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GIOVANNI ANDREA DELL’ANGUILLARA, Le Metamorfosi di Ovidio ridotte da Giovanni Andrea dell’Anguillara in ottava rima, Venezia, Libro II

 

In Frigia già ne l'honorate sponde

Del furioso, e rapido Caico

D'una Naiade nacque di quell'onde

Questa indovina Vergine, ch'io dico.

Chiamossi Ocira, et hebbe sì seconde

Le stelle al suo natale, e 'l ciel sì amico,

Che profetò gli altissimi decreti,

Che in mente de gli Dei stavan secreti.

 

Tutta infiammare un dì la fata Ocira

Si sente da lo Dio, c'ha chiuso in petto

Rivolge gli occhi al dolce infante, e 'l mira

Scapigliata, et horribil ne l'aspetto,

Indi secondo il suo furor l'inspira,

Scioglie la lingua à quel, che le vien detto,

Cresci fanciul, la cui somma virtute

Di te gloria sarà, d'altrui salute.

 

Alma gentil, più che mai fosse in terra

Accetta, salutifera, e gradita,

Tu l'alma (se dal corpo si disserra)

Tornar por tra i di novo al corpo unita,

Tu sol saprai trar l'anima sotterra,

Donando al corpo sì stupenda aita,

Ma ti torrà da sì mirande prove

Lo stral de l'avo tuo paterno Giove.

 

E d'immortal diventerai mortale,

Di mortal morto, e poi di morto Dio,

Onde più volte il tuo destin fatale,

Così rinoverai, com'hor dico io.

Così dicea la donna spiritale

Al picciolo fanciul, ne qui finio,

Ma rivolse il profetico furore

Al biforme, et attento genitore.

 

E tu, nato immortal padre, che gli anni

Pensi, che non ti debbian mancar mai,

Voglio, che da me sappi, che t'inganni,

E vo dirti una cosa, che non sai,

In questa grotta, in questi stessi scanni

Un tuo nipote un dì seder vedrai

Figlio d'un tuo fratel, c'havendo un mostro

Ucciso, albergherai nel tetto nostro.

 

Le venenose sue freccie mirando,

Che del valor di lui ti faran fede,

E le qualità sue considerando,

Caderanne una, e feriratti un piede:

E nove giorni un gran dolor provando,

Non cesserai di dimandar mercede,

E pregherai, che d' immortal gli Dei

Ti facciano mortal, dove hor non sei.

 

Onde mossi à pietade essi vorranno,

Che tronchino il tuo fil le tre sorelle.

De i fatti Ocira, che sol gli Dei sanno,

Havea da dir mill'altre cose belle,

E forse, che gli Dei trasformeranno

Le sue membra biforme in tante stelle,

Che somigliando il già terrestre velo,

Faran, che splenderà Centauro in cielo.

 

Ma tosto lasciò star l'infante, e lui,

Da maggior cura la Vergine oppressa,

E non curando ragionar d'altrui,

Volse il suo profetar tutto à se stessa,

Ahi lassa Ocira, et indovina fui,

Ma veggo ben, che non sarò più dessa,

Soggiunge poi mirando il padre fiso

Spargendo amare lagrime dal viso.

 

Dolce genitor mio ferma le ciglia

Ben fise in me, se mai cara m'havesti,

Godi con gli occhi la tua mesta figlia,

Pria che perda la forma, che le desti,

Frati, e sorelle, e mia dolce famiglia,

Dolce antro, dolci foschi, e dolci vesti,

Godetevi quel poco, che si puote

L'humana forma mia, l'humane note.