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GIOVANNI ANDREA DELL’ANGUILLARA, Le Metamorfosi di Ovidio ridotte da Giovanni Andrea dell’Anguillara in ottava rima, Venezia, Libro III

 

Fra tutti è Penteo sol, che non gli crede

Sprezzator de gli Dei, nemico, infido,

Nipote al primo Imperator di Thebe,

Che ridea del concorso de la plebe.

 

E seguitando il suo costume, e rito,

Disse sprezzando il profetar del vecchio,

Ben' è ciascun di voi del senno uscito

À chi perduti ha gli occhi dando orecchio.

Quel, cui supplisce la mente, e l'udito

In quel, che manca l'uno, e l'altro specchio,

Pronosticando le future cose,

Contra  Penteo  infedel così rispose.

 

Felice te, se quando un tuo cugino

À Thebe torni, havrai perduti gli occhi,

Sì, che non vegga il suo culto divino,

E 'l tuo tristo infortunio in te non scocchi.

Allhor saprai, s'io son buono indovino,

Ne terrai questi augurij vani, e sciocchi,

Allhor per non veder quel divin Nume

Ti saria meglio haver perduto il lume.

 

Che non volendo adorar lui nel tempio,

Sì come certo io so, che non vorrai,

Del sangue tuo per dare à gli altri essempio,

Citero, il nobil monte infetterai.

E con cor verso te sdegnato, et empio,

Tua madre, e le tue zie correr vedrai.

E ti dorrai con tua gran doglia, e pianto,

Ch'essendo io cieco habbia veduto tanto.

 

Mentre ha de l'altre cose anchora in petto

Da dire intorno à questo il sacerdote,

Penteo superbo il turba; ma l'effetto,

Che ne dovea seguir, turbar non puote.

Che già l'eterno giovenil aspetto

Di Bacco torna à le contrade ignote,

Ignote à lui, che fu menato altrove

Poi che due volte il vide nascer Giove.

 

[…]

 

Mentre và Bacco al bel monte Citero

Con sì bene ordinata compagnia,

Il popolo Thebano, e tutto il Clero

Per incontrarlo à quel monte s'invia.

Hor mentre questi, e quegli il lor sentiero

Drizzano à un segno per diversa via,

Penteo volgendo in quella turba i lumi,

Biasmò quei novi lor riti, e costumi.

 

Penteo di farsi Imperator credea

Morto, che fosse il vecchio avo materno,

Che figli maschi Cadmo non havea,

E già quasi egli havea preso il governo.

Atteon, che concorrer vi potea,

Già passato era al regno de l' Inferno,

Havea ben due cugini, et ambedue

Nel regno pretendean non men di lui.

 

Questi eran figli d'Ino, e d'Atamante,

Ma Penteo nulla, ò poco gli stimava,

Perch'era l'uno, e l'altro anchora infante,

Et egli il popol già tiranneggiava:

Hor quando farsi tante feste, e tante

Vide à quel suo cugin, che ritornava,

Che fu di Giove in Semele concetto,

Prese dentro da se qualche sospetto.

 

Gli cadde à un tratto ne la fantasia,

Che questo suo cugin quivi venisse

Per aspirare à quella monarchia

Tosto, che 'l vecchio Imperator morisse.

Questo sospetto, e questa gelosia

Nel capo facilmente se gli fisse.

E tanto più, che tutto 'l popol vede,

Che fa sì gran trionfo, e gli ha tal fede.

 

[…]

E di superbia pien, di sdegno, e d'ira

Rivolse al popol trionfante gli occhi,

Ahi, che furor la mente si v'aggira,

Che diate fede à questi giuochi sciocchi?

Che cosa sì fuor del dover vi tira,

Che par, che l'honor vostro non vi tocchi?

Vi pare atto di voi preclaro, e degno,

C'habbia un fanciullo inerme à torci il regno.

 

può tanto un corno in voi, tanto un percosso

Vaso, che fa sonar ferro, ò metallo,

O 'l suon, che rende un cavo, e lungo bosso,

Che faccia farvi un sì notabil fallo,

Ch'à voi, che più d'un campo esperto, e grosso

Di gente eletta à piede, et à cavallo

Non sbigottì, di donne un gran romore,

Che dal vin nasce, dia tanto terrore.

 

Ahi, come indegna prole del serpente

Dicato à Marte chiamar vi potete,

Dapoi, che voi cedete à sì vil gente,

Obscena, e molle, come voi vedete.

Hor da voi vecchi Tiri si consente,

Che con tanto sudore, e spesa avete

Dal fondamento fatta questa terra,

Che vi sia presa, e tolta senza guerra?

 

À voi di più robusta, e verde etade,

Che seguite lo stuol canuto, e bianco,

Meglio staria, che lance, e scudi, e spade

Le man v' armasser, la persona, e 'l fianco.

Quel pampino su l'hasta indegnitade

Porta al vostro valore, e l'habito anco,

E con più honor la vostra chioma asconde

Un coperchio di ferro, che di fronde.

 

Vi prego ricordatevi fratelli

Di che chiara progenie siete nati.

Se vi rimembra, voi siete pur quelli

Dal serpente di Marte generati.

Perche i suoi fonti cristallini, e belli

Mondi, et intatti fosser conservati,

Ei morir volle: hor tu popol suo figlio

Vinci per l'honor tuo senza periglio.

 

Ch'egli hebbe l'inimico acerbo, e forte,

Ma tu, vecchi, fanciulli, e feminelle.

Ei, fuor ch'ad uno, à tutti diè la morte;

Voi, che farete à questa gente imbelle?

Vorrei, che se volesse l'empia sorte,

E le nostre nemiche, e crude stelle,

Che perdessimo il regno, e questo loco,

Ce 'l togliesse la forza, ò l'arme, ò 'l foco.

 

Ch'almeno il destin nostro iniquo, e fello

Pianger potria ciascun senza rossore,

Ne imputato potrebbe esser d'havello

Perduto ò per viltade, ò per errore.

Hor quì sarà venuto un giovincello,

Un molle, effeminato, e senza core,

Che veste ostro, e profumi in vece d'armi,

E Thebe ci torrà, per quel, che parmi.

 

Ma farollo ben' io confessar presto

Chi sia il suo vero padre, e quel ch' importa

Questa sua cerimonia, col contesto

Di quel ridicolo habito, che porta.

Dunque à un fanciullo infame, e disonesto

Solo Acrisio saprà chiuder la porta?

Dunque un stranier, seguito da la plebe

Farà Penteo tremar con tutta Thebe?

 

Et à i suoi servi con furor rivolto

Disse, fate, ch' io l'habbia hor' hora in mano.

Ch'io vo far noto al mondo, quanto è stolto

Ogn'un, che crede al suo costume insano.

Il popol, ch'era intorno à lui raccolto,

S'alterò di quel dire empio, e profano,

Perche Tiresia, à cui ciascun credea,

Quei sacri giochi comandati havea.

 

Vuole Atamante, vuol l'avo prudente

Raffrenar quello orgoglio al suo nipote,

E quel furore, e quella rabbia ardente,

Ne ritenere ò quegli, ò questi il puote.

Ma tanto più s'accende ne la mente,

Quanto più il suo parlar si ripercote.

E più che si contrasta al suo volere,

Più cresce à l'ira sua forza, e potere.

 

Tal s'uno agricoltor s'oppone, e vieta,

Ch'un torrente nel suo non entri, e vada,

Perche con l'onda sua, poco discreta

Non toglia à lui la seminata biada.

Dove l'onda era pria meno inquieta

S' ingorga, e per uscir tenta ogni strada,

Porta al fin via la terra, il legno, e 'l sasso,

E tutto quel, che gl' impedisce il passo.

 

Tolsersi i servi via da quel furore,

Anchor, che l'obedir mal volontieri,

Però, ch'à tutti havean toccato il core

Quei giochi, che tenean divini, e veri,

Ne conosceano in lor tanto valore,

Ch' à molti forti, e degni cavalieri,

Potesser contrastar, ch'ogn'un sapea,

Del gran poter, che Bacco intorno havea.

 

Dapoi, che s'avviar timidi, e lenti,

E che l'un l'altro si guardar nel volto,

E si conobber tutti mal contenti

D'obedir quel signor crudele, e stolto,

Discosto forse un miglio da le genti

Di Thebe ritrovar, che s'era tolto

Da gli altri un, che lo Dio Theban seguia,

Et havea seco quattro in compagnia.

 

S'accordar tosto, e fu da lor pensato

Prender di questi quel, che par più degno,

E dir come non hanno altro trovato,

E condurlo al Tiranno del lor regno,

Che forse in tanto si sarà placato,

E se pur serva anchor l' ira, e lo sdegno,

Disfogare il potrà contra costui,

E tutto quel, che vuol saper da lui.

 

Subito à tal pensier si diede

offesa;Tosto deliberar per buon rispetto

Di star arditamente à la difesa,

E si fermaro in atto in su l'aviso,

Che segno fean, c'havrian mostrato il viso.

 

E ben mostrarlo, e ben con lor pugnaro,

Feriro, fur feriti, e finalmente

A forza il capo lor prender lasciaro

Resister non potendo à tanta gente.

Con quel prigione al lor Signor tornaro,

Ch'à quei lordi di sangue pose mente,

E saper volle con chi havean conteso,

E perche il falso Dio non havean preso.

 

Trovar mai non l'habbiam potuto nui,

(Disser) ma ben di quei, che tuttavia

Lui seguon, con fatica habbiam costui

Preso, e fe fronte egli, e la compagnia.

Preso l'havrete voi non ben per lui

(Disse ei) s'egli di quei di Bacco fia.

Da che il conobbi (rispose egli allhora)

Esser suo volli, e voglio essere anchora.

 

Penteo sdegnato più, che fosse mai,

Rivolse gli occhi à lui turbato, et empio,

E disse, ò tu, ch'al fermo à morir hai,

Tu, ch' al fermo hai da dar agli altri essempio,

Dì il tuo nome, e la patria, e quel che fai,

Di cui nascesti, e perchè vuoi nel Tempio

Porre un mortal fra le divine cose?

Et ei senza timor così rispose.

 

 

Ma Penteo, havendo anchor ferma credenza,

Che torgli il regno il suo cugino agogni,

Disse, habbiam dato troppo grata udienza

À queste nove sue favole, e sogni.

Pensando forse in me trovar clemenza,

M'ha detto i suoi travagli, e i suoi bisogni,

Pensò tardando in me l'ira placare

Col novellar del suo finto parlare,

 

Prendetel tosto, e co i maggior tormenti,

Che dar sapete, fatelo morire.

E fu subito preso, e da i sergenti

Posto in prigion da non poterne uscire.

Hor mentre stecchi, e dadi, e fochi ardenti

Preparano i ministri al suo martire,

Da se si ruppe una catena forte,

Ond' era avinto, e se gli aprir le porte.

 

Penteo s'ostina di volerlo morto,

Ne vuol, che sian da se le porte aperte,

Ma ben che i servi gli habbian fatto torto,

Tenendo quelle pompe sante, e certe,

Tal che più non volendo essere scorto,

À girvi egli in persona si converte,

Ne più vi manda i servi come prima,

Dapoi, che d'un fanciul fan tanta stima.

 

Già queste genti essendo giunte, e quelle,

Faceano un'armonia discorde, e varia

D'instrumenti, di gridi, e di favelle,

Che rendean sordo l'huom, la terra, e l'aria.

E più le furiose damigelle

Con una libertà non ordinaria

Stridean cantando per tutto il camino

Versi, in honor de l' inventor del vino.

 

Sì come freme un feroce cavallo

À l'uso de la guerra esperto, e buono,

Quando il trombetta al suo cavo metallo

Lo spirto avviva, e fa sentire il suono,

Che sbuffa, e corre al bellicoso ballo,

Dove le squadre à lui nemiche sono:

Tal Penteo corse contra le Baccanti

Al suon di quei discordi urlari, e canti.

 

Ha il Citeron di selve un prato cinto

Senza arbori nativi, e senza piante,

D'herbe, e di varij fior tutto dipinto;

Dove si fan le cerimonie sante.

Verso quel prato, da grand'ira vinto

Penteo  drizzò le temerarie piante,

E à pena v'entra, che la madre il vede

Nel prato por lo sfortunato piede.

 

Contra quei riti sacri andando l'empio,

Era stato da tutti abbandonato,

L'acciecò il ciel per darne agli altri essempio,

E fe, che v'andò solo, e disarmato.

La madre, ch'era per entrar nel tempio,

Tosto, che 'l vede comparir nel prato,

Prima di tutte l'altre insana, e stolta

Le spalle al tempio, à lui la faccia volta.

 

E sì come di lui volean le stelle,

Come havea detto già Tiresia il saggio,

Disse la madre à l'altre due sorelle,

Volgete gli occhi à quel porco selvaggio,

Ch'à turbar vien le feste sacre, e belle,

Andiam tutte d'un core à fargli oltraggio,

Tanto, che contra lui le donne unirsi

Con mille spade ignude, e mille thirsi.

 

Egli, che contra altier venir si vede

Quel donnesco ebro, e furioso stuolo,

Per fuggir volta l'avvilito piede,

Perche si trova disarmato, e solo.

Poi si volge à pregar, perche non crede

Ch'empia la madre sia contra il figliuolo,

Ne men, che le due zie, di cui si fida,

Possan soffrir già mai, ch'altri l'uccida.

 

Non più quelle orgogliose aspre parole

Usa con le parenti empie, e superbe,

Ma confessa il suo errore, e se ne dole

Con quelle più, che mai fiere, et acerbe;

E con quell'humiltà, ch'usar non suole,

Mostra, che 'l sangue suo già tinge l'herbe,

E le prega che traggan di perielio

Il nipote, le zie, la madre, il figlio.

 

Et à la madre d'Atteon ricorda

Quel, ch' al suo figlio incognito intervenne,

Ma quella à i prieghi suoi spietata, e sorda

À ferir lui poco cortese venne.

Ino l'altra sua zia con lei s'accorda,

E l'una, e l'altra tal maniera tenne,

Ch'una tagliò al nipote empio, e profano

La destra, e l'altra la sinistra mano.

 

E volendo abbracciar la madre irata,

Che più de l'altre stride, e gli minaccia,

L'una, e l'altra sua man trova troncata,

Ne la ponno annodar le monche braccia.

Deh dolce madre dolcemente guata,

(Disse) e pietosa à me volgi la faccia.

Un gran grido ella die, poi che mirollo,

E di sua propria man troncogli il collo.

 

E più di venen piena assai, ch' un' angue,

Prendendo in man la sanguinosa testa,

E macchiando se stessa del suo sangue,

Per l'aria la gittò veloce, e presta.

Prendete (disse à l'altre) il corpo essangue,

Smembrate voi la parte, che ci resta,

Diamo anco al corpo morto il suo supplicio,

Poi satisfatte andremo al sacro officio.

 

Ecco in un tratto quel corpo smembrarsi

Come la madre in molte parti chiede.

I membri van per l'aria à volo sparsi,

Qual si gitta à l' insù, qual cade, e riede.

Così le foglie allhor veggon volarsi,

Che 'l crudele aquilon gli arbori fiede,

Quando il Sol lo Scorpion cavalca, e doma,

E toglie à lor la non più verde chioma.

 

Ahi crudel madre, ahi quando mai s'udio

Lo stratio, e 'l mal, che del tuo figlio fai?

Tu sai pur, ch'egli del tuo ventre uscio,

Tu quella sei, che generato l' hai.

S'à l'altre un figlio muor, sia buono, ò rio,

Non posson rasciugar gli humidi rai;

Tu di tua man l'hai morto, e non sei satia,

Se non si smembra anchor, lacera, e stratia.

 

Se noi cercando andremo in tutti i tempi,

In ogni legge, in ogni regione,

Troverem mille, e mille crudi esempi

Contra chi scherne la religione.

E non sol contra lor sdegnati, et empi

Han mosso i cor de le strane persone,

Ma i cor di quelle han contra loro accesi,

Che gli han portati in corpo nove mesi.

 

Hor tutti gli altri cauti, et ammoniti

Da l'aspra morte del profano, et empio

Seguendo i sacri, e non usati riti,

Quel Dio tolgono al carro, e 'l danno al tempio,

E gli huomini più degni, e riveriti,

I primi fur per dare à gli altri essempio,

Che l'adoraro in quei seggi eminenti,

Dove l'havean locato i suoi serventi.

 

E gli altri anchor servando il grado loro

Come commanda il sacerdote santo,

Con pompa, cerimonia, e con decoro

Ne l'adorar quel Dio fanno altrettanto.

Danno al Divino altare, e al nobil choro

Mirra, et incenso, con gran plauso, e canto,

E celebran l'officio santo, e pio

Al lor Theban riconosciuto Dio.

 

Poi ch'al divin officio il fin fu posto,

E fatto à Bacco ogni opportuno honore,

Come dal sacerdote lor fu imposto,

Tornar le donne al solito romore,

Et in honor de l' inventor del mosto

Mostrano il muliebre lor furore,

E da loro ogni nome gli fu detto,

Ch'à lui si dà per più d'un degno effetto.

 

Altri l'appella Bromio, altri Lieo,

Questa Bimatre il chiama, e quella Bacco,

Chi Niseo, chi Nittelio, e chi Tioneo,

Altri Eleleo, altri Evante, et altri Iacco.

Lo nomano anchor Libero, e Leneo,

E paion tutte uscite di Baldacco,

Tanto si mostra in quella allegra festa

Sfacciata ciascheduna, e dishonesta.

 

Di Libero ogni fatto eccelso, e degno,

Che facesse già mai cantar si sente,

Com'egli con la forza, e con l' ingegno

Ha soggiogato tutto l'Oriente,

E come al Re di Tracia ingiusto, e indegno

Licurgo bipennifero, e insolente,

Ch'osò tagliar le viti, fece, ch'ambe

Tagliò à se stesso l' infelici gambe.

 

Che gioventù perpetua à lui mantiene

Di vergine un giocondo, e grato viso,

Il qual come prometta ò 'l male ò 'l bene,

Hor ne dà con le corna, hor senza, aviso.

E ciò, che lor ne l'ebre menti viene,

Cantan con plauso, e con tumulto, e riso:

E innanzi al cibo, e dopo, e nel ritorno,

Non si fece altro mai tutto quel giorno.

 

Annotationi del Terzo Libro

Penteo che spregia i sacrifici e gli honori che facevano i Tirij a Bacco ci da essempio che quelli che spregiano la Religione sempre capitano male essendo egli stato ammazzato dalla Madre, e dalle infuriate Bacchide, l'historia di Penteo è perch'egli non beveva vino però è descritto nemico di Bacco, tentando ogn'hora con mal'animo di ucciderlo; anchora che gli siano racconte le sue prove e la sua potentia e la sua forza che hebbe in trasformare gli empij e scelerati compagni di Acete in Delfini, animali naturalmente amici all'huomo: si vede quivi quanto felicemente descriva l'Anguillara, la forma di Bacco; e i nomi che gli sono attribuiti; de quali il primo che è Bacco significa furore, passione che si scopre ne gli ubriachi: chiamasi anchora Bromio che significa risolvere.