
Titolo dell'opera:
Autore: Luca Giordano
Datazione: 1660 ca.
Collocazione: Budapest, Szepmuveszeti Museum
Committenza:
Tipologia: dipinto
Tecnica: olio su tela (188x138 cm)
Soggetto principale: il supplizio di Prometeo
Soggetto secondario:
Personaggi: Prometeo
Attributi: nudità, vincoli, aquila (Prometeo)
Contesto: paesaggio montuoso
Precedenti:
Derivazioni:
Immagini:
Bibliografia:Nyerges È., Prometeo, in Spinosa N., Luca Giordano, 1634-1705, catalogo della mostra (Napoli, Castel Sant'Elmo, Museo di Capodimonte, 3 marzo-3 giugno 2001, Vienna, Kunsthistoriches Museum, 22 giugno-7 ottobre 200, Los Angeles, Los Angeles County Museum of Art, 4 novembre 2001-20 gennaio 2002), Electa, 2001, p. 172, n. 46
Annotazioni redazionali: Il dipinto, conservato a Budapest, è attribuito a Luca Giordano per via indiziaria, attraverso il confronto di alcuni particolari con opere certe, ed è datato intorno al 1660, in un periodo in cui era vivo nel pittore il ricordo del viaggio a Roma, compiuto intorno al 1652, nel quale aveva guardato ad opere esemplari della classicità, come il Laocoonte, ma anche al Michelangelo della Cappella Sistina, in particolar modo alla figura di Aman. Tale periodo è inoltre caratterizzato da un costante riferimento al modello di Jusepe Ribera, tanto che il dipinto in questione, o una versione identica, è inventariato nella collezione di Giuseppe Bossi come opera del maestro spagnolo (Nyerges, 2001). La tela rappresenta Prometeo avvinto ad una roccia, il corpo dolorosamente inarcato per il dolore provocato da un’aquila che, con le ali spiegate, gli tormenta il fianco con il becco adunco. Il Titano è rappresentato come un giovane privo di barba, le mani alzate al di sopra della testa come a proteggersi dalla tortura, ed il volto rivolto di lato. Dietro lo sperone roccioso che fa da sfondo alla scena, si intravede una porzione di cielo dai colori dorati che ricordano quasi delle fiamme, probabilmente un’allusione all’ira di Giove nei suoi confronti. Si è parlato di un significativo influsso del Tizio di Jusepe de Ribera, datato al 1632 e conservato al Prado, dal quale riprende in parte la posa della parte superiore del corpo, soprattutto il braccio posto al di sopra della testa. Dal punto di vista iconografico però le differenze sono significative: innanzitutto il rapace che tortura Prometeo è un’aquila, come si può vedere dalla forma della testa maggiormente arrotondata e dal becco corto, mentre quello di Tizio è un avvoltoio. La critica spesso assegna l’avvoltoio a Prometeo, ma la tradizione testuale, sin dalle fonti più antiche, come Esiodo (Promfc02) ed Eschilo (Promfc04), parla di un’aquila. L’avvoltoio invece compare, in relazione a Prometeo, principalmente in epoca tardoclassica, sebbene già citato da Valerio Flacco (Promfc26) in epoca classica; ne parla infatti Fulgenzio (Promfm01), ripreso nel terzo Mitografo Vaticano (Promfm07) e in Arnolfo d’Orléans (Promfm09).Inoltre Tizio è raffigurato disteso al suolo, come prevede la tradizione a partire da Omero, mentre Prometeo è rappresentato in piedi, accostato ad una roccia, secondo un’iconografia antica di cui il monumento più significativo è il gruppo scultoreo proveniente da Pergamo (Cfr. scheda opera 10).
Silvia Trisciuzzi
