45: Marte, Venere e Vulcano

Titolo dell’opera: Marte e Venere serviti a tavola

Autore: Maestro L.D.

Datazione: 1547

Collocazione: Parigi, École National superieure des Beaux-Arts

Committenza:

Tipologia: incisione

Tecnica: acquaforte (26,6 x 43 cm)

Soggetto principale: Marte e Venere serviti a tavola

Soggetto secondario:

Personaggi: Marte, Venere, Amore, puttini, Grazie, ninfe

Attributi: elmo, corazza, scudo, spada (Marte); arco, frecce (Amore)

Contesto: scena d’interno

Precedenti:

Derivazioni:

Immagini:

Bibliografia: Zerner H., Antonio Fantuzzi, in L’École de Fontainebleau, Musées Nationaux, Paris 1972; Zerner H., The Illustrated Bartsch, Italian artists of the sixteenth cetury school of Fontainebleau, Abaris books, New York 1979; Lévêque J.J., L’ecole de Fontainebleau, Ides ed Calendes, Neuchâtel 1984; Denk C., Léon Davent, in Venus. Bilder einer Göttin, hrsg. von den Bayerischen Staatsgemäldesammlungen, Alte Pinakotek, Müchen 2001, p. 280

Annotazioni redazionali: Questa acquaforte è stata realizzata dal maestro L.D., uno dei principali interpreti di Primaticcio, così comunemente chiamato per la presenza delle sue iniziali nell’incisione. Il nome di Leon Davent, con cui si è proposta l’identificazione, è preso da una grande stampa, fatta da un’opera di Giulio Romano, ma non è documentato. Le opere di L.D. sono datate dal 1540 al 1556, ed, in particolare, questa acquaforte verso il 1547.

La scena, qui presentata, coglie un momento inconsueto nella raffigurazione dell’episodio dell’amore di Marte e Venere, cioè quello in cui i due amanti sono seduti ad una tavola imbandita, serviti da Amore e dalla Grazie, spesso affiancate alla dea, come scritto anche nei versi di Reposiano (Vulfc29), insieme con le ninfe. Dalla sinistra, infatti, avanzano tre fanciulle, che portano in mano dei vassoi pieni di cibo. Sono contornate da puttini, uno dei quali, in alto, vola sopra la loro testa. Davanti al gruppo, Amore, in sembianze di adolescente, con l’arco abbandonato in terra e le frecce riposte nella faretra, porta anch’egli un piatto colmo di cibo. Sulla destra, sono seduti Marte e Venere. La dea è nuda, ma con la mano sinistra cerca di prendere un velo per coprirsi le spalle, ha il diadema fra i capelli, come nell’iconografia consueta, una collana di perle e altri gioielli. Marte, invece, sedutole di fronte, indossa ancora parte dell’armatura, tra cui l’elmo con il cimiero e la corazza, riccamente lavorata, a rappresentare anche iconograficamente quanto detto da Stazio e riportato da Boccaccio (Vulfm16, IX, III), secondo cui egli indossa un’armatura ornata, che, se destinata ad andare in battaglia, risulta splendida. Alle sue spalle vi è lo scudo, poggiato in terra, e la spada, che un puttino sta sollevando in un’immagine che rimanda alla presenza di questi intorno a Marte e Venere, come riferito da Stazio (Vulfc21) e poi da Reposiano (Vulfc29). I due amanti guardano verso Amore, l’una con uno sguardo dolce, l’altro con espressione che sembra divertita e stupita, con un gesto di meraviglia, che lo porta a tirarsi indietro, di fronte all’insolita occupazione del giovane. Per terra ci sono alcuni vasi per le bevande con rilievi fantasiosi, e questi oggetti, come già le armi di Marte, rimandano al lavoro di un grande fabbro, come Vulcano. Alle spalle di Venere altre due fanciulle sollevano la corona, simbolo nuziale, gesto che dimostra che è qui presente una compenetrazione delle due tradizioni. Mentre infatti alcuni elementi, come la nudità di Venere, il gesto del puttino che alza la tenda, una certa chiassosità dell’immagine rimandano alla narrazione di Omero (Vulfc01), altri aspetti, invece, quali la corona nuziale, introducono anche la tradizione esiodea, che riferisce dell’amore legittimo fra le due divinità, da cui viene generata Armonia (Vulfc01, e poi ripresa da Aristotele, Vulfc08; Plutarco, Vulfc17; Apollodoro, Vulfc24).

Giulia Masone