
Titolo dell'opera: Prometeo ruba il fuoco per portarlo sulla terra
Autore: Battista Zelotti
Datazione: 1561-63
Collocazione: Gambare di Mira, Villa Malcontenta, Sala di Caco e Prometeo, soffitto
Committenza: Nicolò e Luigi Foscari
Tipologia: dipinto murale
Tecnica: affresco
Soggetto principale: Prometeo ruba il fuoco celeste
Soggetto secondario:
Personaggi: Prometeo, dèi, uomini
Attributi: torcia accesa (Prometeo)
Contesto:
Precedenti:
Derivazioni:
Immagini:
Bibliografia: Crosato L., Gli affreschi nelle ville venete del Cinquecento, Libreria Editrice Canova, Treviso 1962, pp. 136-137; Crosato Larcher L., Postille alla lettura del ciclo della Malcontenta dopo il restauro, in “Arte Veneta”, 32, 1978, pp. 223-229; Brugnolo Meloncelli K., Battista Zelotti, Berenice, Milano 1992, pp. 97-99; Pierguidi S., Gambare di Mira (VE) – Villa Foscari detta “La Malcontenta”, Cieri Via C., L’arte delle metamorfosi. Decorazioni mitologiche nel Cinquecento, Lithos, Roma 2003 pp. 202-203
Annotazioni redazionali: La costruzione di Villa Foscari, conosciuta anche come la Malcontenta, fu affidata dai due fratelli Foscari, Nicolò e Luigi, all’architetto Andrea Palladio, probabilmente in un periodo precedente il 1560, anno della morte di Nicolò. Il ricco apparato decorativo interno, dedicato a soggetti mitologici, fu realizzato da Battista Franco e Battista Zelotti, secondo un complesso programma iconografico ideato, secondo la Crosato-Larcher (1978), da Vittore Grimani, proposta non accolta unanimemente dalla critica. Una stanza, collocata nell’ala sinistra della Villa, è dedicata alle Storie di Caco e Prometeo, ma purtroppo gli affreschi sono fortemente danneggiati a causa della situazione di degrado che colpì la Malcontenta dopo la caduta della Repubblica Veneta. Il soffitto è dedicato alla storia di Prometeo, di cui è rappresentato il furto del fuoco a beneficio degli uomini, momento molto antico del mito introdotto nella letteratura classica greca dalla Teogonia di Esiodo (Promfc02) e sviluppato in seguito, tra gli altri, da Eschilo (Promfc04) e Platone (Promfc09). Al centro del riquadro, di difficoltosa lettura, è visibile un Prometeo insolito per la presenza di un paio di ali spiegate, ma riconoscibile per la fiaccola accesa, che stringe nella mano destra, appena trafugata dall’Olimpo. Il particolare delle ali, che si trova anche in un rilievo esterno della Libreria Marciana (Cfr. scheda opera 37) e in un riquadro della volta di Palazzo Valmarana a Vicenza (Cfr. scheda opera 54 realizzato da Battista Zelotti, è estraneo alla tradizione ovidiana, ma potrebbe essere ricondotto ad una fonte, non ancora individuata, circolante in ambito veneto che assegnava un significato allegorico al mito. Il Titano si sta chiaramente allontanando da quello che appare come un banchetto degli dèi, particolare iconografico inconsueto, ma che può trovare spiegazione nella fonte esiodea (Promfc02) in cui si parla di un’epoca originaria in cui uomini e dèi mangiavano insieme, epoca che finì quando Prometeo, chiamato a spartire un bue, ingannò Giove per favorire gli uomini, condannandoli allo stesso tempo ad una vita segnata dalla necessità e dalla morte. Se la fonte della rappresentazione è effettivamente quella esiodea, il fuoco acquisirebbe una valenza ambigua per l’uomo, portatore di civiltà – anche se per Esiodo è più corretto parlare di un fuoco alimentare attraverso il cui furto fu istituito il sacrificio rituale – ma anche emblema di una caducità e di una separazione dagli dèi non più risolvibile. Proprio degli uomini sono rappresentati in basso nel riquadro, quasi accatastati uno sull’altro, ad eccezione di una figura sulla destra che risalta per la sua posizione di profilo e per il braccio destro proteso in avanti. La Crosato-Larcher (1978) interpreta il dipinto in chiave neoplatonica sostenendo che il mito di Prometeo esprime l’esaltazione dello spirito e la partecipazione dell’uomo alla luce divina. È evidente in ogni caso che l’affresco ponga l’attenzione sulla condizione esistenziale originaria dell’uomo, rappresentata in una chiave negativa non risolvibile neppure con il benevolo intervento prometeico, caratterizzato peraltro da una forte ambiguità, sin dalle fonti più antiche: il fuoco, sia esso alimentare o civilizzatore, apporta all’uomo il progresso, ma anche la coscienza profonda del proprio limite intrinseco.
Silvia Trisciuzzi
