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LODOVICO DOLCE, Le Trasformazioni, in Venetia, appresso Gabriel Giolito de Ferrari e fratelli, Canto nono

 

Esse di qua di là fuggendo

Ne i piu serti e piu riposti lochi

Il lume, che venia sempre crescendo

De le lecenti fiaccole de’ fochi,

Quando le braccia lor diminuendo

La lor misura, fra momenti pochi

Sottilissime peli ricopriro,

e poche e brevi penne le vestiro.

 

E, perche tutte per fugire il lume

Ridotte al buio, e in cieche parti foro;

Di veder la cagion non hebber lume

De la trasfigurata forma loro:

E divennero Augei, che non han piume,

Ma l’ali di stranissimo lavoro;

Che tralucono, e fatte sono in guisa

Di Vela, che da i lati sia recisa.

 

Volano poco, e stan ne i tetti ascose

Il giorno, et escon, quando vien la sera,

(De le tenebre sol vaghe e bramose)

Furor de le lor magioni a l’aria nera.

Sono le voci loro aspre e noiose,

E di rado volar le vedi a schiera:

Di qui nomar gliantochi tali Augelli

Gia Vespertino, noi Pipistrelli.

 

Hor di Bacco si predica e ragiona,

Hora i suoi fatti son palesi e chiari,

Hora in Thebe ogni Tempio ne risuona,

E si sacrato a lui tutti gli Altari:

Onde n’havea di loda ampia corona,

Et honori ogni dì sublimi e rari

Ino, che’l suo nipote, hora Divino,

Nudrì già infante e picciolo bambino.

 

Ella fra tutte le sorelle sola

Viveasi lieta, ne sentiva affanno:

Se forse il suo contento non le invola

De le istelle sorelle il grave danno:

Che lunghezza di tempo non consola,

Ma vestivano tutte oscuro panno

Per la morte de i cari figli loro,

Ch’a guisa d’animali stracciati foro.

 

Giunono, che vide lei gonfia e superba

De’ figli, del nipote, e del consorte,

Piu, ch’ella fosse mai, divenne acerba,

Ne di tanto suo ben si dolse forte:

Ne la doglia in lamenti disacerba;

Però, ch’ella non vuol, che si comporte,

Ch’ella piu segua in quello stato allegra;

E tiensi troppo a la vendetta pegra.

 

Ecco dicea, ch’a potuto homai

Il figlio vil de la rival di Giuno

Trasformare in Delfini i marinai,

E sommergerli in mare ad uno ad uno;

E piu crudel, che fosse Orso giamai

(Cosa, di che ne lagrima ciascuno)

Ha volto a lacerar con le sue mani

La madre il figlio, e dar le membra a cani.

 

E finalemente egli ha potuto ancora

Cangiare in Pipistrelli quelli innocenti;

Et a me basteranno adora adora

Sol per vendetta mia voci e lamenti?

Vuo, che quanto seguir debbo a quest’hora,

L’hoste m’insegni; e che Giunon diventi

Accorta pel furor malvagio e reo,

Che nacque tanto al misero Pentheo.