50: Prometeo

Titolo dell'opera:   

Autore: Giuseppe Porta, detto il Salviati

Datazione: anni ’60 del 1500

Collocazione:  Venezia, Palazzo Ducale, Libreria Marciana, Salone d’oro, parete

Committenza: 

Tipologia: dipinto

Tecnica: olio su tela

Soggetto principale: Prometeo

Soggetto secondario: 

Personaggi: Prometeo

Attributi: barba,statua, strumenti di misurazione, squadra, riga (Prometeo)

Contesto:  

Precedenti:

Derivazioni:

Immagini:

Bibliografia: Ivanoff N., Il ciclo dei filosofi della libreria Marciana a Venezia, in “Emporium”, LXX, 1964, pp. 207-210; Ivanoff N., La Libreria Marciana: arte e iconologia, in “Saggi e memorie di storia dell'arte”, 6, 1968, pp. 33-78; Paolucci A., La sala della Libreria e il ciclo pittorico, in Pallucchini R., Da Tiziano a El Greco. Per la storia del Manierismo a Venezia, 1540-1590, catalogo della mostra (Venezia, Palazzo Ducale, settembre-dicembre  1981), Electa, Milano 1981, pp. 287-298

Annotazioni redazionali: La cosiddetta Sala d’Oro della Libreria Marciana presenta una ricchissima decorazione che investe il soffitto ligneo, suddiviso in sette file composte ciascuna da tre medaglioni. Il soffitto, intagliato e dorato, non è originario, ma è stato realizzato da Cristoforo Sorte dopo l’incendio del 1577, mentre Battista Franco realizzò le grottesche che lo scandiscono in settori circolari, secondo la testimonianza di Marco Boschini (Ivanoff, 1968). Le pareti sono dipinte a finte nicchie con figure di Filosofi che si alternano alle aperture delle finestre secondo un progetto che, per Ivanoff (1964), richiama la figura del Sansovino. Il ciclo è estremamente complesso e di difficile interpretazione – peraltro non è pervenuto un programma iconografico scritto, nonostante si tratti di una commissione di Stato, voluta dai Procuratori di San Marco - soprattutto per quanto riguarda le scene allegoriche dei tondi del soffitto, realizzati da artisti scelti da Jacopo Sansovino, architetto della Libreria, e da Tiziano, nel 1556 (Giovanni De Mio, Giuseppe Porta detto Salviati, Battista Franco, Giulio Licinio, Battista Zelotti, Paolo Veronese e lo Schiavone). È evidente che la decorazione sia in rapporto con la destinazione prestigiosa della sala dove erano conservati i preziosi codici del lascito del Cardinal Bessarione, ma che era anche luogo di studio per la Scuola dei nobili dedita agli studi umanistici- le cui lezioni si svolgevano nel vestibolo antecedente il salone - in opposizione alla Scuola di Rialto che aveva un orientamento scientifico in quanto vi si insegnavano la logica, la filosofia e le matematiche (Ivanoff, 1968). È forse più agevole comprendere il significato sotteso alla serie dei Filosofi, realizzato anch’esso da numerosi artisti, alcuni dei quali operanti anche nei tondi: Tintoretto, Veronese, Schiavone, Salviati, Battista Franco e Lambert Sustris (Ivanoff, 1964), in un periodo immediatamente successivo alla realizzazione del soffitto che però non è possibile definire con maggiore precisione; si parla infatti genericamente degli anni ’60 del 1500 (Paolucci, 1981). Le informazioni su questo ciclo non derivano dalla fonte più antica, la “Venetia città Nobilissima et singolare” (1581) di Francesco Sansovino, che non ne parla, ma dalle fonti seicentesche, Le Meraviglie dell’arte (1648) di Carlo Ridolfie Le miniere della pittura (1664) di Marco Boschini (Ivanoff, 1968). Il dipinto in questione, riconosciuto da Ivanoff come una raffigurazione di Prometeo Astrologo, potrebbe essere stato inserito nel ciclo del salone in un secondo momento, quando alcune figure di filosofi furono spostate in altre sedi secondo la testimonianza dello Zanetti riportata da Ivanoff (1968) – alcune trovarono posto nella Sala dei Filosofi a Palazzo Ducale – rendendo necessario l’inserimento di dipinti non originari quando si operò la ricomposizione della decorazione nel 1929 (Paolucci, 1981). Tra questi ultimi si inserisce il Prometeo di Giuseppe della Porta, ritoccato, soprattutto per quanto riguarda il volto, da Pietro Vecchia, in cui il personaggio non è inserito all’interno di una finta nicchia come nel resto della serie; potrebbe però provenire, come suggerisce Ivanoff, da un altro ciclo marciano disperso, quello del Vestibolo. Il Titano, connotato dalla lunga barba come vuole la tradizione, è rappresentato con in mano una squadra ed un piede poggiato su di una sorta di solido geometrico; accanto a lui un libro chiuso, uno strumento di misurazione composto da due cerchi concentrici ed una statua mutila posta su due parallelepipedi sovrapposti. Ivanoff riconduce l’iconografia della rappresentazione alla tradizione evemeristica che vedeva in Prometeo l’inventore della prima scultura di forma umana secondo una visione razionalistica del mito della creazione, ma anche lo studioso ritiratosi sul monte Caucaso per studiare il moto degli astri la cui conoscenza trasmise in seguito agli Assiri, come tramandano i Mitografi Vaticani (Promfm05; Promfm06; Promfm07), ripresi poi da Boccaccio (Promfm14) e da Regio (Promfr04). Inoltre lo studioso propone di riconoscere nello strumento circolare un riferimento al primo anello realizzato da Prometeo, una volta libero, con il ferro delle catene che lo tenevano avvinto ed una roccia del monte Caucaso (Ivanoff, 1968). È però opportuno recuperare la valenza di introduttore delle arti e delle scienze che per primo Eschilo (Promfc04), nel Prometeo incatenato, aveva assegnato al Titano, definito benefattore e civilizzatore dell’umanità. Tra le diverse scienze apportate per mezzo del fuoco rubato dalla fucina di Minerva e di VUlcano si trova anche il sapere astronomico che nel Rinascimento è profondamente connesso con l’astrologia, scienza basata sull’osservazione cui di solito si allude attraverso la rappresentazione di appositi strumenti di misurazione, come potrebbe essere l’oggetto circolare in basso a destra, e sullo studio teorico della matematica e della geometrica, rappresentate dalla squadra che Prometeo tiene in mano e dal libro chiuso visibile vicino al suo piede. Fondamento del pensiero astrologico era la concezione armonica dell’universo allusa dalle proporzioni dei solidi geometrici ed è forse questo il motivo della presenza dei parallelepipedi nella scena, tra i quali è forse visibile un ulteriore strumento di misurazione: una riga che proietta l’ombra sul solido inferiore. Infine, la statua, definita appena abbozzata da Ivanoff, in realtà mutila, ricorda il ruolo di primo scultore del Titano, ripreso anche nel De Sculptura di Pomponio Gaurico (Promfr06), in un riferimento all’antico e all’arte come sapere che rivela la complessità propria del personaggio sin dall’antichità.

Silvia  Trisciuzzi