39: Prometeo

Titolo dell'opera:   

Autore: Cristoforo Gherardi, detto il Doceno

Datazione: 1540

Collocazione: San Giustino, Castello Bufalini, Sala di Prometeo, volta

Committenza: Giulio Bufalini

Tipologia: dipinto murale

Tecnica: affresco

Soggetto principale: Prometeo ruba il fuoco celeste con l’aiuto di Minerva

Soggetto secondario: 

Personaggi: Prometeo, Minerva, Apollo, Amorini

Attributi: nudità, torcia accesa (Prometeo); elmo, lancia, scudo, ramo di olivo (Minerva); carro del Sole (Apollo)

Contesto:  

Precedenti:

Derivazioni:

Immagini:

Bibliografia: Ronen A., Un ciclo inedito di affreschi di Cristoforo Gherardi a San Giustino, in  “Mitteilungen des Kunsthistorischen Institutes in Florenz”, 13, 1968, pp. 367-380; De Romanis A., San Giustino – Castello Bufalini, in Cieri Via C., L’arte delle metamorfosi. Decorazioni mitologiche nel Cinquecento, Lithos, Roma 2003, pp.326-329

Annotazioni redazionali: La decorazione di numerose sale di Castello Bufalini si deve a Cristoforo Gherardi per la committenza del marchese Giulio Bufalini e si colloca all’interno di un più ampio progetto di ristrutturazione dell’edificio, opera molto probabilmente d Giorgio Vasari, dovuto allo stato precario della costruzione ricordato già in un documento del 1265. Gli affreschi, realizzati in un tempo molto lungo compreso tra il 1537 ed il 1554, sono per lo più di soggetto mitologico, ad eccezione di una sala, nel mezzanino del lato occidentale, che presenta temi storici. Intorno al 1540 – datazione proposta in base al confronto stilistico con la Sala delle storie romane, al secondo piano, datata con certezza dopo il 1541, come si evince da un particolare ripreso dal Giudizio Universale di Michelangelo (Ronen, 1968) - il Gherardi affrescò la sala al pianterreno detta di Prometeo poiché dedicata interamente alle storie del Titano che si oppose a Giove. Il ciclo ha inizio dalla volta in cui è raffigurato Prometeo nell’atto di rubare il fuoco celeste dal carro di Apollo. La scena si svolge all’interno di un finto oculo circolare che, inscritto in un ottagono, si apre sul cielo in una precisa rispondenza con la sua collocazione sul soffitto. Il Titano, visto di spalle, sta avvicinando una lunga torcia al carro guidato dallo stesso Apollo e trainato da quattro cavalli scalpitanti; a sostenerlo nell’impresa la dea Minerva, riconoscibile da numerosi attributi, come elmo e lancia, ma anche uno scudo ed un ramo di olivo retti da due Amorini. L’iconografia della scena deriva dalla tradizione letteraria tardoclassica e medioevale: sono infatti Servio (Promfc44) e Fulgenzio (Promfm01) ad introdurre il furto dalle ruote del carro del Sole, poi ripresi dalle principali fonti medioevali fino ad arrivare a Boccaccio (Promfm14); allo stesso modo l’intervento attivo di Minerva non è presente nelle fonti classiche più antiche, ma, sottolineato da Luciano di Samosata (Promfc30; Promfc31, Promfc32), diviene momento significativo del mito in età medioevale. Per quanto riguarda la composizione della scena, l’affresco presenta numerose analogie con un disegno di Filippino Lippi, datato intorno al 1490 circa, soprattutto per quanto riguarda la resa del carro di Apollo trainato dai cavalli; Minerva è infatti assente (Cfr. scheda opera 25). La stessa scena inoltre è raffigurata sullo sfondo del pannello dipinto da Piero di Cosimo conservato a Strasburgo (Cfr. scheda opera 30). Tra i pennacchi si trovano degli ovali con degli Amorini che, attraverso gli attributi che li caratterizzano, come una torcia o un braciere, sottolineano il significato complessivo del ciclo in quanto ricordano la tematica del fuoco, elemento peculiare del mito prometeico sin dall’epoca classica. La rappresentazione dei putti, compresi quelli dell’oculo centrale con gli attributi di Minerva, ricorda i putti dipinti nella Loggia di Psiche alla Farnesina, conosciuti dal Gherardi soprattutto attraverso le stampe (Ronen, 1968).

Silvia Trisciuzzi