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I sec. d.C.

PUBLIO OVIDIO NASONE, Metamorfosi, IV, 1-52; vv. 389-415

Testo tratto da: Publio Ovidio Nasone, Metamorfosi, traduzione a cura di Bernardini Marzolla P., Einaudi, Torino 1994

E invece Alcítoe, figlia di Minia, ritiene che non si debbano accettare le sacre orge, e - temeraria - continua a sostenere che Bacco non è figlio di Giove. Le sue sorelle le tengono compagnia in questa empietà. Il sacerdote aveva ordinato che si facesse festa e che ancelle e padrone, tutte dispensate dai lavori domestici, si buttassero addosso una pelle, liberassero dalle bende i capelli, si ponessero ghirlande sul capo e prendessero in mano dei tirsi frondosi, e aveva predetto che l'ira del dio, se fosse stato offeso, sarebbe stata tremenda. Le matrone e le giovani spose obbediscono, ripongono tele e canestri lasciando a metà il lavoro, e bruciano incenso e invo­cano Bacco chiamandolo Bromio e Lieo e figlio della folgore e generato due volte e unico ad avere avuto due madri. A questi titoli aggiungono quelli di Niseo, di Tioneo intonso, di Leneo e di piantatore dell'uva festosa, di Nictelio e di padre Eleleo e di lacco e di Euhan, e insomma tutti gli infiniti nomi, o Bacco Li­bero, che hai tra le genti di Grecia. La tua giovinezza è infatti intramontabile, tu sei fanciullo in eterno, tu sei bellissimo e am­mirato in alto nel cielo. Quando ti presenti senza corni, il tuo capo è quello di una vergine. Tu hai conquistato l'Oriente fino all'estremo punto dove l'India abbrustolita è bagnata dal Gange.­ Tu, venerabile, uccidi il sacrilego Penteo e il sacrilego Licur­go armato d'ascia e spedisci in mare i corpi dei Tirreni; il giogo del tuo carro preme sui colli, su cui spiccano briglie colorate, di una pariglia di linci. Ti seguono le Baccanti e i Sàtiri e il vecchio che ebbro sostiene con il bastone le membra barcollanti e nemmeno si regge bene sulla groppa incurvata dell'asinello. Ovunque tu passi, risuonano giovanili clamori insieme a grida femminili e tamburelli percossi col palmo della mano e cavi stru­menti di bronzo e lunghi strumenti di bosso forato. «Vieni amico e benevolo», pregano le donne della Beozia, e obbedienti partecipano alla cerimonia. Soltanto le figlie di Minia restano a casa a violare la festività con inopportuno lavoro: cardano la lana, o torconofili col polli­ce o stanno curve sul telaio e fanno sgobbare le ancelle. E una, tirando conagili dita il filo, dice: «Mentre le altre fanno vacanza per assistere a quella fandonia­ di rito, noi da parte nostra, impegnate nelle attivita di Minerva, dea migliore, rendiamo, su, più leggero convari discorsi l’utile affaccendarsi delle mani, e dato che le orecchie sono in ozio, raccontiamoci a turno qualcosa che ci faccia apparire meno lungo il tempo». Le sorelleapprovano, e la invitano a narrare per prima una storia. Lei riflette non sapendo quale raccontare (ne conosce in­fatti moltissime), ed è incerta se narrare di te, Derceti di Babi­lonia, che come credono i Palestinesi ti trasformasti - gli arti ti si velarono di squame - e andasti ad abitare nelle acque degli stagni; o se narrare piuttosto come la figlia di Derceti, diven­tata pennuta, passò i suoi ultimi anni in una bianca torre; o come col canto e con potentissime erbeuna Nàiade mutava corpi di giovani in pesci silenziosi, finché non subí essa stessa uguale sorte; oppure com'è che l'albero che portava bacche bianche ora le porta nere per essere venuto a contatto col sangue.

 

vv. 389-415

Il racconto era finito. Ma le figlie di Minia ancora lavoravano con accanimento, disprezzando Bacco e violando la festività. Quand’ecco che a un tratto tamburelli invisibili strepitarono con rochi suoni, si udirono flauti dalla canna ricurva e bronzi tintinnanti, tra un profumo di mirra e di zafferano, e accadde una cosa incredibile: i telai cominciarono a verdeggiare e le stoffe pendenti a mettere fronde, come edera; una parte si trasformò in viti, e quelli che un momento prima erano fili, si mutarono in tralci. Dagli orditi spuntarono pampini; la porpora splendente passò a tingere grappoli d’uva. La giornata volgeva al termine. Già stava arrivando l’ora in cui non puoi più dire se sia buio o se ancora ci sia luce, ma c’è una luce incerta che sconfina nel buio notturno. Improvvisamente, sembrò che i muri tremassero, che grasse lampade si accendessero, e il palazzo fu rischiarato da rossastri bagliori tra ruggiti di vane immagini di belve. Le sorelle corrono per la casa invasa dal fumo a rimpiattarsi, chi di qua chi di là, cercando di sfuggire ai fuochi e ai lampi. E mentre si affannano verso un nascondiglio, una membrana si stende tra i loro arti rimpiccioliti e imprigiona le braccia in un tenue velo. Le tenebre non permettono di capire in che modo abbiano perduto la figura di prima. Non si librano su penne, ma si sostengono ugualmente su ali trasparenti, e quando tentano di parlare emettono una voce sottilissima, proporzionata al corpo, e si lamentano tra loro con sommessi squittii. Abitano in luoghi coperti, non nei boschi; e poiché detestano la luce, volano di notte, e prendono il nome dalla tarda sera, dall’ora vespertina.