88: Giove e Europa

Titolo: Ratto di Europa

Autore: Guido Reni (1575-1642)

Datazione: 1638-40

Collocazione: Londra,collezione Denis Mahon (in deposito presso la National Gallery di Londra)

Committenza: Vladislao IV Vasa, re di Polonia

Tipologia: pittura

Tecnica: olio su tela (174 x 129 cm)

Soggetto principale: Europa e Giove

Soggetto secondario: Eros in alto a destra scaglia una freccia in direzione di Europa

Personaggi: Europa, Giove (sotto forma di toro), Eros

Attributi: toro (Europa); ghirlanda (Giove sotto forma di toro); arco, frecce (Eros)

Contesto: paesaggio marino

Precedenti:

Derivazioni:

Immagine: http://www.nationalgallery.org.uk/paintings/guido-reni-the-rape-of-europa

Bibliografia: Cavalli G. C., Guido Reni, Vallecchi, Firenze 1955, pp. 48-49, 87-88, cat. 146; Seznec J., La sopravvivenza degli antichi dei: saggio sul ruolo della tradizione mitologica nella cultura e nell'arte rinascimentali, Boringhieri, Torino 1980; Casoli Pedrielli C., Guido Reni 1575-1642. L’opera completa di Guido Reni, Rizzoli, Milano 1988; Emiliani A., Guido Reni, Giunti, Firenze 1988, p. 20, 49; Cinti D. ad vocem “Europa”, in Dizionario mitologico, Sonzogno, Milano 1994, pp. 120-121; Guthmuller B., Mito, poesia, arte. Saggi sulla tradizione ovidiana nel Rinascimento, Bulzoni, Roma 1997; Passerini L., Il mito d’Europa, Giunti, Firenze 2002; AA.VV. Il mito di Europa. Da fanciulla rapita a continente, Giunti, Firenze 2002; Hall J., ad vocem “Ratto di Europa”, in Dizionario dei soggetti e dei simboli nell’arte, Longanesi, Milano 2007, p. 348

Annotazioni redazionali: All’epoca in cui Reni dipinse la sua terza versione del Ratto di Europa, il momento centrale del mito era stato ormai ripetuto e codificato dalla tradizione figurativa, riscuotendo notevole successo nell’ambito delle committenze. Prima di questa sono ricordate due precedenti versioni eseguite rispettivamente per il re d’Inghilterra Carlo I fra il 1632-35, ma andata perduta e conosciuta solo attraverso incisioni la prima, realizzata per il collezionista don Diego Felipe de Guzman e conservata oggi a Milano la seconda. Esisterebbe inoltre una variante ulteriore, registrata come opera autografa e probabilmente tratta dalla seconda versione, conservata all’Ermitage di San Pietroburgo ed acquistata dalla collezione londinese di R. Oudney nel 1779 (http://www.frammentiarte.it/dal%20Gotico/Guido%20Reni%20opere/54%20il%20ratto%20d'Europa.htm). L’ultima redazione, qui in esame, fu realizzata per il re di Polonia Vladislao IV Vasa, come risulta anche da una lettera di ringraziamento inviata dal re all’artista in seguito alla ricezione del dipinto (Emiliani, 1988). La storia successiva non è nota ma Denis Mahon, l’attuale possessore dell’opera, ebbe modo di risalire all’acquisto della tela da parte di Sir Jacob De Bouverie, nel 1741, padre del primo conte di Radnor, dalla cui famiglia l’opera fu comprata nel 1945. La differenza principale che intercorre fra la versione milanese e quella qui esaminata è costituita dall’inquadratura compositiva, più ravvicinata nel caso del Ratto di Milano. L’opera si concentra con estrema evidenza sul gruppo centrale di Giove ed Europa, lasciando pochissimo spazio all’inserto paesistico sullo sfondo a destra. D’altronde anche il paesaggio marino al centro della composizione viene quasi del tutto occultato dall’imponente figura di Europa, drappeggiata alla maniera classica da una veste azzurro e arancio e dal manto rosa (o forse rosso, come ricordato da Tazio; Eurfc13) con i piedi uniti ed un seno scoperto (Cfr. scheda opera 85), abbraccia con una mano il collo del toro mentre con l’altra trattiene il mantello (Eurfc07). Il toro inghirlandato nuota immerso nell’acqua dando quasi l’impressione di sollevarsi da essa (impressione evidenziata dalla posizione di Europa che sembra quasi fluttuare “sopra” l’acqua, piuttosto che immergersi “dentro”). Il putto alato, identificabile certamente con Eros per la presenza dell’arco e delle frecce, intreccia un gioco di sguardi con Europa sul cui evidentemente Reni sceglie di insistere molto enfatizzando i tratti della giovane in un’espressione rapita, estatica e misticheggiante che – significativamente – volge lo sguardo in alto (Cfr. scheda opera 73) e non indietro verso le compagne lontane, come descritto nelle fonti. Da sottolineare l’evidente recupero della postura e dell’espressione della Santa Cecilia di Raffaello che Reni aveva conosciuto in gioventù (Bietti, 2002) atta a creare un intenso parallelismo fra le forme ed i significati del mito classico e della santità cristiana del rapimento dell’anima verso Dio e il conseguente raggiungimento della beatitudine celeste, mescolando e trasformando sacro e profano in una sorta di ben riuscita allegoria della salvezza dell’anima umana.

Nadia De Flaviis