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GIOVANNI ANDREA DELL’ANGUILLARA, Le Metamorfosi di Ovidio ridotte in ottava rima, V

Testo tratto da:

http://www.bibliotecaitaliana.it/xtf/view?docId=bibit000744/bibit000744.xml

 


Prima Cerere à l'huom la norma diede,

Onde co'l curvo aratro aprì la terra.

Prima gli fe conoscer la mercede

Del seme, se con arte il pon sotterra.

Prima le leggi die d'amore, e fede

Da viver senza lite, e senza guerra.

Prima die à l'huom la più lodata spica,

À l'alimento suo si dolce amica.

Questa cantare intendo, e piaccia à Dio

Di dare il canto à me si pronto, e certo,

Ch'agguagli di prontezza il gran desio,

De la Dea di certezza agguagli il merto.

Che se sarà si chiaro il canto mio,

Che quel, c'hò dentro al cor, mostri scoperto,

Farò veder, che fra gli eterni Dei

Tocca del sommo honor gran parte à lei.

Poi che dal divin folgore percosso

Tifeo cadde anchor vivo in terra steso,

Giove, perch' ei da troppo orgoglio mosso,

Il Cielo havea di mille ingiurie offeso,

Gli pose la Sicilia tutta adosso,

Perche gravato dal soverchio peso,

Stesse in eterno in quel sepolcro oscuro,

Per fare il Ciel dal suo terror sicuro.

La destra ver l' Italia del gigante

Stà sotto al promontorio di Peloro.

La manca, ch'è rivolta in ver Levante,

Pachino aggrava un' altro promontoro.

Sostengon Lilibeo l' immense piante

Che guarda fra Ponente, e 'l popol Moro.

Etna gli preme il volto, et è quel loco,

Onde anchor resupino essala il foco.

L'altier gigante, che gravar si sente

Dal peso, che sostien la carne, e l'ossa,

Con ogni suo poter se ne risente,

E dà talhor si smisurata scossa,

Che 'l terremoto la terra innocente

Apre, e fa si profonda, e larga fossa,

Ch' inghiotte dentro à regni infami, e neri

I palazzi, le terre, e i monti interi.

Vede una volta il Re de le mort'ombra

Tutto intorno tremar ciò, ch'è sotterra,

E che per tema ogni empia Erinni, ogn' ombra

Cerca fuggir del cerchio, che la serra.

Subito tal paura il cor gl'ingombra,

Che teme, che la troppo aperta Terra

Non inghiotta l'inferno, e chi v'è dentro

Più basso s'esser può, che non e 'l centro.

Dapoi, che 'l terremoto venne meno

Lo sbigottito anchor Re dell'lnferno

Fà porre à neri suoi cavalli il freno,

Monta su'l carro, e lascia il lago averno,

E subito, che scorge il ciel sereno,

Splender vede in Sicilia un foco eterno,

Ei tien, che 'l terremoto habbia per certo

Fin dentro il regno suo quel monte aperto.

Vavvi, et ode, che 'l foco, ch' ivi splende,

È 'l fiato d' ira acceso di Tifeo.

Onde intorno à veder l'isola intende,

Per saper s'altro mal quel moto feo.

E quando danno alcun non vi comprende,

Tornar pensa ov'ei crucia il popol reo;

Ma nel girar ch'ei fe, cosa gli avenne,

Che 'l suo camino alquanto gli ritenne.

Ne la Sicilia un monte Erice è detto,

Dove è sacrato un tempio à Citherea,

Quivi la bella Dea stando à diletto,

Co'l suo dolce figliuol, ch'in braccio havea,

Vede il Signor del tenebroso tetto

Guardar, se la gran machina Tifea

Fatt'hà qualche voragine in quel sito,

Che torni in danno al regno di Cocito.

Venere, c'havea ogni hor la mente accesa

Di crescere à se nome, imperio al figlio,

 Proserpina  vedendo essere intesa

À corre, e à inghirlandar la rosa, e 'l giglio,

Le cadde in mente un'honorata impresa,

E volse ver Cupido il lieto ciglio,

Et accennando in questa parte, e 'n quella,

Gli fe veder Plutone, e la Donzella.

Era anchor una tenera fanciulla

Colei figlia di Cerere, e di Giove,

Hor mentre coglie i fiori, e si trastulla,

Cosi il parlar la Dea verso Amor move.

La tua potentia ogni potentia annulla

Nel cielo, e ne la terra, eccetto dove

Regna colui, c'hor qui ti vedi à fronte,

Il quale è Re del regno d'Acheronte.

Già tre parti si fer di tutto il mondo.

Costui per Re la terza parte osserva.

Tu acquisti il Re del regno più profondo,

Se fai lui tuo soggetto, e lei tua serva.

Tu vedi ne l' imperio alto, e giocondo

La guerra, che ci fa Delia, e Minerva.

Tal, che s'habbiam nel ciel perduto in parte,

È ben, che ci allarghiamo in altra parte.

Prendi dolce amor mio, quell'alme prendi,

(Non ci perdiam si aventurosa sorte)

Onde et huomini, e Dei sovente accendi,

E fai soggetti à la tua altera corte.

Stendi à l' inferno anchor l' imperio, stendi,

E fa del zio  Proserpina  consorte.

Fatti soggetti anchor gl'inferni Dei,

Tu vedi qui Pluton, lì vedi lei.

L'ale il lascivo Amor subito stende,

E trova l'arco, e la faretra, e guarda,

E fra mille saette una ne prende,

Più giusta, più sicura, e più gagliarda.

E che talmente il volo, e l'arco intende,

Ch'ogni sorella sua fà parer tarda,

Et aguzzato il ferro à un duro sasso,

Ferma co'l piè sinistro innanzi il passo.

Lo stral nel nervo incocca, e insieme accorda

E la cocca, e la punta, e l'occhio à un segno:

Poi con la destra tira à se la corda,

E con la manca spinge innanzi il legno.

La destra allenta poi, lo stral si scorda,

E contra il Re del tenebroso regno

Fendendo l'aria, e sibilando giunge,

E dove accenna l'occhio il coglie, e punge.

Stà non lontan dal monte, ond'esce il foco

Di prati un lago cinto d'ogn'intorno,

Con fiori di color di minio, e croco,

D'ogni splendor, che far può un prato adorno.

Ma quei, che fan più vago il nobil loco,

I boschi son, che dal calor del giorno

Difendon quei bei prati d'ogni banda,

E fanno intorno al lago una ghirlanda.

Hà di Pergusa il nome il lago, dove

Con altre vaghe, e tenere donzelle

La vergine di Cerere, e di Giove

Tessea le vaghe sue ghirlande, e belle.

Quivi cercò come havea fatto altrove

Quel, che dà legge à l'ombre oscure, e felle,

Per veder se Tifeo fatto ivi havesse

Danno, ch'al Regno suo nocer potesse.

E poi, che danno alcun non vi comprese,

Pensò tornare al suo scuro ricetto,

Ma nel girar del carro i lumi intese

In quel leggiadro, anzi divino aspetto.

In tanto contra Amor l'arco gli tese,

E come io dissi, il colse in mezzo al petto,

E passò il colpo si dentro à la scorza,

Che ei senza altro pensar venne à la forza.

La tenera fanciulla, et innocente

Tutta lieta cogliea questo, et quel fiore,

E quinci, e quindi havea le luci intente,

Correndo à quei, c'havean più bel colore.

Quest'era il maggior fin de la sua mente,

D'haver fra le compagne il primo honore.

In tanto il novo amante, ch'io vi narro,

L'afferrò un braccio, e la tirò su'l carro.

Ella, che tutto havea volto il pensiero

À le ghirlande, e à fior, come si vede

Prender da quel cosi affumato, e nero,

Stridendo à le compagne aiuto chiede.

Plutone intanto al suo infernal impero

Gl'infiammati cavalli instiga, e fiede.

Chiama la mesta Vergine in quel corso

Più d'ogni altra la madre in suo soccorso.

E volendo appigliarsi per tenersi

À un legno con le man, vede, che cade

Il lembo de la veste, e i fior diversi

Tutte adornar le polverose strade:

E in tal semplicità lasciò cadersi

L'affetto de la sua tenera etade,

Che de caduti fior non men si dolse,

Che del ladron, ch'à forza indi la tolse.

Inteso il Re de l'Orco al suo contento

Poi, che su'l carro tien l'amate some,

Fa sovente scoppiar la sferza al vento,

E questo, e quel caval chiama per nome.

E grida, e fa lor' animo, e spavento,

E scuote lor le redine, e le chiome.

Strid'ella, e volge à le compagne il viso,

Che corrano à la madre à darne aviso.

Ma strider ben potea, che si discosto

Da l'altre il Re infernal trovolla, e prese,

Et elle havean tanto il pensier disposto

À fiori, e tanto in lor le luci intese,

Et ei fe il carro suo sparir si tosto,

Che di tutte una non la vide, ò intese,

E già calava il Sol verso la sera

Quando tutte s'accorser, che non v'era.

Passa Pluton sul suo carro veloce

Vicino à gli alti di Palico stagni,

Dove l'odor solfureo à l'aria noce,

Ch'essala fuor di quei ferventi bagni,

Ne si cura di lei, ch'alza la voce,

Ma lascia, che si doglia, e che si lagni,

Giunge poi dove appresso à Siracusa

Sorge il famoso fonte d'Aretusa.

Da quel sorge non un'altra fonte,

V'è chi dal nome suo Ciane l'appella,

Ninfa, che l'hà in custodia à piè del monte,

Che preme di Tifeo la manca ascella.

Costei tenendo allhora alta la fronte

Fuor di quell'acqua cristallina, e bella,

Vide portar con violentia altrove

Colei, ch'uscì di Cerere, e di Giove.

E de la madre amica, e de l'honesto

Al Re de l'Orco attraversò la strada,

E disse con un volto acro, e molesto,

Non passerai per questa mia contrada,

Che pria non lasci il furto manifesto.

E se pur questa vergine t'aggrada,

Dei Cerere pregar, che te la dia,

E non torla per forza, e fuggir via.

Farsi genero alcun mai non dovrebbe,

Se 'l socero à restar n'havesse offeso,

E s'uno à le gran cose agguagliar debbe

Le picciole, anche Anapo restò preso

Di me, qual tu mi vedi, e sposa m'hebbe,

Ma ben con modo honestamente inteso.

Cosi dicendo stende ambe le braccia,

Et à cavalli suoi grida, e minaccia.

Temendo il Re del tenebroso inferno,

Che l'Amadriade, e i Fauni, e le Napee,

E quelle, che del mare hanno il governo,

Et altre assai de le dolci acque Dee

Non concorrano à fargli danno, e scherno

Prima, che torni à l'ombre ingiuste, e ree,

Batte la Terra, e le comanda poi,

Che s'apra fin' al centro, e che l'ingoi.

Obedisce la Terra al suo tiranno,

E la strada apre, ch' à l'inferno il mena,

Et ei sferza i cavalli, e quei vi vanno

À roder lieti l'infernale avena.

Con dolor, con angoscia, e con affanno

Resta, colei ne l'oltraggiata arena,

E può l'ira, e 'l dolor nel suo cor tanto,

Che più, che v'ha il pensier, più cresce il pianto.

Stillar fa in acqua l'uno, e l'altro lume

La grand'ira, e 'l dolor ch'ange la mente,

E ne l'onde medesme, ond'era nume,

À poco, à poco liquefar si sente,

Tal, che fà di se stessa un picciol fiume,

Il piede è già tutt'acqua e solamente

Si tien anchora un poco il nervo, e l'osso,

Se ben non è si duro, ne si grosso.

Piegato havreste qual tenera verga

L'ossa, che non ster molto à liquefarsi,

Ne membro v'ha, che l'acqua no'l disperga,

Ogni poco, che dentro osa attuffarsi,

Di questa, e quella man, ch'entro v'alberga,

I diti son nel fonte in fonte sparsi,

Visibil restav' ancho il volto, e 'l petto,

Ma assai trasfigurato ne l'aspetto.

Perche fur prime le sue chiome bionde

À la fontana à far più colmo l'alvo,

Che cadder di ruggiada in mezzo à l'onde,

E le lasciaro il capo ignudo, e calvo,

Al fine il petto, e 'l volto anch'ei si fonde

In acqua, e membro in lei non resta salvo,

E dove pria fu de le linfe Ninfa,

Si fece poi de l'altre Ninfe linfa.