16: Giove e Europa

Titolo dell’opera: Il rapimento di Europa

Autore: anonimo

Datazione: I d.C.

Collocazione: Chantilly, Museè Condè (proveniente da Stabia (NA), Villa San Marco)

Committenza:

Tipologia: pittura

Tecnica: mosaico (187 x 107 cm)

Soggetto principale: Giove, sotto forma di toro, rapisce Europa

Soggetto secondario:

Personaggi: Giove (sotto forma di toro), Europa

Attributi: toro (Europa)

Contesto: scena all’aperto, in acqua

Precedenti:

Derivazioni:

Immagini: http://www.theoi.com/Gallery/Z1.9.html

Bibliografia: Lavagne H., De la Villa San Marco au Museè Condè, in “Melanges de l’Ecole Francaise de Roma: Antiquate”, 96, Roma, 1984;  Pisapia M.S., Stabiae, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato,  Roma 1989; Allroggen-Bedel A., Miniero P., Barbet A., La Villa San Marco a Stabia,  Soprintendenza archeologica di Pompei,  Pompei 1999;  Romualdi A., Il mito di Europa nell’ antichità, in Il mito di Europa. Da fanciulla rapita a continente, catalogo della mostra, Pagliai Polistampa, Firenze 2002

Annotazioni redazionali: Il mosaico rivestiva il pavimento a sinistra della nicchia del ninfeo della Villa San Marco di Stabia, coperta completamente dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. ed esplorata dai Borbone tra il 1749 e il 1782. La Villa è situata dove nella seconda metà del 1700, fu costruita una cappella dedicata a San Marco, ed è a questa cappella, ormai del tutto scomparsa, che si deve l’attuale denominazione della villa. Il mosaico, staccato dal sito originario nel 1760 da Carlo III Borbone, diviene parte integrante del patrimonio reale fino al 1830, anno i cui fu reso pubblico e trasferito al Museo di Napoli nella Galleria delle antichità, dove rimase fino al 1852 quando la Galleria fu venduta in blocco come esigeva il regolamento della successione; nel 1854 lascia la Campania per l’Inghilterra  e dal 1871 è registrato in Francia. La scena  è completamente dominata dal gruppo composto da Europa e dal toro che si trovano in acqua, hanno un andamento da sinistra verso destra e sono circondati da un paesaggio costituito da rocce lumeggiate. Europa è seduta sul dorso del toro ed ha il busto nudo ed eretto, le gambe incrociate. La mano sinistra della fanciulla stringe un corno dell’animale, mentre tiene il braccio destro dietro la testa, in modo da aprire il velo; il suo volto guarda nella direzione opposta all’andamento del toro. Il toro è marrone ed ha le zampe arcuate per enfatizzare il fatto che sta nuotando. Il mosaico è realizzato nel I secolo d.C. in un periodo in cui il mito di Europa conobbe una larghissima diffusione come motivo decorativo soprattutto nei mosaici (Romualdi, 2002). Sul lato destro della nicchia del ninfeo della Villa termale di Stabia si trovava un altro mosaico che rappresentava il mito di Frisso ed Elle ed in particolare il momento in cui Frisso rimasto da solo dopo aver visto annegare la sorella Elle prosegue il suo viaggio via mare verso la Colchide; Europa viene dunque associata a Frisso ed in questo contesto termale ed acquatico si confonde con le divinità marine: come già ad Aquileia (Cfr. scheda opera 14) infatti non è completamente vestita perché la sua seminudità, oltre ad esaltare il lato erotico del mito, conferisce alla fanciulla l’aspetto di una Nereide piuttosto che di una principessa fenicia. L’iconografia del gruppo di Europa e del toro è ispirato alle pitture pompeiane del IV secolo della Casa di Giasone (Cfr. scheda opera 15) che spiega anche la scelta del colore marrone del toro, che invece è descritto dalla maggior parte delle fonti, tra cui Ovidio, (Eurfc07, Eurfc08), come un toro dal candido manto bianco; si tratta dell’iconografia più accreditata del mito in epoca classica con la fanciulla rappresentata senza drammaticità sul toro, mentre intraprende il viaggio via mare. Riferimento a fonti letterarie del tempo possono rintracciarsi in un passo dei Dialoghi marini di Luciano (Eurfc13) “E come fu salita, rattissimo Giove corse al mare, e portandola nuotava: ed ella tutta smarrita attenevasi con la mano sinistra ad un corno per non cadere, e con l’altra si stringeva il peplo che ventilava”.

Valeria Parisi