Perfr02

1563

Giovanni Andrea dell’Anguillara, Delle Metamorfosi d’Ovidio. Per Gio. Griffio, Venezia, 1563

 

p.68

Entrava nel giardino il figlio spesso

Perche d’ cor la figlia amava

Hor essendovi un giorno, udì da presso

La voce del garzon, che si giocava

V’accorse, e restò si fuor di se stesso

Che non sapea, se desto era, ò sognava

Vedendo entro al giardin la bella prole

Dov’entra à pena l’aere, il gielo, e’l sole

 

Pien d’ira, e di furor prende la figlia,

E la strascina un pezzo per le chiome,

La stratia, la percote, e la scapglia,

E chiede, e vuol, che gli confessi, come

Egli li dentro sia, di qual famiglia,

Che pensi di far di lui, com’habbia nome:

La misera si scusa, e scopre il tutto,

E de l’inganno altrui miete mal frutto,

 

Non crede che di Giove egli sia nato,

Anchora che chiaro il mostri nel senbiante,

Ma che l’habbia la figlia generato

Di qualche ardito, e temerario amante

E per fuggir di novo il tristo fato,

Rinchiude lei co’l figlio nato in uno istante

Dentro un’arca ben chiusa, e in mar la getta,

E crede al re del mar la sua vendetta.

 

Di vendicarlo molto non si cura

Ne Protheo, ne Triton, Teti, ò Portuno.

Anzi particular di Perseo cura

Prende, e di danae il zio d’ambo Nettuno.

E fa l’arca del mar forger sicura

In Puglia, ove regnava il re Piluno.

Tanto, ch’un pescator (ch’ivi trovolla)

Poiche lìhebbe scoperta, al re portolla

 

Come il cortese re vide, et intese

La bella madre, e’l dolce ardito figlio,

E la progenie lor gli fu palese,

E quale havean nel mar corso periglio;

de la venusta giovene s’accese,

E si sposarla al fin prese consiglio.

Al signor si Sirifo il figliuol piacqu,

E’l cortese Pilunno gliel compiacque