
Titolo dell'opera:
Autore: Dirck van Baburen
Datazione: 1623
Collocazione: Amsterdam, Rijksmuseum
Committenza:
Tipologia: dipinto
Tecnica: olio su tela (202x184)
Soggetto principale: Vulcano incatena Prometeo alla presenza di Mercurio
Soggetto secondario:
Personaggi: Prometeo, Vulcano, Mercurio
Attributi: nudità, barba, vincoli, goniometro, compasso, libri (Prometeo); pinza, martello, fucina (Vulcano); petaso, caduceo (Mercurio)
Contesto:
Precedenti:
Derivazioni:
Immagini:
Bibliografia: Raggio O., The Myth of Prometheus. Its survival and metamorphoses up to the eighteenth century, in “Journal of the Warburg and Courtauld Institutes”, 21, 1958, p. 58; Van Thiel P. J. J., a cura di, All the paintings of the Rijksmuseum in Amsterdam: a completely illustrated catalogue, Rijksmuseum, Amsterdam 1976, p. 92, n. A1606; D’Hulst R. A.-de Poorte N.-Vandenven M., Jacob Jordaens (1593-1678). Tableux et tapisseries, Koninklijk Museum voor Schone Kunsten, Anvers 1993, p.185; Bikker J., Lucian’s Prometheus as a source for Jordaens and van Baburen, in “Simiolus”, 31, 2004, pp. 52-53
Annotazioni redazionali: Il dipinto di Baburen, firmato e datato “T. v. Baburen fecit An° 1623” in basso a sinistra, raffigura il supplizio di Prometeo, momento del mito che ha goduto di grande fortuna sin dall’antichità, secondo un’iconografia estremamente rara e complessa. Il Titano è rappresentato nudo, ma coperto da una sorta di perizoma, in posizione supina e parzialmente incatenato a dei blocchi di pietra da Vulcano, connotato come dio fabbro per la presenza del martello e delle pinze a terra vicino a lui. La scena mostra in realtà la preparazione del supplizio, come indica il gesto di Vulcano di fissare la catena alla pietra e la posizione di attesa dell’aquila che, pur avendo le ali spiegate, ancora non si è avvicinata. L’espressione addolorata del Titano non è legata alla rappresentazione del dolore straziante provocato dalla tortura del rapace, come si trova ad esempio in Rubens (Cfr. scheda opera 64), ma è venata di stupore ed incredulità, sentimenti resi attraverso i particolari della fronte corrugata e della bocca aperta, ma non contorta. La tensione del corpo, espressa soprattutto per mezzo delle mani, chiusa a pugno quella già bloccata dalle catene, e rigidamente aperta quella ancora libera, anticipa la sofferenza imminente. All’ingiusta tortura assiste Mercurio, connotato dai tradizionali petaso e caduceo, con un sorriso che stride con ciò che sta avvenendo e soprattutto con ciò che sta per avvenire di cui il dio è a conoscenza dato che è stato inviato da Giove. Un altro aspetto singolare è dato dall’ambientazione: è evidente infatti che l’azione non si svolga sul monte Caucaso come vuole la tradizione, ma in un ambiente chiuso che Bikker (2004) riconosce come l’Ade, ma che forse potrebbe essere la fucina di Vulcano stesso. La presenza di Vulcano e Mercurio deriva da una precisa fonte testuale, il dialogo Prometheus sive Caucasus di Luciano di Samosata (Promfc31), testo caratterizzato da un intento ironico, che informa anche il dipinto del medesimo soggetto di Jordaens realizzato intorno al 1640 circa (Cfr. scheda opera 69). Il dipinto di Baburen però, a differenza di quello di Jordaens, presenta dei particolari che denunciano una molteplicità di riferimenti testuali: in basso a destra infatti sono visibili un goniometro, un compasso ed alcuni libri, una chiara allusione alle scienze e alle arti trasmesse agli uomini attraverso il fuoco, secondo il racconto del Prometeo incatenato di Eschilo (Promfc04). La tortura colpisce quindi il benefattore ed il civilizzatore dell’umanità, colui che sfidò Giove per trasmettere il fuoco della conoscenza che caratterizza l’uomo nella sua grandezza, ma anche nel suo limite, legato alla caducità della vita. L’ingiustizia della punizione subita dal Titano caratterizza sia la fonte eschilea, nella quale però è estremamente problematica in quanto è molto singolare che il re degli dèi sia presentato come un tiranno, sia la fonte lucianea nella quale è centrale la bellezza e la grandezza dell’uomo che dà senso all’interno universo in quanto è l’unica creatura capace di contemplarlo. Questa è la risposta che Prometeo dà a Mercurio nel dialogo Prometheus sive Caucasus per controbattere alle accuse che il dio gli muove e l’inserimento di elementi desunti dal modello eschileo che celebra il progresso e la civiltà donati all’uomo dal Titano concorrono alla resa della profondità del racconto prometeico nei suoi aspetti più significativi di cui l’opera è portatrice. L’iconografia del Titano ha come modello il dipinto di Rubens, che Baburen potrebbe aver visto nella collezione di sir Carleton tra il 1618 ed il 1625 (Bikker, 2004), con il quale condivide la posizione supina con la testa reclinata all’indietro e rivolta verso l’osservatore, così come la postura contratta per la sofferenza, preannunciata in questo caso, e nel pieno svolgimento nel dipinto di Rubens. La posizione supina deriva dall’iconografia del mito di Tizio, gigante punito nell’Ade con uno o due avvoltoi che gli divorano il fegato, soggetto rappresentato da Tiziano in un dipinto del 1548 circa conservato al Prado. Baburen molto probabilmente era a conoscenza della composizione tizianesca attraverso un’incisione che Cornelis Cort realizzò nel 1566 ispirandosi al dipinto del pittore veneziano, ma mutandone il soggetto in una rappresentazione del supplizio di Prometeo, attraverso l’inserimento di una fiaccola accesa in basso a destra (Raggio, 1958).
Silvia Trisciuzzi
