46: Giove, Semele e la nascita di Bacco

Titolo dell'opera: Giove e Semele

Autore: Perin del Vaga

Datazione: prima metà del XVI secolo

Collocazione: New York, Metropolitan Museum of art

Committenza: Andrea Doria

Tipologia: disegno

Tecnica: penna, inchiostro marrone scuro, acquerello marrone, lumeggiature a corpo su carta acquerellata in marrone; tracce di quadrettatura sottostante a matita nera o carboncino su entrambi; (370 x 199 mm; 370 x 196 mm).

Soggetto principale: Giove fulmina Semele.

Soggetto secondario:

Personaggi: Giove, Semele

Attributi: aquila, fuoco (Giove);

Contesto: stanza da letto

Precedenti:

Derivazioni: Haussart J., Giove e Semele incisione da Perino. XVIII sec.

Immagini:

Bibliografia: Basan P.E., Recueil d’estampes d’apres le plus beaux tableuax et d’apres le plus beaux dessein qui sont en France dans le cabinet du roi, dans celui de Monsigneur le Duc d’Orleans, et dans d’autres Cabinets, Paris, 1763, I, 20; Dunand L., Les compositions de Titien intitulées Les amours des dieux Gravées par Gian-Jacopo Caraglio selon les dessin préoaratoires de Rosso Fiorentino et Pierino del Vaga, Michal Slatkine, Genève, 1989, p. 170, fig. 388; Alberti Gaudioso F.-Gaudioso E., Gli affreschi di Paolo III a Castel Sant'Angelo. 1543-1548, catalogo della mostra tenuta a Roma, De Luca Editore, Roma 1981; Davidson B., The Furti di Giove. Tapestries designed by Perino del Vaga for Andrea Doria, in “The Art Bullettin”, 3, LXX, 1988, pp. 424-449; Perin del Vaga, tra Raffaello e Michelangelo, Catalogo della Mostra di Mantova Electa, Milano 2001.

Annotazioni redazionali: attraverso lo studio della Davidson alcuni disegni conservati al Metropolitan museum of Art, tra cui quello qui in esame, vengono messi in relazione con i cartoni perduti degli arazzi dei Furti di Giove realizzati da Perin del Vaga per il Salone dei Giganti in Palazzo Doria a Genova. Ricostruire esattamente quando questi arazzi furono realizzati per il principe Andrea e che percorsi abbiano compiuto prima di essere definitivamente smarriti è complesso. La serie era formata da sette arazzi raffiguranti gli amori di Giove e, nello specifico, Giove e Danae, Giove e Semele, Giove e Alcmena con Sosia, Giove ed Io, Giove e Callisto, Giove e Giunone, più un entre-fenetres di tre pannelli verticali collegati da una fascia, con tre figure allegoriche femminili, di cui si conservano i cartoni per quelle rappresentanti la Liguria e la Vigilanza. La prima testimonianza degli arazzi è ravvisabile in una lettera del ricamatore Valentini del 1536 che però menziona solamente la presenza dei tessuti e non descrive né il soggetto né l’autore. Neppure è semplice capire la data di realizzazione: non si sa se furono realizzati per la prima visita di Carlo V a Genova (1533) oppure per la seconda (1536). La prima menzione davvero pertinente dei tessuti risale al 1548 quando un gruppo di personaggi illustri andò a Genova per rendere omaggio al principe Filippo di Spagna e tra coloro che riportarono le impressioni sul Palazzo di Andrea, uno descrisse gli arazzi con “le favole che i Poeti fingono di Giove” nella stanza dove il principe alloggiò e cioè il salone dove Perino aveva dipinto Giove che fulmina i giganti nella volta (Davidson, 1988). La prima descrizione completa dei cartoni risale all’inventario del 1606. In seguito, gli arazzi vennero venduti dal principe Andrea Doria II a Don Giovanni Alfonso Enriquez Cabrera, ammiraglio di Pastiglia e viceré di Napoli ed è proprio in questa città che arrivarono via mare. La Davidson riporta però che dieci anni dopo essi erano nuovamente a Genova e ancora nel 1678, nel tentativo di venderli al Principe di Monaco, il principe Andrea Doria III ne mandò uno come esempio non riuscendo in fine a recuperarlo. Sembra poi che Domenico Piola fu pagato per coprire le nudità degli arazzi rimasti a Genova attorno al 1681. È proprio dopo quest’ultimo episodio che degli arazzi si perse ogni traccia. Inoltre Vasari, parlando del palazzo del principe Andrea, non menziona i Furti di Giove ma solamente gli arazzi di Enea nel salone di Nettuno. Tornando ai cartoni, è possibile che questi non tornarono mai indietro dalle Fiandre dove erano finiti per dover essere lì tessuti ed è per questo che furono in parte dispersi e in parte venduti al conte di Arundel ad Amsterdam; in seguito entrarono in possesso di Cristina di Svezia ma attribuiti, come saranno per lo più da lì in poi, a Giulio Romano. In un libro in cui vengono riprodotti attraverso incisioni di artisti francesi i capolavori della collezione d’Orleans si trova finalmente, secondo la Davidson, la rappresentazione dei cartoni di Perino (Basan, 1763). Essendo delle incisioni dei cartoni preparatori per gli arazzi e dunque disegnati al contrario, queste ci offrono una riproduzione degli Arazzi nel verso giusto. Quella con Giove e Semele, che Dunand assegnava ancora all’inventio di Giulio Romano è di Jean Haussart. Un breve testo accompagna le incisioni della serie e offre alcune importanti informazioni sui cartoni dei Furti da cui si ricava che forse Cristina di Svezia li aveva comprati in Olanda, dove erano stati mandati dal duca di Mantova o che erano stati trovati tra le opere di re Gustavo a Praga, rubati da Mantova durante il sacco del 1630 (Davidson, 1988). Il motivo per cui, secondo la Davidson, i cartoni furono generalmente attribuiti a Giulio Romano erano: la scarsità di testimonianze relative a Perino e la maggiore fama di Giulio in quanto esecutore di cartoni per arazzi e più avvezzo a temi amorosi (come quelli della Sala di Psiche a Mantova). Solo qualche anno dopo Perino avrebbe contribuito alla realizzazione dei disegni per la serie degli Amori incisa poi dal Caraglio (Cfr. scheda opera 44). Esiste un disegno attribuito a Perin del Vaga e conservato oggi al Metropolitan Museum of Art in cui è appunto realizzato a rovescio l’episodio di Giove e Semele. Eseguito con dei tratti piuttosto decisi rispetto alla maniera di Perino, si pensa che fosse destinato ad essere ingrandito. Semele, come nell’incisione di Haussart, porta un tipico abito seicentesco con la cuffia e la capigliatura secondo la moda del tempo. Tiene le braccia larghe per lo spavento e per l’impossibilità di contenere il suo amante che le si getta addosso circondato da fiamme e accompagnato dall’aquila. Le stesse fiamme, e non dunque il fulmine, si ritrovano nella lunetta che ritrae lo stesso episodio realizzata da Perino nella sala delle Metamorfosi o di Aracne sempre a Palazzo Doria (Cfr. scheda opera. 45). Dice Ovidio: “il corpo mortale di lei non sopporta il tremendo bagliore celeste, e quel dono nuziale la incenerisce” (Semfc22).Perino si è attenuto forse di più a quest’annotazione dell’autore piuttosto che alla menzione del singolo fulmine creando lo stesso scintillio di fiamme della lunetta. È ravvisabile una somiglianza con le fiamme che circondano la coppia nell’incisione di Caraglio e che potrebbero confermare per l’inventio della stampa la mano di Perino. È chiaro inoltre che Giove è l’indiscusso protagonista del salone: sia la volta con la Caduta dei giganti che le pareti con i Furti lo vedono principale attore, tale da non rendere la sua presenza casuale. L’associazione con Carlo V della scena sulla volta, lo identifica come un sovrano emissario di Dio che combatte contro i turchi al fianco della Chiesa Cattolica proprio come Giove combatte contro i Giganti. Non è abbastanza comunque per determinare se gli arazzi fossero stati realizzati per la prima o la seconda venuta dell’imperatore. In ogni caso, secondo la Davidson, il legame nel programma iconografico tra gli arazzi e la volta sta nel contrasto tra la punizione e la gratificazione, tra l’allontanamento e l’unione. Se i Giganti vengono cacciati dall’Olimpo perché peccatori, alcuni mortali attraverso l’amore con Giove potranno, invece, avvicinarsi a lui. Se sono virtuosi e mostrano obbedienza e sottomissione, allora il regno celeste gli sarà assicurato. In questo Semele rientrerebbe se si facesse riferimento alla tradizione antica che la vuole riportata in vita dal figlio Bacco e che la vede entrare a far parte degli immortali assieme a lui(Cfr. schede opera 02 e11). Tale tradizione però è totalmente ignorata dalle fonti rinascimentali e mai evocata figurativamente. Più plausibile la seconda ipotesi avanzata da Kerenyi (1976) che ritiene che sia lei che Alcmena siano presenti sugli arazzi perché madri di Ercole e Bacco, il semidio e il dio raffigurati al fianco di Giove nell’affresco della volta. Poiché i figli ebbero un ruolo così importante nella battaglia, allora le loro madri sono degne di essere rappresentante come amate dal sovrano dell’Olimpo. Il fatto che Semele sia vestita castamente, inquadra la corte Doria come una corte molto conservatrice e “moralizzata”. La serie degli amori di Perino è contemporanea alla serie di tele con gli Amori degli dei di Correggio per la corte Mantovana e Vasari dice che Federico Gonzaga aveva commissionato i dipinti come dono per Carlo V (Vasari, Vite, VI, 115). Suggestivamente la Davidson collega a Carlo V anche gli affreschi con Giove e Semele (Cfr. scheda opera 49)e Giove e Danae realizzati dal Primaticcio a Fontainebleau poco prima della visita di Carlo V (1539-40). Seppure ci fosse un senso particolare questo sarebbe da cercare nell’identificazione tra l’imperatore e il sovrano nell’Olimpo poiché il tema degli amori sarà in generale molto diffuso nei palazzi e nella ville nobiliari durante tutto il XVI e XVII secolo.

Francesca Pagliaro