Armofr03

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LODOVICO DOLCE, Le Trasformazioni, in Venetia appresso Gabriel Gioito De Ferrari e fratelli, Canto decimo

 

Cadmo, che non sapea, che la nipote

E’l picciol Nepotin fossero divi;

Riga d’amaro pianto ambe le gote,

E troppo dice, a le miserie vivi.

Al fin vedendo, che l’instabil ruote

Di lei, che tanto puo tra tutti i vivi,

E regge e vuole, come vuole, il mondo,

Posto l’havea d’ogni miseria al fondo;

 

Deliberò lasciar Thebe da parte,

Com’ella del suo mal fosse cagione;

E mutasse venturain qualche parte

L’huom, quando muta sito e regione:

E con la moglie questa e quella parte

Peregrinando a ricercar si pone,

Fin, che venuto ne l’Illiria, diede

Riposo in fine al faticato piede.

 

E quindi rivolgendo ne la mente

Ad una ad una le miserie andate,

Pensò, che per la morte del Serpente

Le tante avversità si fosser date:

E disse, se tal fallo fu possente

A sdegnar su nel ciel l’alme beate;

Almo Giove (se in te oietà dimora)

Deh fa me divenir Serpente ancora.

 

A pena le parole hebbe a finire,

Che fu da l’esser suo tutto cangiato,

E si sente di squame ricoprire,

E quell’istesso far, ch’avea pregato.

Gia co’ piè Serpentili il vedi gire

Di ceruleo color sparso e macchiato:

E non gli rimaneva altro d’humano,

Che’l volto solo e l’una e l’altra mano.

 

Il volto pien d’ogni dolente effetto

Bagnava il il pianto, che da gli occhi scende,

E punto il cor dal maritale affetto,

Verso la moglie sua le braccia stende.

Deh caro unico ben, deh mio diletto,

Da cuilo stame di mia vita pende,

Non ti sia grave, s’abbracciar ti voglio

Pria, che tutto mi copra il brutto scoglio.

 

Non mi negar (dicea) fida consorte,

Senza prender spavento il bacio estremo:

Ch’a guisa di colui, ch’aspetta morte,

Da te lo cheggio, come don supremo.

E sallo Dio, che de la nova sorte

Contento son; senon, che per te temo.

temo per te, ch’essendo di me priva,

So, che poco vorrai rimaner viva.

 

Ecco,come le glorie e i Regni humani,

Son fuggitivi sogni finalmente.

Io gia felice Re fui de Thebani,

E capo e fondator di questa gente,

Hor dopo lunghi esilij acerbi e strani

Son (chi lo crederia?) fatto Serpente.

Ma questo è il don, ch’io chiesi, e mi sconsola

Sol, ch’io ne lasci te femina e sola.

 

Piu volea dir: ma repentina forza

In due parti la lingua gli divide;

E, mentre Cadmo di parlar si sforza,

Con disusato suon sibila e stride.

Poi, che la donna la scagliosa scorza,

E’l duro dorso del marito vide;

Empie di gridi il ciel, gli occhi di pianto;

Com’io spero seguir ne l’altro canto.

 

Spesso solleva ad alto, e spesso abbassa

Fortuna l’huom ingiuriosa e fera;

Ne di sempre girar sua Ruota lassa

Nemica al mondo, instabile, e leggera.

E, come’l Sol, se verso l’Austro passa,

Qui porta’l ghiaccio, altrove primavera:

Cosi, dovunque si volge, intanto,

Qua versa il riso, e colà doglia e pianto.

 

E’ ver, che la crudel dominio e regno

Ha sopra questi human caduchi beni;

De’ quai fa maggior parte al manco degno,

E lascia i buon d’gni miseria pieni.

Che contra un di virtute armata ingegno,

Ch’ivan desir con la ragione affreni,

Sua forza è nulla; anz’ei maggior diviene,

Quant’ella piu’l mortale oppresso tiene.

 

Piangea la moglie: e con la ignuda mano

Palpava del marito il duro petto.

Esci di questo mostro orrendo e strano,

Dicea. Chi vide mai simil effetto?

U son le mani, i piedi, e’l viso humano?

U la forma virile, ove laspetto?

Deh voi celesti Dei per la pietate

In Serpente me ancor tutta cangiate.

 

Eide l’usato amor colmo e ripieno

Giva leccando de la moglie il volto;

E discorrendo pel suo caro seno,

Cingeva il collo e lo stringeva molto:

A i servi, che seguito ivi l’havieno,

Fu da tal novità l’animo tolto:

Onde pieni di tema indietro vanno;

Ne da lontano ancora sicuri stanno.

 

Gli veggono nel fine ambi Serpenti

Con le code; e co’ piedi avolti e stretti.

Hanno cristate teste, occhi lucenti,

Lungo e macchiato il collo e gonfi i petti:

Et  entraro in un bosco a passi lenti,

Restando lor vivaci gl’intelletti.

Onde ancora innocenti e mansueti

Senza offender altrui si stanno queti.

 

De la cangiata forma alto conforto

Porgeva loro, e d’altri casi rei

L’haver ciascuno assai da prima scorto,

Ch’era il nipote Bacco infra gli Dei:

Che da gl’Indi, ch’ei vinse in tempo corto,

Era adorato, e anco da gli Achei.

Resta il Re de gli Argivi, Acrisio solo,

Ch’armi contra Bacco il Greco stuolo