto e di Megera

il Tartaro crudel più non risona.

E tra lieti conviti

da' passati martiri

intente a pasteggiar, respiran l'ombre.

Poiché sollecitata

da sproni acuti di gelose cure,

e da fredde paure

d'auguri infausti, e di funesti sogni

perturbata la mente,

ritornò dele biade

l'inventrice dolente

dale solenni e strepitose pompe

dele feste d'Eleusi,

e di Sicilia in su la spiaggia ingrata,

dentro il solito tetto

il deposito caro

non ritrovò del già commesso pegno;

dir con quai strida, e quanti

dolorosi lamenti il Ciel offese,

come recisi in Flegra

duo cipressi gemelli

levogli in alto, e con le chiome sciolte,

ricercando ogni parte, il mondo scorse,

e come moderando

de' draghi alati e mansueti i freni,

l'aprica arena, e la canuta polve

d'aurea messe feconda

rese fertile, e bionda,

non fia mia cura. Altra più dotta Musa

con miglior plettro in altro stil ne canti.

Narrar gli affanni e i pianti

d'una madre, che perde

l'amata prole, et orba

d'ogni suo ben si lagna e s'addolora,

impossibil mi fora.

Quindi al pensier pietoso

quanto si tace, imaginar ne lascio;

e del greco pennello

imitator novello,

con l'accorto velame

d'un silenzio facondo

quelch'esprimer non so, copro et ascondo.