
Titolo dell'opera:
Autore: JacobJordaens
Datazione: 1640 ca.
Collocazione: Cologne, Wallraf-Richartz Museum
Committenza:
Tipologia: dipinto
Tecnica: olio su tela (245x178cm)
Soggetto principale: il supplizio di Prometeo
Soggetto secondario:
Personaggi: Prometeo, Mercurio
Attributi: nudità, catene, aquila, ossa, busto (Prometeo); petaso, caduceo (Mercurio)
Contesto: scena all’aperto
Precedenti:
Derivazioni:
Immagini:
Bibliografia: Raggio O., The Myth of Prometheus. Its survival and metamorphoses up to the eighteenth century, in “Journal of the Warburg and Courtauld Institutes”, 21, 1958, p. 58; Dempsey C., Euanthes Redivivus: Ruben's Promentheus Bound, in “Journal of the Warburg and Courtauld Institutes”, 30, 1967, p. 425 ; Jaffé M., Jacques Jordaens, 1593-1678, catalogo della mostra (Ottawa, Galerie National du Canada29 novembre 1968-5 janvier 1969), La galerie Nationale du Canada, Ottawa 1969, p. 120, n.82; D’Hulst R. A.-de Poorte N.-Vandenven M., Jacob Jordaens (1593-1678). Tableux et tapisseries, Koninklijk Museum voor Schone Kunsten, Anvers 1993, p. 184, n. A57; Bikker J., Lucian’s Prometheus as a source for Jordaens and van Baburen, in “Simiolus”, 31, 2004, pp. 46-53
Annotazioni redazionali: Il dipinto di Jordaens, realizzato intorno al 1640 circa, rappresenta il momento drammatico del supplizio di Prometeo in maniera cruda e brutale; il corpo del Titano è raffigurato disteso al suolo ed incatenato mani e piedi ad uno sperone roccioso che allude al monte Caucaso, la testa è rovesciata all’indietro in una posa che amplifica la sensazione di profondo dolore che contrae il corpo del personaggio estremamente sofferente. La pateticità della rappresentazione è sottolineata dal volto così caricato di dolore da avere la bocca spalancata in un urlo e gli occhi quasi rovesciati all’indietro. Un’aquila dalle ali spiegate, poggiata su di un sasso con una zampa, mentre con l’altra insiste sul ventre del Titano, estrae le interiora da una profonda ferita che ha aperto con il becco nel suo fianco. La tela di Jordaens ha come chiaro modello il dipinto di Rubens conservato a Philadelphia (Cfr. scheda opera 64) per la resa anatomica del corpo del Titano che richiama il nudo eroico di classica memoria, per la posizione del protagonista con la testa reclinata all’indietro e per la resa dell’aquila. Alcuni particolari però se ne distaccano in maniera significativa: sullo sfondo della rappresentazione, è presente Mercurio, riconoscibile attraverso i tradizionali attributi di petaso e caduceo, che osserva la scena brutale sorreggendosi ad un ramo. Inoltre Prometeo non è connotato solamente dal supplizio, ma anche dalla tradizionale fiaccola accesa, presente anche in Rubens, e soprattutto da un busto scolpito e da un mucchio di ossa che fuoriescono da una massa di grasso, posti sulla destra della scena. Questi particolari costituiscono il punto di partenza per l’interpretazione del soggetto e per la ricerca della fonte testuale che lo informa; Dempsey (1967) si è soffermato soprattutto sulla presenza del busto scolpito sulla destra, sottolineandone l’estraneità alle fonti più antiche, come Esiodo (Promfc02) ed Eschilo (Promfc04), ed ha attribuito al dipinto un significato allegorico, mutuato dalla tela di Rubens di cui costituisce una sorta di versione umoristica nella rappresentazione della teoria dell’ut pictura poesis. All’interno di questo contesto interpretativo, la statua scolpita diviene emblema del ruolo di primo scultore di Prometeo mentre Mercurio rappresenta l’Eloquenza; accostati quindi, i due personaggi simboleggiano rispettivamente la pittura come poesia muta e la poesia come pittura parlante, con un evidente rovesciamento comico nel fatto che il Titano è colto nell’atto di urlare e il dio invece osserva silenziosamente la scena (Dempsey, 1967). Questa lettura del dipinto non ha riscosso particolare favore da parte della critica, dato che non tiene conto della ambiguità che le fonti classiche assegnano al personaggio di Prometeo e delle numerose versioni del mito nelle quali il Titano ricopre ruoli anche molti diversi. Questo aspetto è sottolineato nel catalogo di Jordaens curato da D’Hulst e de Poorter (1993) nel quale sono individuati correttamente tutti gli attributi di Prometeo, tra cui le ossa, senza che sia proposta però una fonte unitaria che possa aver ispirato la rappresentazione. Inoltre la presenza di Mercurio, riconosciuta come estranea alle scene del supplizio di Prometeo, è collegata in via ipotetica all’episodio dello svelamento del Titano relativo al segreto sulla fine del regno di Giove, di cui parla già Eschilo nel Prometeo incatenato (Promfc04). Un’interpretazione che getta luce ed unifica tutti i particolari del dipinto è data da Bikker in un recente articolo nel quale individua come fonte della rappresentazione il dialogo Prometheus sive Caucasus di Luciano di Samosata (Promfc31), testo che fornisce una versione ironica, dai toni volutamente quotidiani, del mito prometeico. Il dialogo vede la presenza di Vulcano e Mercurio, inviati da Giove ad incatenare Prometeo, ma è il secondo ad avere un ruolo centrale. Egli infatti si fa portavoce delle accuse che il re degli dèi muove al Titano: l’inganno della spartizione del bue, la creazione degli uomini ed il furto del fuoco celeste. Proprio queste accuse sono fedelmente rappresentate nel dipinto: le ossa nascoste nel grasso infatti sono un ricordo della porzione camuffata scelta da Giove, il busto scolpito ricorda la creazione dell’uomo, ma soprattutto della donna - infatti Bikker (2004) riconosce nella statua la presenza dei seni – e la torcia accesa il furto del fuoco divino. La vena ironica che già Dempsey (1967) riconosceva al dipinto di Jordaens, ma che interpretava in una luce negativa, è in realtà una scelta consapevole legata al testo lucianeo che fornisce una versione del mito fortemente umanizzata, nella quale gli dèi stessi sono ridimensionati mentre l’uomo è riconosciuto in tutta la sua dignità e grandezza, unico testimone della magnificenza dell’universo grazie alla sua capacità di contemplazione che lo differenzia dalle bestie.
Silvia Trisciuzzi
